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Viterbo -

La banda del racconto spegne la sua quarta candelina

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Riceviamo e pubblichiamo – L’idea? Chiara-chiara, come acqua fresca. L’uovo di colombo. Andare in cerca di racconti. Snidarli (“rubarli”). Trasformarli poi in qualcos’altro (un libro?, uno spettacolo?, una mostra?). Ma sempre sulla base di un patto etico-creativo stipulato con uomini e donne che si fidano di noi: tanto che i loro racconti ce li affidano. E si badi: per un essere umano, per ogni essere umano, le storie che racconta sono la sua stessa vita.

Si torna infine a restituirli pubblicamente, questi racconti, come nel più classico degli psicodrammi (con maturazione degli interessi, quindi): di fronte alla comunità. Nel cui seno rientrano perciò patrimonio vivente arricchito.

La Banca del Racconto spegne quest’anno la sua quarta candelina. Un bilancio quindi, per quanto provvisorio, potrà essere utile. Qualche dato.

I luoghi, anzitutto. Latera, Cellere, Farnese. Viterbo, Corchiano, Caprarola. Vetralla, Tuscania, Vejano. Tarquinia e Montalto di Castro. Quattro anni, undici centri. Un capoluogo e dieci cittadine. Come dire: un sesto delle realtà urbane di questa Provincia. Niente male.

Poi ci sono le storie. Tanto Novecento, ovviamente. Con tutte le sue ferite e relative cicatrici, con le sue metamorfosi e le sue accelerazioni, con le derive e aberrazioni del suo “progresso scorsoio” (Zanzotto, poeta, docet). Ma, dappertutto, anche il sussurro di tempi e di memorie infinitamente più remoti. Fiabe intorno al fuoco, capanne da pastori e altre storie di un mondo contadino “estintosi” di colpo, come i dinosauri.

Teatro dialettale poi, storie di vita e povertà, acque locali vissute come risorsa e come cultura. E ancora: terremoti, sfollamenti, bombardamenti. Infine, in questo 2011, il regime millenario del latifondo e la liberazione delle terre. In Maremma.

Quanto alle restituzioni. Tre bei libri pubblicati, uno in allestimento, uno pronto ma condannato al cassetto (eh sì, perché in giro ci sono anche sindaci molto più bravi a chiacchiere che a fare fatti); e ancora tre conferenze, cinque spettacoli, tre reading, due mostre.

Niente male. Da quattro anni facciamo praticamente nozze coi fichi secchi. Ne andiamo orgogliosi, certamente. Con un solo rammarico (per quanto lieve, una volta tanto non voglio tacerne): idee analoghe alla nostra, in altre regioni d’Italia hanno meritato cospicui finanziamenti e attenzione istituzionale, copertine del venerdì di Repubblica, le cure di un editore quale Einaudi (oooooh!, sia chiaro, noialtri del nostro “santissimo” Davide Ghaleb andiamo orgogliosi!). Morale della favola: eh sì, anche a noi, qualche volta, questa nostra amata Tuscia sta un po’ stretta.

Antonello Ricci


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16 dicembre, 2011

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