Viterbo – “Un lavoro fatto di umanità e giustizia”.
Maurizio Federici ha passato 41 dei suoi 65 anni a fare l’ufficiale giudiziario. Una professione che ha portato avanti con dedizione e impegno, trasferendo, come lui stesso afferma, tutti i valori in cui crede nelle sue attività di tutti i giorni.
Dal primo dicembre è in pensione, ma conserva ricordi belli della sua carriera. Il 23 febbraio alla corte d’assise del palazzo di giustizia saluterà amici, colleghi, giudici e avvocati che hanno segnato questo lungo percorso della sua vita.
Come ha iniziato?
“Lavoravo già in tribunale – racconta Federici – come impiegato per gli ufficiali giudiziari quando, a un certo punto, feci il concorso. Lo vinsi, ma era nazionale, e venni trasferito alla pretura di Saronno. Ci rimasi per un paio di anni e poi, siccome a Viterbo aumentavano il numero dell’organico, fui di nuovo richiamato e, dal 1980, sto qui. Da questo punto di vista, sono stato fortunato perché ho lavorato a casa”.
In cosa consiste la sua professione?
“La maggior parte del lavoro, almeno allora, perché ora sono cambiate tante cose, stava nella notificazione di tutti gli atti, civili, penali e amministrativi. Poi ci sono i protesti delle cambiali e degli assegni e il pignoramento che può essere fatto sui beni mobili, presso terzi, quello classico degli stipendi e del conto corrente e, infine, quello immobiliare quando il debito è molto alto. Con la vendita si soddisfa il debito”.
E poi lo sfratto…
“Sì, che può essere per un contratto di locazione finito o, nel 90 per cento dei casi, per morosità di chi non paga più l’affitto. Prima capitava che ci fossero persone che vivevano al di sopra delle proprie possibilità, ora invece, sempre più spesso c’è chi ha sempre pagato e, con la perdita del lavoro, magari si ritrova a perdere anche la casa e a non poter pagare più l’affitto. Non per colpa loro, dunque, ma per il nuovo contesto economico. Ecco perché, oggi più che mai, questo è un lavoro che va fatto con particolare umanità perché, spesso, si entra nella sfera personale di una famiglia e quindi servono discrezione e delicatezza”.
C’è stato qualche momento difficile o qualcosa che non le è piaciuto fare?
“Ho sempre cercato di agire, come dicevo prima, con umanità e, al tempo stesso, con giustizia, perché non si può dimenticare che se da una parte c’è un debitore, dall’altra c’è il creditore che potrebbe essere per esempio un anziano che dopo essere andato in pensione, con la liquidazione, si è comprato una casetta per arrotondare. Ci vuole quindi equilibrio per fare giustizia con umanità, pensando a entrambe le parti”.
Si è mai sentito a disagio?
“Certamente, una volta ho dovuto fare un pignoramento presso terzi a un operaio della ceramica nella zona di Civita Castellana che aveva un debito di migliaia di euro e che non aveva fatto per comprarsi una macchina grande, ma per curare il figlioletto colpito da una malattia gravissima. Non fa piacere…”.
Un momento bello della sua carriera?
“I momenti belli sono quelli di adesso, quando mi capita di passare nei paesi dove ho lavorato e incontrare persone che hanno avuto a che fare con me e che, con gioia, mi salutano. Significa che ho agito bene se chi ha “subìto” il mio intervento dice di essere contento di vedermi o che si sentirà la mia mancanza in tribunale”.
Le è dispiaciuto andare in pensione?
“Dopo 41 anni di servizio, ero abituato a un ritmo non indifferente, perché l’ufficiale giudiziario ha un ordinamento a parte per cui non ci sono orari di lavoro o straordinari. Dobbiamo fare degli atti e far sì che non scadano perché siamo responsabili diretti. Si lavorano minimo dieci ore al giorno tra ufficio e trasferte anche di centinaia di km e sempre con la propria macchina”.
Se non avesse fatto l’ufficiale giudiziario, cosa avrebbe fatto?
“Onestamente non mi sono mai posto il problema. Mi sono trovato in questo lavoro e l’ho fatto… quindi non lo saprei dire…”.
Dunque ha fatto qualcosa che le piaceva?
“In un primo momento, mi sembrava un lavoro particolare, poi, per come ho agito, l’ho fatta diventare una professione adatta a me”.
Ora ha tanto tempo libero…
“Non so come facevo prima a fare il mio lavoro, il consigliere comunale e il volontario all’Avis. Ci sono stati periodi in cui mi è capitato di andare in tribunale alle 6 di mattina per fare degli atti, poi raggiungere la commissione, quindi andare in tresferta a Fabrica di Roma poi di nuovo in tribunale e magari di sera andare al consiglio dell’Avis. Non so dove trovavo il tempo… ma l’ho fatto. Ora, non mi sono messo in poltrona, perché porto avanti il mio impegno all’Avis, a cui tengo moltissimo, poi vado a correre senza orari, e ho anche il listino della spesa visto che mia moglie, fino al 2018, sarà preside a scuola e quindi molto impegnata”.
Ritorna tutto tranne la politica…
“Non saprei quale condominio scegliere…”.
Non si ritrova in nessun partito.
“Chi mi conosce, sa anche quali siano le mie idee e i miei valori che, oltretutto ho sempre provato ad applicare nella mia professione, a partire dalla solidarietà al sostegno alle persone più deboli. Non sono un super eroe, ma guardandomi allo specchio, credo di avere poco da rimproverarmi. Comunque no, non ci sono schieramenti che mi affascinano”.
Come ha salutato il tribunale?
“In realtà ancora non l’ho fatto e il 23 febbraio alle 12 la presidente del tribunale, che ringrazio, mi ha concesso l’aula della corte d’Assise per fare una festa in cui sono invitati amici, colleghi, dipendenti, anche quelli in pensione, avvocati e magistrati con cui ho avuto rapporti sia professionali che umani e che voglio salutare”.
Paola Pierdomenico
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