Roma – L’ultimo bacio alla mamma e al papà: “Esco, vado a cena con gli amici”. L’ultimo sms alla fidanzatina: “La faccio finita, mi butto”. Il 15enne, di origini viterbesi, sale al quarto piano della palazzo in cui vive, va sulla terrazza e si lancia nel vuoto. Muore sul colpo, trovato cadavere sulla rampa del garage condominiale.
I soccorsi, seppur immediati, non sono serviti a nulla. Ricevuto il messaggio, infatti, la fidanzatina ha subito dato l’allarme, precipitandosi a casa del ragazzo. Ma tutto è stato vano. Il dramma poco prima delle 19 del 15 giugno di tre anni fa, in un quartiere periferico di Roma.
Sulla tragedia la procura capitolina ha avviato un’indagine contro ignoti per falso in atti pubblici. Per il padre del 15enne, un viterbese di 50 anni, le cause del gesto del figlio andrebbero ricercate anche all’interno del liceo romano frequentato dal giovane. Secondo l’uomo, da parte dell’istituto sarebbero “state commesse una serie di irregolarità penalmente rilevanti nella valutazione del comportamento e del rendimento scolastico” del ragazzo. Il 50enne ha così chiesto di “acquisire il registro di classe, i compiti scritti, i verbali degli scrutini, del collegio docenti, dei consigli di istituto e di classe. Nonché le testimonianze di insegnanti e studenti”.
Ma la procura di Roma il 2 luglio 2015 ha chiesto l’archiviazione del caso. Richiesta che è stata accolta dal gip il 16 maggio 2016. Alla chiusura dell’inchiesta si è però opposto il padre del 15enne che, tramite il suo avvocato, è ricorso in Cassazione. La suprema corte gli ha dato ragione, rinviando gli atti al giudice capitolino: le motivazioni con cui il gip ha chiuso il caso non sarebbero sufficienti.
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