Viterbo – Uno sconfinato labirinto di case. Dai tetti del centro storico, stretti l’uno all’altro e ancora racchiusi nelle secolari mura medievali, a quelli delle moderne periferie. Poi il verde sterminato dei monti e delle campagne, che si fonde con l’azzurro del cielo infinito. Viterbo, vista dall’alto, appare in tutta la sua meraviglia.
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Dai quaranta metri d’altezza della torre di ferro che custodisce la macchina di santa Rosa, il panorama lascia col fiato in gola. Si vedono le forme regolari, le aree e i monumenti di quella che fu la città dei Papi. La distanza attenua o cancella i segni del tempo. Compreso il tempo scandito non dai secoli, ma dall’incuria delle amministrazioni. Dagli oltraggi che ogni giorno le infliggono i suoi abitanti.
Le voci di uomini, donne e bambini, i rumori delle auto, le squillanti sirene dei mezzi di soccorso, diventano una musica distante. E le emozioni cambiano sfumatura. Lassù tutto appare diverso, più lento. Il passo, già stanco, della vecchietta che attraversa la piazza sembra ancora più rallentato. I movimenti di chi, seduto al bar, beve il primo caffè della giornata sono impercettibili. E anche la frenesia dei tanti che lavorano intorno alla macchina di santa Rosa pare essersi annientata.
Lassù, dove il tempo sembra essersi fermato, le ore vengono scandite dai rintocchi delle campane di san Sisto. E il campanile della chiesa sfoggia orgoglioso le sue ferite. Uno sguardo diverso, un punto di vista oltre il comune, che fa scoprire dettagli e contesti che nessuna esplorazione a piedi potrà mai mostrare. Particolari che solo dalla prospettiva delle rondini si rivelano nella loro fitta trama di relazioni. E la città, in un colpo d’occhio, sembra prendere una forma geometricamente perfetta con i suoi colori, con le sue architetture medievali, con i suoi insediamenti residenziali.
Il centro storico e i quartieri più moderni, separati da mura ancora intatte e coronate con eleganti merli. Il fulcro di tutto è la cattedrale di san Lorenzo, che svetta con la sua facciata in stile rinascimentale e il campanile segnato dalle bifore, dal bianco del travertino e dall’azzurro del basalto. Poi la culla del sapere viterbese, l’ex convento di santa Maria in Gradi, sede dell’università. La chiesa della santissima Trinità e quella di santa Rosa, con il suo cupolone novecentesco. La rocca Albornoz, la basilica di san Francesco, il modernissimo palazzo di vetro e l’ex convento dei carmelitani scalzi di piazza Fontana Grande.
Quelle cupole, quei campanili, quelle torri medievali, da lassù si possono sfiorare. Si fanno spazio fra i tetti rosso sangue delle vecchie case del centro storico, così strette le une alle altre che rendono invisibili vicoli e stradine. Da lassù, da quell’inedita prospettiva accanto a santa Rosa, la visione è una vertigine. Il fascino, secolare, di un’intera città è ancora più tangibile. Viterbo, dall’alto, ha una bellezza senza pari.
Raffaele Strocchia
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