Tessennano – “Non scappano dal centro che per loro è un parco giochi”.
Per il sindaco Ermanno Nicolai, gli allontanamenti dei minorenni dal centro di accoglienza di Tessennano, non sono delle vere fughe, ma solo tentativi di ricongiungersi coi famigliari lontani.
I ragazzi, come sostiene il sindaco, vedono il centro come un parco giochi e non come una prigione e ammette che siano abituati a fuggire, ma solo alla morte, che nel loro passato, hanno visto in faccia.
“I ragazzi che si sono allontanati martedì verso le 11,30 – spiega il sindaco – fanno parte dell’ultimo gruppo arrivato da noi domenica mattina. Sono 19 ragazze e cinque ragazzi di origine eritrea tra i 14 e i 15 anni. Stavano giocando, quando, sette di loro sono scesi verso il paese, addentrandosi in una stradina di campagna e andando a finire all’interno del bosco.
Abbiamo subito fatto la denuncia e si sono attivate le procedure per la ricerca. Li hanno ritrovati, intorno alle 21, il presidente della protezione civile Morosini e Maurizio, un volontario della Misericordia di Montalto”.
Per il sindaco non sono vere fughe. “I ragazzi non scappano, ma continuano il loro viaggio verso la Germania, la Svezia o l’Inghilterra dove raggiungere la famiglia. Sono arrivati domenica mattina e, il giorno dopo, abbiamo fatto dei colloqui a quali era presente anche un funzionario del commissariato per i rifugiati che partecipa al progetto.
Proprio lui ha detto che il ricongiungimento coi famigliari, sarebbe stato possibile solo per quelli che hanno parenti con documenti a posto, mentre gli altri dovranno restare in Italia fino al 18esimo anno di età. Alcuni di loro, sentendo ciò, hanno iniziato a piangere. Credo che, anche noi, messi di fronte a una situazione simile, avremmo avuto la stessa reazione, che è umana”.
Nicolai è convinto, dunque, che molto dipenda dalla lontananza con la famiglia. “Da circa 20 giorni, abbiamo ricevuto degli egiziani che sono eccezionali, perché vanno a scuola e imparano l’italiano e l’informatica, coltivano un orto e puliscono le loro stanze. Sono d’oro.
Anche loro hanno fatto lo stesso percorso di immigrazione degli eritrei, ma a differenza di quest’ultimi, sono tranquilli e si sono adattati al progetto.
Gli eritrei, invece, fanno difficoltà, anche perché sono sollecitati dai parenti coi quali comunque sono in contatto. Li hanno sentiti proprio al momento del loro arrivo qui ed è scattata una sorta di nostalgia dal momento che alcuni dovevano sentire la voce della mamma da sette mesi”.
Gioca un ruolo fondamentale anche il pregresso. “Vanno capiti perché, essendo nella prima fase del progetto, devono comprenderne regole e procedure. Sono abituati a fuggire alla morte che hanno visto in faccia. Mesi fa, per esempio, abbiamo ricevuto due ragazze di 15 anni con genitali e gambe completamente bruciate dai lanciafiamme in Libia. Questi ragazzi subiscono violenze impensabili e mi hanno detto che, per loro, il centro non è una prigione, ma un parco giochi.
Siamo l’unico centro, a livello nazionale, in cui nei primi tre mesi dall’accoglienza non si è allontanato mai nessun ragazzo. Forse perché l’integrazione funziona. Nelle altre strutture, ci restano al massimo cinque giorni e poi abbandonano. Una volta, abbiamo trasferito delle ragazze a Firenze e se ne sono andate dopo nemmeno cinque giorni, perdendo quello che avevano imparato da noi, a partire dall’italiano, o come si usano piatti e bicchieri, la differenza tra un bagnoschiuma e uno shampoo o come si lavano i panni”.
Il segreto per Nicolai sta nel fare rete. “In questo progetto, la nostra provincia è stata efficiente, a partire dalla questura, la prefettura, la Asl e tutti quelli che hanno dato un contributo. Lo stesso vale per le ricerche di martedì, coordinate dalla dottoressa Monni della prefettura, che voglio ringraziare per la tempestività con cui è intervenuta. Poi i carabinieri di Canino e il maresciallo Lattanzi, rimasto fino alla fine, la protezione civile e i vigili del fuoco che hanno messo in moto le procedure per la ricerca delle persone scomparse. Sono arrivati l’elicottero e le unità cinofile che hanno battuto l’intera area. Fino al ritrovamento. Una collaborazione – conclude il sindaco – che ha dato i suoi frutti”.
Paola Pierdomenico
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