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Regione Lazio - Festa della Repubblica - Non toccherà i principi fondamentali, ma l’assetto organizzativo dello stato e delle regioni

“Voterò sì alla riforma costituzionale”

di Riccardo Valentini - Consigliere regionale del Pd
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Riccardo Valentini

Riccardo Valentini

Viterbo – Il 2 giugno è conosciuto come la festa della Repubblica, una Repubblica che quest’anno compie 70 anni.

E’ il giorno in cui si tenne il referendum per scegliere se la forma del nostro Stato avrebbe dovuto essere ancora monarchica oppure repubblicana.

Il giorno in cui venne anche eletta l’assemblea costituente chiamata a scrivere la nostra carta costituzionale.

In 25 milioni si misero in fila, emozionati e in paziente attesa, davanti ai seggi elettorali per esprimere il proprio voto e decidere sull’assetto istituzionale e sul futuro dell’Italia.

Da quel 2 giugno del 1946, la Costituzione è stata modificata più volte (15 per l’esattezza) senza mai toccare i principi fondamentali voluti dai padri costituenti (art 1.-12), ma sempre nelle parti più operative.

Anche la prossima modifica costituzionale non toccherà i principi fondamentali, ma l’assetto organizzativo dello stato e delle regioni.

Tuttavia in qualche modo questo momento di normale democrazia, a cui abbiamo partecipato più volte come cittadini, si colora oggi di un clima di tensione, divisivo per il paese, favorevoli e contrari, ingaggiati nella battaglia del muro contro muro.

Peggio ancora, l’anti e il pro Renzi, come alcuni già paventano. Eppure si tratta di un appuntamento talmente tanto importante che, fermo restando le scelte che ciascuno di noi potrà fare al momento del voto, dovrebbe unire almeno su un punto: la riflessione e la partecipazione ai temi di enorme portata che i quesiti referendari porranno ai cittadini.

Ed è su questo punto, indipendentemente da un sì o da no, che dovremmo concentrarci in vista del referendum, coinvolgendo innanzitutto la società civile in tutti i suoi aspetti.

Per questo motivo io credo che i comitati referendari – fermo restando il ruolo e le attività del Partito democratico cui do il mio pieno sostegno – debbano nascere al di fuori dei partiti ed essere luoghi veri di dibattito e informazione dove i cittadini possano portare i propri dubbi, le proprie aspirazioni, le proprie idee di cambiamento senza doversi per forza schierare con le forze politiche che sostengono o meno la riforma costituzionale.

Io personalmente voterò Sì alla riforma costituzionale. Questa è la convinzione che mi sono fatto a oggi, ascoltando le ragioni di chi è a favore o contro.

Voto Sì senza “tradire” i valori della Costituzione e quelli della Resistenza che sono e restano senza alcun dubbio l’asse portante, il fondamento di cui non si può fare assolutamente a meno.

Il punto di riferimento del nostro dettato costituzionale e della democrazia. Di una Repubblica che ci ha fatto uscire dalla guerra e dal fascismo. Una Repubblica democratica che è stata ed è sinonimo di libertà. Fino alla recente legge sulle unioni civili.

Occorre però – come i padri costituzionali insegnano – sviluppare la carta costituzionale, agganciandola a quella che il giurista Mortati chiamava, con splendida intuizione, “Costituzione materiale”, vale a dire il tessuto sociale del Paese che cambia e si trasforma e lo fa sempre più rapidamente.

Questo, a mio avviso, è il nucleo centrale della nostra carta costituzionale. La volontà dei padri costituenti di rendere viva e in stretto rapporto con il quotidiano la Costituzione senza mettere in discussione la forma repubblicana racchiusa soprattutto nei primi 12 articoli.

E se vogliamo salvaguardare i valori e le regole della Costituzione dobbiamo fare quel salto che il referendum suggerisce, agganciando la Repubblica alla società, la democrazia alla vita reale e concreta delle persone, ai loro bisogni.

Non un salto nel vuoto, ma un salto in avanti e nel futuro. Prima che sia troppo tardi. Voto Sì perché in primo luogo questa riforma ci avvicina alle grandi democrazie europee ed io credo fortemente in un governo unico dell’Europa.

Per noi, e soprattutto per i nostri figli. Il bicameralismo “perfetto” è una caratteristica tutta italiana, nato in un momento difficile di ricostruzione del Paese dopo il regime fascista, ma oggi ampiamente inefficiente.

Non c’è rischio per la democrazia e non mi sembra che l’attuale bicameralismo renda più democratico il paese. I senatori eletti duplicano lo stesso lavoro dei colleghi alla camera, con il risultato che il tempo medio di approvazione delle leggi è di circa 600 giorni.

Il ricorso ai decreti legge è diventato l’unico strumento di esercizio del dovere costituzionale di governo. I conflitti costituzionali Stato – Regioni paralizzano il lavoro della Corte Costituzionale a partire dalle legittime richieste del singolo cittadino e delle imprese fino agli organi territoriali.

Il nuovo Senato non si occuperà di materie statali, se non in alcuni punti e con nuove modalità, ma soprattutto di argomenti regionali. Si taglieranno luoghi che ormai rappresentano un duplicato dei seggi della Camera.

Il Senato diventerà infatti un organo rappresentativo delle autonomie regionali, composto da cento senatori (invece dei 315 attuali).

Quindi vi parteciperanno senatori regionali eletti in concomitanza con le elezioni dei consigli regionali e che quindi dovranno lavorare di più essendo eletti in entrambi gli organi (non mi sembra un male), ma pur sempre eletti dai cittadini (da qui non capisco la polemica sulla democrazia elettiva).

Il ricorso ai decreti legge del governo dovrà quindi essere molto ridotto, in quanto con una camera legislativa i tempi si accorciano e dunque, contrariamente ad oggi, si rafforza la democrazia parlamentare.

Il ricorso alla Corte Costituzionale per stabilire ad esempio la validità di un piano paesistico regionale o simili (cosa del tutto italiana), verrà portata direttamente in discussione e deliberazione del nuovo Senato (clausola di salvaguardia).

Di fatto stiamo applicando quanto succede in tutte le democrazie europee. Saranno poi modificati i rapporti tra Stato e Regioni, rendendo quest’ultime più efficienti e a diretto contatto con i cittadini.

Infatti, con la riforma, una ventina di materie torneranno alla competenza esclusiva dello Stato. Tra queste: l’ambiente, la gestione di porti e aeroporti, trasporti e navigazione, produzione e distribuzione dell’energia, politiche per l’occupazione, sicurezza sul lavoro, ordinamento delle professioni.

Verrà inoltre abolito il Consiglio Nazionale per l’Economia e il Lavoro, attualmente composto da 64 consiglieri. Si tratta di un organo costituzionale che credo non abbia brillato per efficienza e supporto alle politiche del Paese.

Con un costo di 20 milioni l’anno ha prodotto in 60 anni solo 14 proposte di legge nessuna delle quali è stata approvata dal Parlamento. E’ questa la costituzione che vogliamo difendere ?

In sintesi, credo che il confronto sulla reale sostanza delle modifiche costituzionali sia oggi quanto mai necessario, lasciando stare Renzi e il governo, ma pensando al bene dei cittadini. È anche un’ occasione per ridiscutere il senso della rappresentanza politica e il ruolo dei partiti.

Non mi sfugge il combinato disposto di una nuova legge elettorale, ma al di lá delle rendite di posizione (vedi Berlusconi prima favorevole alla lista di partito ora completamente contrario, quando i sondaggi portano Forza Italia al suo minimo storico), è opportuno che i cittadini si esprimano sulla modalità delle elezioni dei propri rappresentanti coniugando la diversità delle idee con la necessita di governare per cambiare la vita dei cittadini.

Aspetti fondamentali che richiedono un dibattito e un approfondimento che vada appunto oltre il referendum stesso per immaginare l’applicazione di una riforma decisiva che sia il più vicino possibile alle esigenze dei cittadini e della società italiana.

L’occasione per fare della Costituzione, troppe volte – nel corso degli anni – disattesa, il cuore pulsante del nostro paese.

Dando alle persone la possibilità di partecipare attivamente alla sua vita e di incidere sulle decisioni da adottare in modo chiaro e trasparente. In un modo tale che la voce dei cittadini sia veramente la voce che determina l’andamento delle istituzioni e le scelte da fare, nell’interesse di tutti e non solo di una parte.

Cosa e come sarà l’Italia del futuro, l’Italia dei nostri figli, lo decidiamo noi.
Ecco perché è importantissimo che i comitati referendari siano espressione della società civile. Un luogo dove promuovere incontri.

Un punto di riferimento dove costruire fin da subito un nuovo Paese, fondato sulla Costituzione e sulla partecipazione alla vita pubblica, in ogni suo aspetto. Un appello a rendersi protagonisti di una scelta che segnerà un percorso di rinnovamento che non si può limitare a dibattiti televisivi o stanze chiuse.

In questa direzione mi metto a disposizione per realizzare un comitato referendario per il “Sì”, aperto a tutti, largo nelle opinioni ma soprattutto un luogo di approfondimento e studio a disposizione di chi oggi ancora crede nelle istituzioni, nella Repubblica, nella democrazia. E nella capacità di riformare la società attraverso l’impegno politico.

Riccardo Valentini
Consigliere regionale Pd


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2 giugno, 2016

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