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Furto con esplosivo al bancomat - La disperazione della famiglia venuta dal Piemonte per assistere il nipote ferito durante un colpo in banca

“Noi giostrai rom discriminati, cacciati dal parcheggio dell’ospedale”

di Silvana Cortignani
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Ospedale di Belcolle - I parenti al capezzale del giovane ferito durante un tentato furto in banca

Ospedale di Belcolle – I parenti al capezzale del giovane ferito durante un tentato furto in banca

I parenti al capezzale del giovane ferito durante una tentato furto in banca

Le zie venute a Viterbo in camper con una quindicina di familiari

Viterbo – “Ci hanno cacciato dal parcheggio dell’ospedale, è la prima volta che succede”. A parlare è lo zio di Max Falletta, il 22enne di San Carlo Canavese, in provincia di Torino, scaricato verso le 3 di notte di sabato con gravissime ustioni al tronco e al volto al pronto soccorso di Belcolle da tre individui incappucciati dopo un tentativo di furto finito male a una banca di Narni. 

Il giovane è stato raggiunto in pieno volto e anche all’addome dalla deflagrazione dell’esplosivo che, nelle intenzioni della batteria di ladri, avrebbe dovuto far saltare il bancomat. Non parla, si trova in coma farmacologico. 

La madre Aurora, 48 anni e tre figli, e una quindicina di parenti, tutti appartenenti a una famiglia di giostrai italiani di etnia rom, sono arrivati sabato sera dal Piemonte, macinando centinaia di chilometri, con due camper. E li hanno parcheggiati nell’area di sosta per i visitatori davanti alla rianimazione, dove sono rimasti fino a martedì, quando li hanno dovuti portare fuori dell’area dell’ospedale. E’ lo zio a parlare per tutti, nel corridoio della rianimazione di Belcolle.

“Venga, venga a vedere com’è ridotto mio nipote e come se ne prende cura la mamma”, dice, indicando la donna seduta al capezzale del figlio: “Non lo lascia solo un attimo”. Nella sala d’aspetto del reparto una sdraio aperta, posizionata in un angolo e attrezzata alla meglio come un letto, con un cuscino e una coperta.

Lo zio inizia a raccontare ed è un fiume in piena: “I carabinieri ci avevano dato il permesso di parcheggiare qui fuori, invece la polizia ci ha fatto allontanare. Siamo una quindicina di parenti, quasi tutte donne. Ci sono la mamma con le sorelle e le nipoti, per assisterlo giorno e notte. Siamo tanti, non possiamo andare in albergo. Noi ci muoviamo sempre in camper. Non c’è verso di allontanare la madre da mio nipote.  Ma almeno farle un brodino, farle fare una doccia. Non possiamo abbandonarla in ospedale. Anche lei ha bisogno di essere assistita. Ieri sera (martedì, ndr) si è sentita male, la dottoressa ha dovuto darle dei tranquillanti”.

E  ancora.

“Stiamo vivendo una tragedia – sottolinea lo zio – chiediamo soltanto di poter tenere almeno un camper nel parcheggio dell’ospedale. Non ci era mai successo prima di venire cacciati. Eppure abbiamo visto che c’è un altro camper nel parcheggio. Ma a noi, che siamo giostrai rom e veniamo da lontano, hanno detto che dovevamo andare via. Facciamo appello alla direzione sanitaria. Noi per lavoro giriamo tutta Italia in camper e ogni volta che un familiare è ricoverato in ospedale ci accampiamo fuori, anche a Roma, senza problemi”. 

Di quello che è successo al nipote hanno saputo per telefono. “E’ arrivata una telefonata da un numero privato al cellulare della madre – continua a ricordare lo zio -, a Torino. Una voce maschile le diceva che il figlio era ricoverato a Viterbo con una gamba rotta per un incidente. Poi ha subito attaccato. Allora abbiamo chiesto a dei parenti che vivono in provincia di Viterbo di andare a vedere in ospedale. Quando ci hanno detto come stava, siamo corsi. Il resto lo abbiamo letto sui giornali”.

Il giovane è intubato, con profonde ferite e ustioni al volto e al torace. “Lo tengono in coma farmacologico perché ha anche diversi ematomi cerebrali a causa del rimbalzo quando è stato investito dall’esplosivo. Gli hanno fatto qualcosa per dare una sistemata alla bocca, al palato, ma per ora è intoccabile, non si può muovere. Non ha mai parlato, né con noi, né con nessuno, non sappiamo con chi fosse”, dice lo zio. E poi le due zie: “Noi non possiamo fare altro che pregare, siamo nelle mani di Dio, lo dicono anche i medici. Chi sa, parli. Vogliamo sapere la verità”.

Silvana Cortignani


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23 marzo, 2017

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