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Spettacolo - Intervista all'attore Paolo Rossi uno dei protagonisti di Ci-vita festival

“Città che muore, metafora di decadenza di tante cose”

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Paolo Rossi

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Civita di Bagnoregio – Tra gli ospiti della prima edizione festival “Ci-vita”, che ha aperto i battenti giovedì, c’è anche lui, uno degli attori più versatili del teatro italiano, Paolo Rossi. L’incontro con l’attore questa sera, 27 agosto, alle 21.

Che c’entra uno come Paolo Rossi con “la città che muore”?
“Bella domanda, ci ho pensato un po’… Bisogna tenere conto che Civita di Bagnoregio non la conoscevo, e raccogliendo informazioni dopo che mi fu chiesto di partecipare al Ci-Vita Festival, questa località mi ha davvero affascinato, non vedo l’ora di vederla di persona. Non voglio essere troppo ideologico, non amo esserlo, ma è evidente come una “città che muore” possa essere usata come immagine della decadenza di molte cose, e in particolare del nostro panorama culturale.

Purtroppo, il ventennio d’oro della televisione commerciale ha trasformato gli spettatori tutti in telespettatori; la televisione propone delle dinamiche comunicative specifiche che hanno portato ad una riduzione del livello di attenzione delle persone, che oggi non supera i tre minuti. E questo ha reso il nostro lavoro, di tutti quelli che come me fanno teatro dal vivo, molto più difficile; mantenere sempre l’attenzione viva è massacrante. Ma bisogna farlo.
Una città muore anche quando nessuno dei suoi abitanti va a teatro, al cinema, ad un concerto, quando nessuno accoglie gli artisti di strada e i commedianti dell’arte, quando lo spettacolo è solo quello del piccolo schermo. La televisione ha minato alle basi del nostro lavoro e dobbiamo tenerci in equilibrio con forza, come una città in bilico su un monte che rischia di scivolare via.

Ho visto un’altra città che tuttora, purtroppo, rischia di morire. L’Aquila. Tornando all’Abruzzo: mi invitarono ad una festa l’anno dopo il terremoto; io e il mio chitarrista abbiamo visto da lontano la desolazione del centro storico, coperto di macerie. Non fu una serata fortunata dal punto di vista tecnico, perché dopo pochi minuti di spettacolo cominciò a piovere. Allora ci infilammo tutti, noi e il pubblico, sotto un tendone stile festa dell’Unità; eravamo tutti ammassati e addirittura una ragazza mi teneva il microfono perché nel casino del trasferimento si erano perse alcune cose.
E’ stata una delle serate più belle che abbia mai fatto, naturalmente con quella buona dose di delirio organizzato che adoro. E ho percepito il bisogno di quelle persone di trovare una parola di conforto anche tramite le battute forti di un comico. Insomma ci sono diversi modi per non far morire una città, al di là dei problemi geologici… Io e molti miei colleghi di teatro ne portiamo avanti uno”.

Però Civita di Bagnoregio l’aveva sentita nominare?
“Sì, più volte, anche nei documentari, vista la sua particolarità. Ho frequentato poco la zona attorno a Viterbo e Bolsena, e le poche volte in cui ci sono passato è stato magari per qualche data estiva. Purtroppo mi capita spesso di non aver tempo di visitare i luoghi dove recito, poiché spesso le tournée, per nostra grande fortuna e sfortuna, sono serrate e distribuite su una grande porzione di territorio, soprattutto d’estate, e tra città distanti tra loro molti chilometri. Purtroppo a volte mi ricordo più del ristorante o dell’albergo… Oltretutto il più delle volte arrivo in teatro o nella piazza a ridosso dello spettacolo, e quindi è sempre buio”.

E il resto del territorio della Tuscia?
“Vale come per la risposta precedente. Frequento spesso l’Umbria, che è lì vicina; sono stato ospitato molto tempo a Spoleto per delle regie di opere liriche, conosco molto bene quella zona, e spesso mi trovo a passare periodi di relax/lavoro attorno a Gubbio. Decisamente l’incontro di sabato sarà un’ottima occasione per cominciare a scoprire la Tuscia partendo da Civita di Bagnoregio”.

Il festival vuole essere anche un momento di confronto e condivisione di esperienze legate al piacere dell’enogastronomia: quanto è importante il cibo nei suoi lavori e nella sua vita?
“Io passo la maggior parte della mia vita in tournée, viaggiando attraverso tutta l’Italia e a volte anche all’estero. Per questo in ogni luogo non posso non apprezzare le meraviglie gastronomiche che offre questo paese, e sono davvero tantissime. Certo, spesso si tratta di toccate e fughe, soprattutto nei borghi piccoli. Ma normalmente gli organizzatori hanno sempre l’accortezza di consigliare un ristorante, una trattoria, o un agriturismo dove servono prodotti e cucina locale. Quindi, a conti fatti, credo di aver assaggiato quasi tutti i piatti tipici, di alcune regioni intere di sicuro. Con il vino ho meno dimestichezza, non l’ho mai apprezzato veramente. Questione di gusti. Spesso torno negli stessi ristoranti, quelli dove mi trovo bene, perché quando stai in giro per mesi, ritrovare per qualche giorno delle facce amiche è un po’ come tornare a casa.

Nel mio lavoro l’enogastronomia ha un valore relativo, poco pregnante dal punto di vista drammaturgico; era una buona componente del mio spettacolo Rabelais, ispirato al Gargantua et Pantagruel, ma si trattava di una componente già ben presente nel testo di Rabelais. Sono più gli aspetti, diciamo, esterni, a influenzare il mio lavoro: ricorderò sempre uno dei miei primi spettacoli da “stand up commedia”, alla Festa dell’Unità di Ravenna. Stavo sul palco, comincio il mio spettacolo e dopo due minuti, da un altoparlante dietro di me si sente urlare “E’ cominciata la lotteria del maiale!” e di cinquanta spettatori che c’erano, non ne è rimasto nessuno…. Oppure, per fare un altro esempio, vi sfido a fare un monologo di un’ora e mezza dopo aver mangiato una fetta di salama da sugo a Ferrara, la città dove ho passato l’adolescenza…

Un’altra cosa interessante è un aspetto di cui parlo spesso con i miei collaboratori, e di cui parlavo molto con il mio amico Gianmaria Testa, che purtroppo è venuto a mancare da poco. Spiego: ho detto che siamo sempre in tournée, è vero. Ma proprio per questo stiamo tantissimo sulle strade e soprattutto sulle autostrade. Oltre naturalmente al fatto che per questo dovevano farci pagare l’Imu sul tratto Lodi – Piacenza dell’A1, potremmo fare una Guida Michelin degli Autogrill. Non avete idea di quante opinioni che raccogliamo in continuazione: credo si tratterebbe di una guida molto divertente, ma non è detto che non decida di farla a breve.

C’è un film o un’opera d’arte di altri con richiami al cibo che lei ama particolarmente?
“C’è un film che adoro: La grande abbuffata, di Marco Ferreri. Al di là del cast fenomenale, si tratta di un film con un componente teatrale molto forte, da performance teatrale a volte. E la sua base drammaturgica è meravigliosa, e feroce allo stesso tempo, “mangiare fino a morire”. E’ un meccanismo terrificante, ma che ricalca molti schemi drammaturgici cari al teatro contemporaneo. Pochi lo capirono davvero ai tempi in cui uscì nelle sale. Un po’ antitetico rispetto allo spirito del ‘Ci-Vita’, in effetti”.


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27 agosto, 2016

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