Viterbo – In attesa di “Egidio 17 – Viterbo 1517-2017”, Antonello Ricci e Davide Ghaleb Editore presentano
“Le passeggiate di Egidio 17”, passeggiate/racconto alla riscoperta della Viterbo umanistica e rinascimentale
Secondo appuntamento, sabato 17 settembre: Le favole di Annio, Viterbo, il suo “lutto”: Poetica del risarcimento identitario nelle narrazioni pubbliche di
Annio da Viterbo e i suoi seguaci
La nuova passeggiata/racconto di Antonello Ricci sulle tracce del frate falsario che al tramonto del Quattrocento fece di Viterbo la capitale di una mitica Etruria e la culla di tutta la civiltà occidentale.
Appuntamento alle 17 nel Cortile di palazzo dei Priori (piazza del Comune). Il racconto itinerante si snoderà tra il portico e il cortile di palazzo dei Priori per poi salire al piano nobile, tra sala Regia e del Consiglio
Letture Pietro Benedetti
Percussioni Roberto Pecci
Racconta e conduce Antonello Ricci
Evento organizzato in collaborazione con
Comune di Viterbo e
Biblioteca Consorziale di Viterbo*
Il biglietto per la partecipazione consiste nell’acquisto di un volume a scelta dal ricco catalogo di
Davide Ghaleb Editore
* Ai partecipanti verrà fatto omaggio di un numero a scelta di Biblioteca & Società, rivista edita dalla Biblioteca Consorziale di Viterbo
Quale Viterbo, di Antonello Ricci
Quale Viterbo trovava Annio, facendovi rientro nel 1489, dopo un’assenza di oltre vent’anni?
Riavvolgiamo il nastro della storia.
Alla fuga dei Papi verso Avignone e all’elezione del francese Martino V (1281) erano seguite scomuniche, interdetti e ammende acerbissime. Maturando i frutti delle velenose discordie interne Viterbo aveva così patito le ingiurie – e le congiure – di una storia mediocre. Soffrendole però come un giovane che non riesca a confessare ad alta voce una sconfitta, a esorcizzare una cocente umiliazione. E che, tacendo, le cresca a dismisura in sé.
Al di là di certi parossismi partigiani, politici e militari insomma, Viterbo s’era zittita. Nel suo modesto riserbo aveva pianto: e atteso che qualcuno giungesse a sublimare quella ferita aperta, quel dolore irriflesso, a renderli accettabili e superati in una presa di distanze, nel riscatto dal lutto. La città tutta s’era disposta a qualunque palliativo: magari in forma di favola.
Ed era proprio questo il pericolo più grave. Poiché chiusa a riccio nel proprio dolore Viterbo sragionava. Passarono tutto il secolo XIV e buona parte del XV.
Annio trovò dunque un maldigerito, inquieto miscuglio antropologico: la necessità di far convivere nel simulacro di un’unica identità i residui del mai sopito orgoglio comunale con la ratio obbligata d’una fedeltà statale al Patrimonio al papa a Roma, necessaria ormai come ossigeno ai polmoni.
Il fatto è che da tempo Roma aveva vinto. E del duello di superficie, quello tra istituzioni visibili, non restavano che vestigia a livello del simbolico.
Per ridimensionare il velleitario municipalismo di cui parliamo, basterà scorrere le frequenti perorazioni rivolte proprio in quegli anni dai priori ai papi, affinché sollevassero la città da qualche onerosa tassa; oppure si tenga a mente quando nel 1510 il rettore pontificio Francesco della Rovere, spazientito dalla lungaggine della fabbrica per il futuro palazzo del governo (iniziato cinquant’anni prima), intimava di fatto ai priori – solo la forma era quella di una preghiera – di trasferirsi nel non-finito edificio nuovo, per insediarsi lui nel vecchio: dirottandosi cioè su sede forse non altrettanto consona al ruolo ma certo meno esposta al rischio di fastidiosi spifferi, tra ponteggi e muratori, e relativi colpi della strega.
Succede così ancora oggi che le decisioni orgogliose di un «Libero Comune», discorsi interpellanze votazioni, riecheggino per aule destinate in origine ad omaggiare il delegato di un potere lontano.
Viterbo insomma si era ormai ridotta a capoluogo del Patrimonio di San Pietro: subalterna città curiale i cui destini la politica le carriere notabili erano partita che si giocava altrove e per altri giocatori. Nella capitale vera d’un vero stato.
Tale limacciosa realtà, intrisa com’era di torbidi e patetici rimpianti, trovò dunque Annio al suo ritorno. Resterebbe qui da stabilire se il frate l’abbia respirata subito – insieme con l’aria frizzante della città – mentre sfaceva il bagaglio nella sua cella a Santa Maria in Gradi. Quell’acceso convegno di pulsioni contrastanti e inconfessate.
Quel conflitto tutt’altro che spento nell’immaginario cittadino. Quel contrasto creduto – per qualche insondabile motivo – non ancora estinto: tra ragion di stato pontificia e fegato pulsante peperino.
Dovette comunque esser proprio tale contesto di conti non saldati, d’incongruità rimosse a stimolare le prime visioni antiquarie del domenicano, a spingerlo alla sfida: temperare i due opposti, celebrare il proprio decaduto municipio, fermo restando il quadro di un’irreversibile egemonia romana. Dovette esser sotto questo cielo assai fosco che Annio sentì spronarsi alle sue baie.
A costruirsi da zero in meno di due lustri quell’erudizione vastissima e indigesta, quell’irredento reliquario di nozioni, zeppo di storia viterbese da una parte e dall’altra di una cultura classica tutta approssimata (per quanto, nel complesso, più che adeguata al volo delle sue fantasie).
Erudizione indispensabile se si voleva imporre Viterbo capitale di una rassicurante Etruria mai esistita, nel regesto di una riscritta storia dell’universo mondo.
Accadeva dunque che un frate di quasi sessant’anni e con una pur rilevante carriera teologale alle spalle si mettesse a fare il falsario. E proprio come tale ottenesse il suo spicchio d’immortalità nel cosmo della storia di ogni tempo.
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY