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Viterbo - Polizia - Squadra mobile - Tablet e smartphone venduti a prezzi stracciati - Accertati almeno un centinaio di contratti

“Furbetti della telefonia”, business da centinaia di migliaia di euro

di Stefania Moretti
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Operazione "Business & Friends"

Operazione “Business & Friends”

Operazione "Business & Friends" - La squadra mobile illustra i dettagli dell'indagine

Operazione “Business & Friends” – La squadra mobile illustra i dettagli dell’indagine

Operazione "Business & Friends" - Il capo della squadra mobile Fabio Zampaglione

Operazione “Business & Friends” – Il capo della squadra mobile Fabio Zampaglione

Operazione "Business & Friends" - Il capo della squadra mobile Fabio Zampaglione

Operazione “Business & Friends” – Il capo della squadra mobile Fabio Zampaglione

Viterbo – Almeno un centinaio di contratti stipulati per truffare i gestori telefonici.

Supera i 100mila euro il giro d’affari dei “furbetti della telefonia”: nove indagati per associazione a delinquere finalizzata alla truffa tra le province di Mantova e Crotone (fotocronacaslide).

Un filo rosso che attraversava l’Italia, con l’intento di arricchirsi rivendendo smartphone e tablet avuti grazie ai contratti con Wind, Tim, Vodafone H3G e Teletu (video).

“Professionisti della truffa”, li ha definiti stamattina il capo della squadra mobile di Viterbo Fabio Zampaglione. Tutti o quasi imparentati tra loro: da qui il nome dell’operazione “Business & Friends”. Alcuni, secondo gli investigatori, hanno precedenti alle spalle e sono abituati a vivere di espedienti. Sei calabresi e tre originari del nord Italia. Tra i nove, anche due donne e un cittadino nato in Marocco con cittadinanza italiana.

Una filiera articolata e un’organizzazione impeccabile, con un’attenta suddivisione dei ruoli: c’era chi sottoscriveva contratti multi business e consumer, chi sollecitava il disbrigo delle pratiche, chi andava a ritirare i prodotti e chi li vendeva al dettaglio a metà prezzo o con forti sconti.

Raggiri che richiedevano una buona dose di ingegno e un impegno praticamente a tempo pieno. Gli indagati controllavano i prezzi di iphone, iPad e altri tablet sul mercato per poter calibrare gli sconti. Utilizzavano dati anagrafici o partite Iva di parenti e conoscenti anche chiuse da tempo o scadute per ottenere agevolazioni fiscali.

Difficile per i gestori accorgersene: “Le compagnie sono colossi che si avvalgono di una serie di società per curare l’intera filiera, dalla stipula del contratto alla consegna del prodotto – spiega il dirigente della squadra mobile viterbese Zampaglione -. Stipulano migliaia di contratti al mese e può capitare che notino solo dopo parecchio tempo il raggiro”.

Ai nove, comunque, non è convenuto: l’inchiesta fresca di chiusura del pm Paola Conti li espone al rischio della reclusione da tre a sette anni, in caso di condanna. 

L’indagine della mobile è partita dalla denuncia di un commercialista che, nella primavera del 2014, aveva subito una tentata estorsione da quattro soggetti. Intercettandoli, gli investigatori hanno scoperto che due di loro, zio e nipote, uno (lo zio 42enne) residente a San Benedetto Po (Mantova) e l’altro (il nipote 34enne) a Cirò Marina (Crotone), erano particolarmente attivi nel business delle presunte truffe ai giganti della telefonia.

Dalla fine del 2014, decine di chiamate al giorno per mettersi d’accordo su quali prodotti procurarsi per piazzarli sul mercato. E i contratti stipulati a carico di singoli parenti e amici erano anche cinque o sei al giorno. Un “mercato parallelo”, lo definisce il capo della squadra mobile, emergente dalle intercettazioni. Con siparietti a tratti comici, come quando uno degli organizzatori del business se la prende con l’altro perché aveva preso l’iPhone 6 Plus al posto di quello classico: “Non lo devi prendere, perché non va bene”. I clienti si lamentavano delle dimensioni dell’iPhone Plus, scomodo perché non entrava in tasca; qualcuno aveva messo in giro persino la voce che si piegasse e spezzasse.

E ancora: “Che abbiamo oggi in arrivo?”. “Questa compagnia come chiami ti manda subito tutto…”. Ma qualche inconveniente c’era: “A Cirò ci siamo fatti terra bruciata”, commentano gli indagati. Oppure: “Peccato non sia passata questa richiesta… se passava scialavamo…”. Conversazioni in stretto dialetto calabrese che il capo della mobile ha decifrato personalmente con i suoi collaboratori, dopo tanti anni passati a Crotone.

La banda avrebbe pensato anche ad altre ‘fonti di reddito’: dalle intercettazioni emerge che volevano buttarsi sulle truffe coi tappeti persiani. L’inchiesta glielo ha impedito: ora dovranno solo pensare a difendersi.

Dalla notifica dell’avviso gli indagati hanno venti giorni per presentare memorie o farsi interrogare. Altrimenti aspetteranno le richieste di rinvio a giudizio e l’udienza preliminare.

Stefania Moretti


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9 marzo, 2016

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