Viterbo – (g.f.) – Rsa, primo “avviso di sfratto” a un ospite di una struttura sanitaria.
E’ l’effetto della delibera emanata dalla giunta comunale lo scorso aprile e che ha tagliato fuori dal contributo anche famiglie che a tutti gli effetti rientravano nel limite previsto dei tredicimila euro di reddito per avere il contributo.
Solo che avendo la delibera previsto pure il possesso d’abitazione o beni immobili, il limite si supera con facilità.
Com’è successo all’utente viterbese di una struttura romana.
Un parente si è visto recapitare dalla Rsa una lettera non proprio amichevole: “Le segnaliamo – è scritto nel documento – che non ci risulta ancora pervenuto il saldo delle somme dovute a titolo di compartecipazione delle rette di degenza”.
Quindi l’invito a regolarizzare la posizione entro cinque giorni, altrimenti: “Saremo costretti – prosegue la lettera – nostro malgrado a tutelare i nostri interessi e adire per le vie legai, con aggravio di spese a vostro esclusivo carico.
La presente deve intendersi quale messa in mora per sorte e interessi e da valere quale interruzione dei termini di prescrizione previsti dalle normative vigenti”.
In parole povere è un avviso di sfratto.
Questo perché a seguito della tanto contestata delibera che ha salvaguardato il bilancio comunale e molto meno le sorti degli ospiti in Rsa, lo scorso settembre sono partite le lettere dal comune in cui si faceva presente che l’utente, insieme ad altri, non aveva più diritto per il 2015 alla compartecipazione da parte del comune alle spese.
La regione ha cancellato i contributi e il comune ha inasprito le regole. E per le famiglie sono guai.
La struttura avendo ricevuto comunicazione del fatto che palazzo dei Priori non pagherà, ha agito di conseguenza.
Nel caso specifico, al 7 ottobre scorso, l’utente ha accumulato un debito di 3.500 euro per compartecipazioni non versate e quindi richieste ai familiari direttamente.
Pare che l’ospite abbia una casa intestata. Abitazione già conteggiata nell’Isee. Nonostante questo è rimasto comunque al di sotto della soglia massima e nel diritto d’avere un contributo.
Peccato che le restrizioni imposte dalla delibera di giunta, ovvero, anche se si è sotto i 13mila euro non si ha diritto alla compartecipazione se si possiedono beni mobili o immobili, ha fatto sì che la situazione precipitasse.
Stando allo spirito del documento approvato dalla giunta, i familiari dovrebbero vendere casa e mantenere il proprio caro in struttura.
Al momento questo è l’unico sollecito di cui si abbia notizia. Se la situazione non dovesse cambiare, quanti ne seguiranno?
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