Viterbo – Nessun pentimento e nessuna intenzione di cambiare vita.
Da Mammagialla, semmai, Ferdinando Cimato sarebbe riuscito forse anche a comunicare con l’esterno senza la proroga del 41-bis.
È scritto nell’ordinanza con cui la Cassazione ha respinto il reclamo del boss della ‘ndrangheta, rinchiuso dal 2014 nella prigione viterbese: per Cimato sarà ancora carcere duro.
Lui aveva impugnato prima davanti al tribunale di sorveglianza di Roma e poi davanti alla Suprema Corte il decreto di proroga del 41-bis: doppio rigetto. Perché secondo i giudici non è un detenuto qualunque ma il “reggente della cosca Cimato-Bellocco, di San Ferdinando”, in provincia di Reggio Calabria.
Sono i Cimato-Bellocco che comandano in quello spicchio di Calabria tra l’entroterra di Rosarno e il litorale di San Ferdinando. Droga, estorsioni e controllo dell’imprenditoria sono il loro core business, ma anche usura e rapine a mano armata. Tre anni fa, l’operazione “Eclissi” decimò un pezzo della cosca; in arresto finirono perfino l’allora sindaco di San Ferdinando, il suo vice e un consigliere comunale di opposizione.
Proprio il ruolo di vertice di Ferdinando Cimato nella ‘ndrina giustificherebbe il carcere duro, secondo le motivazioni del tribunale di sorveglianza di Roma riportate dalla Cassazione, per la “probabilità che Cimato, se detenuto in regime ordinario, comunicasse indebitamente con l’esterno”. Da Mammagialla a Reggio.
Una “probabilità” che, per i difensori, non era motivo sufficiente a tenerlo in isolamento nelle modalità del carcere duro: cella grande abbastanza per stare in piedi, sdraiato sul letto o su una sedia inchiodata a terra; ora d’aria da solo; sorveglianza ventiquattr’ore al giorno.
Ricorso inammissibile, per la Cassazione. E per “motivi manifestamente infondati”.
Stefania Moretti
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