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Viterbo - Daniela Donetti, direttrice della Asl da due mesi, descrive il suo progetto per rimettere in piedi l'azienda

“Dinamicità e sistemi a rete per far funzionare la sanità”

di Maria Letizia Riganelli
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Daniela Donetti

Daniela Donetti 

Daniela Donetti

Daniela Donetti 

Daniela Donetti

Daniela Donetti 

Viterbo – E’ del nord ma pure un po’ del sud. Specie se si parla di scaramanzia. Per questo del lotto A3 di Belcolle non ne parla. “Mi hanno detto che porta male”. Daniela Donetti da nemmeno due mesi è la nuova direttrice generale della Asl di Viterbo.

Prima dell’incarico di dg ha ricoperto quello di direttrice amministrativa, sotto la guida di Luigi Macchitella.

Non è del tutto nuova in questa azienda sanitaria. Qual è il suo progetto?
“Il progetto parte dal lavoro di revisione complessiva della Asl, fatto negli ultimi due anni. Dalla riorganizzazione dei percorsi all’interno dei presidi ospedalieri. Noi dobbiamo potenziare l’attività delle camere operatorie. Abbiamo cinque blocchi operatori distribuiti su tutta la provincia, dobbiamo riorganizzarli in modo che possano operare al massimo della loro capacità e al massimo della sicurezza. Entrando nello specifico: a Belcolle si eseguiranno interventi di alta complessità in tutta sicurezza, visto che è dotato di strutture come la terapia intensiva. I presidi periferici, Tarquinia e Civita Castellana, si occuperanno degli interventi di media complessità e saranno integrati con Belcolle. Gli interventi di day surgery saranno spostati a Montefiascone che diventerà il centro di riferimento così come Acquapendente”.

Un po’ l’idea presentata nell’ultimo atto aziendale?
“La logica è proprio quella disegnata nell’atto aziendale. Vogliamo costruire una rete dove utilizzare tutte le competenze professionali che abbiamo, in modo più dinamico rispetto al passato”.

L’atto aziendale di cui parla è stato firmato dal commissario Macchitella. Ma lei entra da protagonista nella seconda fase.
“A me spetta il compito gravoso dell’attuazione. L’atto aziendale è fatto su un disegno preciso: la costruzione della rete, la centralità del paziente, l’orientamento del cittadino. In questa seconda fase daremo all’atto le gambe. Abbiamo già iniziato la microrganizzazione dei processi e a stabilire regole in modo che l’atto non rimanga uno scheletro inanimato, ma risponda alle esigenze del territorio”.

Qual è l’aspetto più importante?
“Quando sono arrivata ho trovato cinque distretti che gestivano i pazienti non in modo equo. In questo mese stiamo riorganizzando tutto il modello territoriale. E in questo modo cercheremo di abbattere l’autoreferenzialità dei primari, che non è cosa semplice. Il grosso limite delle aziende sanitarie è che tendono a creare strutture che servono solo a definire l’importanza dei primario. Il nostro modello è diverso, vogliamo strutture che siano meno autoreferenziali e rispondano di più ai bisogni dei cittadini”.

Un progetto faraonico, non ha paura di scontrarsi con una realtà ormai incancrenita su alcune posizioni?
“Non ho la bacchetta magica per risolvere tutto, ma sono arrivata in un momento in cui i miei professionisti hanno capito che così non reggiamo più, sia dal punto di vista amministrativo, sia da quello sanitario”.

Il punto cardine qual è?
“Cambiare la nostra cultura nei confronti dei cittadini. Per questo stiamo disegnano dei punti unici di accesso integrati, punti in cui i cittadini verranno a inserirsi nei percorsi. Sono stati progettati per dare risposte effettive. Farò un esempio: il punto unico è quel luogo dove il cittadino arriva e dice: ‘ho il diabete che devo fare?’, dall’altra parte ci sarà qualcuno che gli illustrerà il programma e prenderà gli appuntamenti. Lo inserirà in una delle nostre reti. Sembra una banalità ma non lo è. E per dare risposte utili ed efficaci dobbiamo aver organizzato a monte ogni cosa. E’ questo il nostro vero banco di prova. Se riusciremo a fare un punto di orientamento al cittadino che riesce a gestire tutti gli aspetti di complicazione dell’assistenza, vorrà dire che i processi a monte sono stati corretti”.

Quando si parla di Asl non si può non parlare di liste d’attesa. Sembra che tra i cittadini non sia ancora chiaro il concetto che se l’attesa è troppo lunga in un presidio si può andare in un altro della stessa azienda. Come mai?
“Noi ci raccontiamo male e il cittadino tende a orientarsi da solo e ovviamente fa fatica. I servizi sanitari sono difficili da comprendere. Nel piano strategico presentato nei giorni scorsi abbiamo parlato anche di questa non accessibilità ai servizi. Per migliorare sulle liste d’attesa poi abbiamo avviato un progetto di appropriatezza prescrittiva. Ovvero i nostri radiologi attiveranno un tavolo con i medici di medicina generale dove faranno un processo di verifica dei quesiti clinici per richieste diagnostiche. Questo perché spesso le richieste spesso vengono fatte in modo superficiale e senza reale necessità”.

Durante la conferenza dei servizi è stata annunciato che le Asl potranno godere di una nuova autonomia nella gestione dei bilanci. Cosa cambierà?
“Cambierà che non dovremmo più chiedere l’autorizzazione alla Regione per ogni cosa. Il direttore generale potrà fare il direttore e non più il commissario. La cosa positiva è che avremo maggiore autonomia, quella negativa che dovremmo gestirla. Ovviamente il vincolo del bilancio resta ed è serio. Io fin da subito ho attivato meccanismi di controllo molto alti proprio per evitare di superare il vincolo di bilancio. E ho iniziato la riorganizzazione dei processi e del budget. Se riusciamo a garantire la qualità nei servizi risparmieremo. E’ sbagliato pensare che se controlliamo i costi e basta risparmiamo, perché se, ad esempio, la mia rete diabetologica non funziona correttamente e un anziano non viene controllato, avrà sull’azienda costi enormi. Per questo il concetto di qualità non è assolutamente superfluo, oltre ad essere la nostra missione.

E come pensa di bloccare l’emorragia dei cittadini verso altre aziende sanitarie?
“Abbiamo un’emorragia di pazienti perché non rispondiamo concretamente a interventi di bassa complessità. Non trovano posto. Ricostruendo la rete chirurgica possiamo intervenire anche su questo”.

Prima ha detto di non avere la bacchetta magica per cambiare le cose, ma se l’avesse cosa farebbe nell’immediato?
“La prima cosa che farei è ricostruire tutta l’infrastruttura tecnologica di questa azienda. Abbiamo un sistema informatico che fa acqua da tutte le parti. E poi finirei Belcolle. E lo ridisegnerei pure. Con la bacchetta si può. Senza scatenare la fantasia di progetti in campo ce ne sono tanti e veri. Ieri sono andata a sottoscrive con la Regione un accordo per l’apertura delle casa della salute a Ronciglione e Soriano, oggi ho un sopralluogo per la struttura di Bagnoregio. Quello che voglio dire è che questa azienda ha avuto troppi proclami e pochi fatti. Ora si cambia registro”.

 Maria Letizia Riganelli


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22 dicembre, 2015

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