Roma – È vero. E il rapporto “Neo Welfare 2017” realizzato da Ermenia per conto di Assimoco e presentato alla Camera dei deputati lo dimostra. Se non ci fossero nonni e genitori, figli e nipoti starebbero in mezzo a una strada. Sfiora i 40 miliardi di euro l’aiuto economico che papà e mamma hanno dato ai propri ragazzi nel 2016. Trenta miliardi arrivano dalle tasche dei genitori, una decina circa dalle pensioni dei nonni.
“Un dato – spiega la presidente di Confcooperative Lazio Nord, Bruna Rossetti – che conferma come famiglie e volontariato siano uno degli assi portanti del welfare italiano sempre più stretto da un servizio pubblico che arranca e un privato che cerca con difficoltà di soddisfare una domanda sociale in continua crescita”. Per essere autonomi, occorre avere un reddito continuativo da lavoro. “Una delle condizioni più importanti – prosegue Bruna Rossetti – Oltre il 60% degli italiani colloca questo reddito tra i 1.000 e i 2.000 euro netti al mese, ma, pur di avviarsi concretamente al lavoro il 19% dei giovani si accontenta anche di 1.000 euro netti al mese”.
“Non potrà esserci un accompagnamento per sempre – dice Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, intervenendo alla presentazione del rapporto – questo per via dell’erosione dei risparmi delle famiglie. Occorrono politiche strutturali che favoriscano sviluppo e occupazione attraverso misure fiscali, politiche sul lavoro che correggano distorsioni del mercato e aiutino l’inserimento lavorativo dei giovani e la loro emancipazione”.
I Paesi europei che ottengono risultati migliori in termini di transizione all’età adulta presentano una varietà di strumenti di supporto ai giovani. Non esistono genitori single che ricevono una sola fonte di assistenza sociale, mentre l’Italia ha il numero maggiore di giovani in questa categoria. I paesi nordici hanno sussidi di disoccupazione ampi e generalmente lunghi (fino a 24 mesi), una percentuale molto elevata (spesso pari al 100%) di studenti che ricevono borse di studio e una percentuale molto bassa (spesso pari allo 0%) di studenti che pagano rette universitarie.
La Germania, da parte sua, ha introdotto forti cambiamenti nelle politiche di conciliazione. Tra il 2006 e il 2008 ha messo in campo agevolazioni fiscali per le famiglie (tra cui un sussidio di 300 euro al mese per 14 mesi, a prescindere dal reddito, per famiglie con un solo lavoratore), investimenti pari a 4 miliardi di euro per l’espansione dell’offerta di asili nido per bambini sotto i tre anni, e una nuova legge sui congedi parentali (allungati da 10 a 12 mesi con salario decurtato di un terzo fino a un limite di 1800 euro al mese).
L’aiuto ai giovani in Italia – emerge nel rapporto – si declina, da parte delle famiglie, anche in servizi immateriali di welfare. Ad esempio badare ai bambini che per il 60% ricade sui nonni. Inoltre, “riguardo alla propensione al risparmio – sottolinea Bruna Rossetti – si tende a restare liquidi non solo per lo scarso rendimento degli investimenti finanziari, ma anche perché c’è incertezza per il futuro”.
“Il Rapporto – ha spiegato Ruggero Frecchiami, direttore generale del Gruppo Assimoco – evidenzia in maniera inequivocabile anche la necessità, da parte del sistema Italia, di adottare politiche giovanili adeguate per favorire la transizione alla vita adulta dei figli. Il passaggio alla vita adulta e la formazione di nuovi nuclei familiari sono strettamente legati e va da sé che una società che non supporta concretamente queste due fasi ha poche chance di svilupparsi in maniera armoniosa”.
Infine, l’età media di uscita da casa dei genitori in Italia è di gran lunga superiore al dato europeo. Un ragazzo italiano va a vivere da solo a 30 anni. Contro una media europea di 26. E se in Grecia e Spagna l’età è di poco inferiore (29 anni), in Germania e Svezia i figli se ne vanno a 23 e 19 anni.
In Italia se a quell’età sono fuori casa è perché sono scappati.
Daniele Camilli
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