Roma – Impreparate e superficiali, ma non è una novità. Con i funerali di Vittorio Casamonica si mostra l’insostenibile leggerezza delle istituzioni.
La carrozza funebre, costata 40mila euro, circondata da Rolls Royce e suv carichi di fiori, è solo all’apparenza una scena mai vista.
Il 20 agosto, alla chiesa di San Giovanni Bosco, Roma si è fermata ad assistere inerte allo spettacolo kitsch di una criminalità che si autocelebra.
Lo Stato dov’era? Forse nello stesso posto in cui era la sera del 3 maggio 2014, quando un ‘tamarro’ di nome Genny ‘a carogna si metteva a confabulare con calciatori e forze dell’ordine, prima della finale di Coppa Italia. Lo Stato, quella sera, non era da nessuna parte.
La t-shirt di Genny ‘a carogna inneggiava ad Antonino Speziale, l’ultrà condannato a otto anni per l’omicidio del poliziotto Filippo Raciti. “Lo Stato dev’essere forte e non debole – commentava la vedova Raciti -. Ieri c’è stata l’espressione evidente della sua impotenza”. Appunto.
“Il mio grosso grasso funerale sinti” – parafrasando un noto film – ha dato la stessa impressione. Tra cavalli neri, petali rossi e una folla inneggiante al “Re di Roma”, è andata in scena l’inconsistenza delle forze dell’ordine e l’incoerenza del Vicariato. L’assenza della questura, della prefettura, del comune di Roma. Tutto in una volta. In una commedia dell’assurdo che qualunque paese civile avrebbe saputo risparmiarsi.
A Roma, non un’autorità degna di questo nome ha bloccato quello show. Siamo il paese in cui il comitato per l’ordine e la sicurezza si riunisce dopo e non prima. Dove la polizia locale scorta un simile corteo e fa viabilità senza farsi venire altre idee. Dove il sacerdote che ha celebrato le esequie, don Giancarlo Manieri, si giustifica solo andando fuori tema: “Sono un prete, non un poliziotto e nemmeno un giudice”. Grazie per la precisazione.
E infine l’esasperante sagra del “Niente saccio”. Don Giancarlo non sapeva neppure chi fosse Casamonica. Ora che lo sa, rifarebbe i funerali proprio lì, nella stessa chiesa che ha dato l’addio a Renatino De Pedis ma non a Piergiorgio Welby.
Niente sapeva neppure Francesco Procopio, l’ex carabiniere direttore della banda che ha accompagnato il feretro sulle note del Padrino: “Se avessi saputo chi era Vittorio Casamonica mai avrei acconsentito a suonare”, ha detto al Corriere della Sera. Dichiarazioni ancor più imbarazzanti da parte di un carabiniere in pensione, cui il nome “Casamonica” qualcosa dovrebbe suggerire.
A Roma da quarant’anni, i Casamonica hanno costruito un impero sui loro traffici criminali, spaziando dalla droga all’usura alle truffe, come testimoniano recenti inchieste. Propaggini del clan, che può contare su un migliaio e più di uomini, hanno operato anche a Viterbo: a novembre si aprirà il processo a Consiglio Di Guglielmi, alias Claudio Casamonica, e al figlio Johnny, accusati di piazzare taniche di benzina fuori dalle aziende viterbesi cui chiedevano il pizzo. Per stanare Claudio Casamonica a Roma, gli investigatori furono costretti a fingere una fuga di gas, con tanto di vigili del fuoco per evacuare le case. Solo così riuscirono a rintracciare Di Guglielmi in un quartiere – il quartiere Morena, zona Romanina – dove interi isolati sono abitati dai Casamonica.
Si consiglia attenta lettura dell’inchiesta “I quattro re di Roma” di Lirio Abbate a tutti gli smemorati (veri o presunti). A quelli sotto l’ombrellone, il secondo libro della saga delle “Vendicatrici” di Massimo Carlotto: “Eva”. Un romanzo, certo, ma che molto prende in prestito dalla realtà. Indovinate a chi si ispira il potente clan dei Mascherano…
Holly Golightly
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