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Agrigento - Frode con l'aggravante di aver favorito Cosa Nostra, ma gip e Riesame respingono le richieste d'arresto

Inchiesta rigassificatore, un viterbese tra gli indagati

di Stefania Moretti
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Porto Empedocle

Porto Empedocle

Agrigento – Rigassificatore di Porto Empedocle, indagato un viterbese.

Tra gli 11 imprenditori coinvolti nell’inchiesta che sta scuotendo l’Agrigentino c’è anche lui: Giuseppe Luzzio, 62 anni, viterbese, amministratore delegato di una società del gruppo Enel.

La Direzione distrettuale antimafia di Palermo ipotizza a carico suo e di altre 8 persone l’accusa di frode in pubbliche forniture. Con l’aggravante di cui all’articolo 7 decreto legge 152/1991: “aver agito al fine di favorire l’organizzazione criminale Cosa Nostra”. E’ scritto negli atti dell’inchiesta, che ruota tutta intorno all’appalto per l’impianto di rigassificazione di Porto Empedocle, provincia di Agrigento. Altri indagati rispondono a vario titolo di intestazione fittizia di beni e violazione di sigilli.

I pm della Dda Calogero Ferrara e Emanuele Ravaglioli contestano irregolarità nell’esecuzione dei lavori di costruzione di una scogliera. Varie società, tra cui quella amministrata da Luzzio, concessionaria dell’opera, si sarebbero rifornite di materiale non adatto, prelevato da una società gravata da interdittiva antimafia, la Gest Quarry srl. Gli atti d’indagine parlano di “stratagemmi per nascondere la scarsa qualità del materiale”. In mano, i sostituti procuratori hanno la relazione tecnica di un consulente che definisce quel tipo di roccia calcarea “inidonea all’impiego nel settore delle costruzioni”.

Tra gli indagati, anche i proprietari e gestori di fatto della Gest Quarry: Giuseppe Scariano, Salvatore Scariano e Antonio Sgarito, “soggetti ritenuti vicini alla organizzazione criminale Cosa Nostra”, stando a quanto riportato nell’ordinanza del gip di Palermo Alessia Geraci, che ha respinto le richieste d’arresto avanzate dai magistrati. Idem, il tribunale del Riesame: dopo il no incassato dal gip, i pm hanno fatto appello, ma neppure per il tribunale della libertà c’erano gli estremi per disporre l’arresto degli indagati.

L’indagine, interamente seguita dalla squadra mobile di Agrigento, nasce dalle dichiarazioni dell’ex sindaco Paolo Ferrara. Gli inquirenti ipotizzavano intrecci tra politica e imprenditoria: sul piatto, secondo le dichiarazioni dell’ex primo cittadino sintetizzate nelle carte, “una somma di denaro pari a un milione di euro messa a disposizione dall’Enel, quale finanziamento illecito della campagna elettorale per il rinnovo dell’Ars e l’elezione del presidente della Regione”. La squadra mobile ha scoperto contatti stretti e frequentazioni tra le persone indicate da Ferrara, politici da un lato, aziende esecutrici dei lavori dall’altro. Ma di tangenti da funzionari Enel a politici, nessuna traccia: l’ipotesi iniziale degli investigatori non ha trovato riscontro nelle indagini.

Stefania Moretti


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30 maggio, 2016

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