Viterbo – La chiesa di Santa Maria delle Fortezze domina incontrastata. A Viterbo. Sull’erba alta, un parcheggio e un’opera pubblica del tutto inutile. È il primo monumento che un turista incontra entrando nella città dei Papi da sud. Risale al XVI secolo ed è in completo stato di abbandono e degrado. Qualche tempo fa il Comune c’ha costruito un teatro all’aperto, per valorizzare una parte della città e le macerie di una chiesa dimenticata da tutti. Il teatro mancato, nella città dei teatri e dei cinema chiusi o in perenne ristrutturazione. Almeno il teatro all’aperto di Santa Maria delle Fortezze è morto sul nascere. Ai lati del parcheggio e ai piedi delle mura di Porta romana.
fotocronaca: il degrado della chiesa di Santa Maria delle Fortezze – slide
Quel che resta della chiesa di Santa Maria delle Fortezze fa pensare al palo in legno del filare di una vigna. Piantato a forza a mazzettate in una buca fatta male e dove nemmeno lui, il palo del filare, vorrebbe andare. Davanti, la strada che conduce verso Porta San Pietro. Pochi metri più in là, una gradinata destinata al pubblico che dovrebbe assistere agli spettacoli che si dovrebbero tenere nello spiazzo affossato di fronte alla parte superstite della chiesa. L’ultimo è dell’anno scorso. “La Fura Dels Baus”, nell’ambito della XX edizione del Festival teatrale Quartieri dell’Arte diretto da Gian Maria Cervo. Prima di lui, quasi nient’altro.
Alla fine della gradinata c’è invece la cassia. Subito dopo, la stazione dei treni dove ogni giorno vanno studenti e pendolari. E per arrivarci passano dalla tribuna che s’arrampica sulla collinetta di sterro. Per accorciare. E senza sapere d’essere andati a teatro.
La chiesa di Santa Maria delle Fortezze è del 1514. Alle sue spalle, Porta San Leonardo aperta per la prima volta nel XIII secolo. Nel 1944 Santa Maria delle Fortezze venne centrata da una bomba alleata durante la seconda guerra mondiale. Solo l’ultima campata è rimasta in piedi. Tutto il resto è andato distrutto. Niente più facciata e navate, né affreschi e tantomeno arredi. Il progetto della chiesa è stato attribuito anche al Bramante e al Vignola, anche se l’ipotesi più accreditata sembra convergere sul più umile Battista Di Giuliano da Cortona. L’edificazione appartiene al Maestro Ambrogio di Bartolomeo da Milano. Le volte erano sorrette da alti pilastri di ordine dorico, ricoperti da grandi lastre di peperino.
Visibili, ancora oggi, gli affreschi dell’Incoronazione della Vergine, dell’Annunciazione e della Natività. L’Eterno benedicente e una sequenza ovale di cherubini. Ci sono pure le Sibille Cumana ed Eritea. Ai lati di uno dei due absidi, gli stemmi della famiglia Colonna. Nell’abside destro stucchi anneriti dal fumo di un fuoco acceso ai loro piedi. Tutt’attorno l’erba alta che non fa più distinguere il pavimento e un po’ di monnezza qua e là a far da contorno.
C’è pure qualche graffito. E ben visibile a tutti, persino dalla cassia, una scritta. A caratteri cubitali e senza punto esclamativo. “Troione”. Benvenuti a Viterbo…
Daniele Camilli
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