Condividi: Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
    • Facebook
    • Twitter
    • LinkedIn
    • Google Bookmarks
    • Webnews
    • YahooMyWeb
    • MySpace
  • Stampa Articolo
  • Email This Post

Viterbo - Il racconto di Stefano Morzetti che si trovava a Torino durante il caos del 3 giugno durante la finale di Champions - Un falso allarme attentato che ha provocato circa 1400 feriti

“Un’ondata umana ci travolgeva, ho sentito il rumore della morte”

di Elisa Cappelli
Condividi la notizia:

Stefano Morzetti

Stefano Morzetti

Stefano Morzetti

Stefano Morzetti

Viterbo – “Ho visto un’ondata umana che ci travolgeva, ho sentito il rumore della morte”.

35 anni, viterbese, sposato, parrucchiere di successo e grande tifoso della Juve. Si chiama Stefano Morzetti e c’era anche lui quel maledetto 3 giugno in piazza San Carlo a Torino.

Era la finale di Champions, giorno in cui la Juve si trovava a Cardiff a sfidare il Real Madrid. Lui, come molti altri tifosi, quel biglietto non se lo poteva permettere, e quindi aveva deciso di vedere sul maxischermo in piazza S. Carlo la partita insieme ai suoi amici e a tanti tifosi come lui.

Una giornata iniziata con allegria che poi si è trasformata in tragedia. Dapprima la voce di un attentato, poi il falso allarme, ma il panico era già esploso e la gente in trappola in piazza si è letteralmente calpestata.

Oltre 1400 feriti. La dinamica dell’accaduto è ancora al vaglio degli inquirenti.

Ci racconta come è andata il 3 giugno?
“Per me doveva essere un giorno di festa perché sono andato con i miei amici a vedere la Juventus, sono tifoso come tanti, non avevo la disponibilità di soldi per poter andare a Cardiff e allora ho deciso di andare a Torino per stare più vicino a tutti i tifosi. Siamo entrati in piazza intrno alle 15 ma c’era già qualcosa che non funzionava, i controlli non funzionavano”.

Cioè?
“Sono entrato una prima volta in piazza e non c’era il filtraggio, poi sono tornato in macchina perché mi sono dimenticato una cosa, verso le 17 sono rientrato in piazza e ho trovato la polizia, ma tutti quelli che erano già dentro non erano passati attraverso il filtraggio. Poi ho visto la partita e dopo il primo gol della Juventus non mi sono sentito più sicuro perché comunque i tifosi hanno iniziato ad esultare e io mi sono trovato a 50 metri dagli amici. Quindi ho chiesto loro di spostarci dalla parte centrale alla fine del primo tempo perché non mi sentivo sicuro”.

Cos’è successo dopo?
“Al secondo tempo perdevamo e sul 3 a 1, erano circa le 22,15, senza preavviso ho girato gli occhi verso sinistra e ho visto un’onda umana che ci travolgeva. Ho chiesto di correre, ma non abbiamo fatto in tempo a scappare e ci hanno scaraventato a terra, sono rimasto sepolto per terra, non riuscivo più a tirarmi su a causa della tanta gente che avevo sopra.  C’è stato un momento in cui ho inziato a chiamare mia madre perché stavo per morire, non ce la facevo più a rialzarmi, non riuscivo a respirare a causa del peso della gente sopra di me, non dipendeva più da me”.

Come ha fatto a liberarsi?
“Ad un certo punto, non so se sia stata l’adrelina, mi sono detto ‘No, non posso morire, devo cercare un modo di tirarmi fuori’. Così ho pensato di togliermi le scarpe perché magari riuscivo a far scivolare meglio i piedi e a rialzarmi. Così è stato. Sono riuscito a togliermele con i piedi e a quel punto sono riuscito a rialzarmi. Ho visto gli amici ancora a terra, ho provato a liberarli ma c’è stata un’altra scarica di gente che mi è venuta addosso e a quel punto non sono riuscito a vedere più nessuno. Sono fuggito e molta gente che stava lì ha gridato ‘Correte perché c’è stato un attentato e stanno sparando addosso alla gente’. Sono corso fuori piazza San Carlo per circa 300/400 metri, mi sono messo dietro a un secchione dell’immondizia, ero tutto sporco di sangue che nemmeno era il mio, era della gente che mi sono ritrovato addosso che era piena di tagli”.

Poi cosa ha fatto?
“A quel punto ho chiamato mia moglie a casa, le ho raccontato tutto e le ho chiesto di spiegarmi cosa fosse successo. Io non ci stavo capendo più nulla, ero rimasto solo al centro di Torino, scalzo. Il tutto si è amplificato perché in concomitanza c’era stato l’attentato a Londra. C’è stata una terza ondata di gente che continuava a correre quindi io mi sono rialzato e ho continuato a correre. Mi sono ritrovato in un posto così lontano a Torino che lì non era nemmeno arrivata la notizia di piazza S. Carlo, c’era gente che, infatti, stata tranquillamente al ristorante a cenare. E’ stata un’immagine strana: io tutto pieno di sangue e la gente che cenava normalmente. Dopo una mezz’ora mia moglie tramite un notiziario in tv mi raccontava in diretta quello che stava succedendo, mi ha detto: ‘Guarda torna giù perché sembra sia tutto in sicurezza’. Sono tornato giù, sono rimasto un’oretta da solo, poi ho ritrovato tutti i miei amici e abbiamo iniziato a cercare i miei effetti personali, ma ho perso tutto: zaino, portafoglio, bancomat, carta di credito. Solo la patente è stata ritrovata dalla questura di Torino che me l’ha spedita. Ho trovato in piazza un paio di scarpe di un’altra persona e me le sono messe”.

Siete ripartiti subito o siete rimasti lì?
“Gli altri non si erano persi niente e fortunatamente nel pomeriggio avevo chiesto a uno dei miei amici di tenermi le chiavi della macchina. Poi loro hanno pagato l’albergo, abbiamo dormito lì e siamo ripartiti la domenica”.

Siete stati fortunati…
“Siamo stati miracolati. A vedere tutte le immagini in tv e pensare di essere usciti illesi da tutto ciò è stato un miracolo.
Tutt’ora sono traumatizzato, dormo poco perché mi ricordo quello che io chiamo il rumore della morte. Perché quando mi sono girato e ho visto la folla ho sentito come il fruscio di un microfono che funziona male e ho visto tutta la piazza che ci veniva addosso. L’ho chiamato così perché, appena mi sono girato non ho fatto nemmeno in tempo a fare nulla, ho solo detto ‘Correte, correte’ e poi il disastro. Ero convinto di morire perché a quel punto la mia vita non dipendeva pià da me ma dagli altri. Oggi ormai c’è la fobia degli attentati, quando ci sono 30mila persone che hanno paura non dipende più da te. Magari un maggiore filtraggio avrebbe limitato i feriti ma ci sarebbero comunque stati. Non credo sia molto sicuro ad esempio andare oggi a un concerto, anche se non c’è un attentato. Dieci anni fa se fosse scoppiato un petardo la gente sarebbe rimasta in piazza, adesso non è più così”.

Elisa Cappelli

 


Condividi la notizia:
14 giugno, 2017

                               Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY

Test nuovo sito su aruba container https://www.tusciaweb.it/e-il-nostro-primo-natale-facciamoci-un-in-bocca-al-lupo/