Viterbo – (g.f.) – “I miei figli sono cresciuti in mezzo ai mitra, non facile come vita”.
Non semplice, ma è la vita d’un pezzo d’Italia che a piazza del Gesù si racconta. Il protagonista è Giancarlo Caselli, magistrato, passato durante la sua carriera dalla lotta al terrorismo alla mafia.
A Ombre festival parla del suo libro “Nient’altro che la verità”, intervistato da Massimo Pistilli e Andrea Gasbarri, avvocati.
Ripercorre anni difficili, parla della mafia. Oggi non più solo al Sud Italia. “Si espande – ricorda Caselli – verso il Centro e il Nord il Paese per riciclare il denaro investendo”.
Un racconto puntuale sul suo libro, un omaggio alla sua famiglia. Che lo ha supportato, vivendo in condizioni complicate.
“E’ un modo per dire loro grazie, a mia moglie e ai miei figli. Vive con la scorta dal 1974, quando le brigate rosse sequestrarono un magistrato e ancora oggi abbiamo la scorta”.
Che si salva la vita. Almeno quattro gli attentati subiti o sventati per un soffio. “La scorta ti salva la vita – racconta Caselli – ma te la cambia, rendendola più complessa. I miei figli sono cresciuti in mezzo ai mitra, non facile. Fuori dall’ufficio ero solo libero di respirare. Il resto lo decideva tutto la scorta”.
A Torino si occupa di terrorismo, brigate rosse e prima linea. “Da Torino la trasferta a Palermo – ricorda Caselli è stato come se dicessi alla mia famiglia, si ricomincia daccapo. Di male in peggio, stavamo andando nelle fauci del leone”.
La moglie è stata parte importante nelle scelte professionali del magistrato.
“Scherzando spesso glielo dico: Laura, chi è causa del suo mal pianga se stesso. Quando dovevo consegnare lo scritto per l’esame da magistrato, non ero convinto. Allora eravamo fidanzati, al telefono mi ha detto, no, tu domani lo consegni. Se non farai il magistrato, farai qualcos’altro, ma consegni”.
Così per la scelta del tribunale di Torino. “Avrei preferito una sede come Susa. Lei mi disse che in provincia si vive sotto gli occhi di tutti, una pubblicità costante. Quindi ho accettato di andare a Torino. Ci abbiamo proprio azzeccato…”.
Dal Piemonte alla Sicilia. “Quando arrivo io, era la Palermo magica delle lenzuola bianche – continua Caselli – per affermare la volontà di legalità e togliersi di dosso il gioco terribile della criminalità mafiosa.
Durato per un po’ di tempo. Con risultati imponenti subito dopo le stragi. Solo un dato: 650 ergastoli”.
Quando i magistrati s’insinuano nella zona grigia, tutto cambia. “Finché ci occupavamo di mafiosi di strada come Riina, tutto bene. Quando cambiamo direzione tutto si modifica. Partono attacchi, strategia della delegittimazione della magistratura e i risultati a portata di mano si allontanano”.
Un copione noto. “Stessa esperienza di Falcone e Borsellino. Noi siamo stati più fortunati. Loro sono eroi. Dopo morti. In vita furono trattati da pezze da piedi, bastonati.
Quando cominciano a occuparsi di mafia e politica, affari, amministrazione, da qual momento non vanno più bene. Parte un uso spregiudicato dei pentiti, le calunnie.
Il grandissimo Falcone dopo la morte, costretto ad abbandonare Palermo. Al ministero a Roma. All’Antimafia. Quella di oggi è la stessa che ha costruito lui.
Noi non siamo stati impediti, ci hanno reso più difficile il percorso”.
Perché mafia non è solo criminalità. “E’ anche coperture, collusioni e complicità con pezzi di legalità, è la zona grigia e ne fa la sua forza”.
C’è la storia, ma nel libro di Caselli è presente anche la foto dell’oggi. “La mafia non si fa notare, fa affari per aumentare la sua forza economica. Meno si nota e meglio opera.
I mafiosi sono ricchi, trafficano armi, rifiuti tossici, si riempiono il portafogli rubando soldi e risorse a noi”.
E i soldi per usarli vanno puliti. “Con il riciclaggio. Investendoli non in un deserto, ma dove il denaro circola, mescolando quello sporco a quello pulito”.
Dove? “Al Centro e al Nord Italia. Si espande.
Verso il Centro e il Nord il Paese. E non c’è da stupirsi, è come se ci stupissimo dell’acqua che bagna. L’acqua bagna, bisogna aprire l’ombrello.
Ma oggi lo fanno solo le forze dell’ordine e la magistratura. La politica, gli amministratori, gli operatori dell’informazione e della cultura no, o solo quando lo scroscio è pesante”.
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