Rigopiano – Ventinove morti e undici superstiti. E’ l’epilogo della tragedia dell’hotel Rigopiano, spazzato via da una spaventosa valanga di neve nel tardo pomeriggio di mercoledì 18 gennaio.
Intorno alle 23 di ieri i vigili del fuoco hanno tirato fuori da quel groviglio di macerie, neve, tronchi d’albero e detriti i corpi senza vita degli ultimi due nomi ancora presenti sulla lista dei dispersi, che comprendeva ventotto ospiti, di cui quattro bambini, e dodici dipendenti dell’hotel.
La tragedia si chiude con questo bilancio: ventinove vittime e undici sopravvissuti, compresi i primi due scampati alla valanga, il manutentore e l’ospite, a cui si deve il primo allarme sull’accaduto.
Gli ultimi due corpi a riemergere dalle macerie dell’albergo appartengono a un uomo e a una donna, che adesso attendono di essere ufficialmente identificati dai loro cari.
Il silenzio aveva accolto a Rigopiano i soccorritori, a partire dai quattro scialpinisti del soccorso alpino giunti per primi sul posto all’alba di giovedì, raggiunti solo dopo molte ore da una colonna di uomini e mezzi preceduta da una turbina spazzaneve. Nessun segno di vita, nessun lamento, nessuna voce. Nell’incertezza avevano cominciato a sondare la neve, a cercare punti di riferimento, a scavare. Dopo un giorno di sforzi nessun risultato. Le loro forze si erano allora moltiplicate quando nella giornata di venerdì 20 gennaio avevano dapprima raccolto i primi segnali di vita, quindi proceduto al salvataggio di tutti e quattro i bambini sulla lista dei dispersi e di una madre. A seguire, salvi anche altri quattro adulti.
Il numero dei sopravvissuti era destinato a fermarsi lì. Nei successivi cinque giorni, mentre dall’hotel Rigopiano riemergevano solo morti, la procura di Pescara procedeva alla ricomposizione del mosaico di incomprensioni, incertezze ed errori verificatisi nella catena di comando. “Al momento non ci sono indagati”, ha spiegato il pubblico ministero Cristina Tedeschini, ma intanto è stata ascoltata la filiera dei funzionari che ha risposto agli appelli nella sala operativa della Prefettura.
Saranno le autopsie a dover dare le risposte decisive su dove indirizzare le responsabilità. Per Domenico Angelucci, medico legale di parte, esiste un caso di morte per assideramento: “Non ci sono segni di traumi né di asfissia come emorragie congiuntivali”. Se l’analisi fosse confermata, vorrebbe dire che per D’Angelo un soccorso tempestivo avrebbe significato la sopravvivenza. Ipotesi respinta dalla pm Tedeschini: “Non ci sono casi in cui la causa esclusiva è l’ipotermia. Le prime sei autopsie hanno evidenziato dinamiche di decesso diverse l’una dall’altra. In alcuni casi, ci sono state morti immediate per schiacciamento, in altri casi ci sono stati decessi meno immediati con concorrenza di cause temporalmente assai prossime: schiacciamento, ipotermia e asfissia”.
Il procuratore Tedeschini ha intanto parlato di acquisizioni importanti di documenti: già raccolto in regione il materiale elettronico, ora si è presa visione della parte cartacea. Non il piano valanghe, per il semplice fatto che non esiste. “Ad oggi la elaborazione di tale importante strumento, a causa della esiguità dei fondi da dedicare all’attività di censimento e ricerca, riguarda una piccola parte del territorio regionale montano”, è quanto si legge sul sito della protezione civile regione Abruzzo in merito alla redazione della “Carta di localizzazione dei pericoli di valanghe”, prevista dalla legge del 1992.
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