Viterbo – “W Fausto Coppi”. Vernice rossa su peperino. Risale agli anni ’50 e sta a Pianoscarano. Sbiadita ma visibile. Sul muro esterno della chiesa di sant’Andrea del XII secolo. Accanto, un gruppo di anziani seduti su una panchina. “Ma guarda ‘n po’, manco ce n’eravamo accorti”, dicono. L’ultimo quartiere medievale a sud di Viterbo. Un salto indietro nel tempo. In pieno novecento. Con le macchine parcheggiate a volte un po’ a vanvera o dove capita.
Fotogallery: il quartiere di Pianoscarano a Viterbo
Popolo, politica e calcio. Chi ha giocato nel Pianoscarano è finito in serie A. Leonardo Bonucci è di Pianoscarano, ed è tra i giocatori di calcio più importanti al mondo. A Pianoscarano è nato anche il primo sindaco comunista di Roma. Luigi Petroselli, morto 36 anni fa, per un malore improvviso al termine di un intervento al comitato centrale del Pci, il 7 ottobre del 1981. Era sindaco dal 1979 e quando è scomparso aveva solo 49 anni. Figlio di un tipografo antifascista, grazie a lui centinaia di migliaia di cittadini delle borgate ottennero l’allacciamento alla rete idrica e fognaria. E nel 1980 aprì pure la linea A della metropolitana. La prima della capitale. Al suo funerale partecipò anche Jacques Chirac, allora sindaco di Parigi. Quando Petroselli morì i romani gli dedicarono una delle vie del centro storico, quella che collega il campidoglio con il teatro di Marcello. Una delle più importanti al mondo.
Pianoscarano è segnato da confini. Rigidi e marcati. “Semplici e dettagliati”, spiega Maria Rita De Alexandris, pianscaranese d’adozione, oggi consigliere comunale a palazzo dei Priori.
“A valle – dice Maria Rita – il confine è il Paradosso. A monte, porta del Carmine e le mura. Poi porta san Pietro. Infine, appartiene a Pianoscarano tutto ciò che si trova a sinistra di via Vicosquarano dando le spalle al molino Profili. Quindi anche il bar Otium e la banca”. Il campo sportivo sta invece al Carmine. “Ma appartiene idealmente lo stesso al quartiere”, precisa De Alexandris.
Pianoscarano è uno dei quartieri più antichi della città ed è successivo al 1148. Prima non c’era niente e i terreni appartenevano ai monaci di Farfa che li vendettero al comune. Le origini del nome sono probabilmente longobarde. Vico Squarano, da “squara”, schiera, luogo dove erano accampate le truppe. E tale, in qualche modo è rimasto. Un quartiere “accampato” alle porte della città. “Che vai a Viterbo? Perché qui dove siamo? A Pianoscarano”, si usa dire.
Tre porte d’ingresso, porta san Pietro, del Carmine e Fiorita, quest’ultima riaperta negli anni ‘80. Tre chiese, Sant’Andrea, San Carlo e San Nicola. Il parroco di Sant’Andrea, don Dante, è laureato in biologia e giudice esperto di mostre canine. E viene dalle Filippine. Ci sono poi un alimentari sali e tabacchi, un parrucchiere, un barbiere e un circolo Arci. Un caseificio, un oleificio, un bar, una merceria, una copisteria, una fabbrica – il molino Profili – e un museo nell’oleificio. Ci sono pure un restauratore, un bed and breakfast, una scuola materna e una pizzeria al taglio. Una scuola del legno, un bar a porta del Carmine e una palestra. Manca invece la frutteria. C’è persino un’armeria, punto di riferimento per generazioni di cacciatori.
Imprenditori e commercianti sono quasi tutti di Pianoscarano o risiedono nel quartiere. Tutti gli altri abitanti comprano e spendono nel quartiere. Non manca niente, solo il passaporto per entrare… Una realtà perfettamente autosufficiente, “governata” dalle associative che la caratterizzano: comitato festeggiamenti, circolo anziani e circolo amici di Pianoscarano. Due le feste “comandate”, il Palio delle botti che si tiene a settembre e la colazione di Pasqua.
C’è pure l’università degli studi della Tuscia, acquartierata nel complesso San Carlo risalente anch’esso al XII secolo e parte fondamentale dell’indotto economico. A gestire il tutto è il Distu, il dipartimento di studi linguistico-letterari, storico-filosofici e giuridici, che vanta 13 aule didattiche, tra cui un’aula magna da 300 posti, 3 laboratori informatici con 60 postazioni internet, una sala di lettura con 50 posti, 4 infopoint con 12 schermi da 28 pollici ad alta risoluzione, uno spazio studenti attrezzato e un parco interno di circa 4mila metri quadri. Accanto ci passa pure la via Francigena ed è una delle sedi universitarie più prestigiose della città.
Il quartiere ha perfettamente integrato studenti e corpo docente dell’ateneo della Tuscia e le strutture commerciali presenti nel quartiere sono un punto di riferimento quando si tratta di spendere. Anche solo per un aperitivo. Gli studenti rappresentano un soggetto importante per tutto l’indotto commerciale di Pianoscarano.
Un microcosmo economico dove chi abita o lavora a Pianoscarano spende soldi a Pianoscarano investendo di fatto nel luogo in cui vive. Cosa che non spesso avviene, soprattutto in gran parte del centro storico dove chi vi abita tende ad esempio a fare la spesa negli ipermercati in periferia.
Un quartiere che risente dei tassi di invecchiamento propri delle dinamiche demografiche italiane e dell’assenza di un ricambio generazionale capace, nel caso di Pianoscarano, di agganciarsi e tramandare al futuro l’identità di più di 800 anni di storia, tradizioni e spirito di comunità passato di padre in figlio. Sempre. Determinando un vero e proprio “carattere” sociale di quartiere difficilmente riscontrabile in altre parti di Viterbo. E i figli tendono sempre più a scegliere altre città per trascorrere la vita, andandosene da Pianoscarano.
L’identità popolare è comunque ancora molto forte. E la solidarietà tra gli abitanti pure. “Nun se move foja se ‘l popolo de pianscarano nun voja”. Nessuno lo dice, ma è così. Ed è regola. “Tanti anni fa – racconta Maria Rita De Alexandris – un certo Giuseppe di san Faustino, si innamorò di una certa Giacinta di Pianoscarano. Giuseppe poteva entrare e uscire dal quartiere perché a proteggerlo c’era il padre di Giacinta. E quando Giuseppe doveva tornare a casa, il padre di Giacinta lo accompagnava. Ogni volta. Perché quando Giuseppe passava i ragazzi di Pianoscarano arrotavano i coltelli sul muro”.
Nel 2012 il festival Caffeina ha provato a mettere piede nel quartiere. Pare che la presenza non fosse stata concordata con l’intera comunità. L’anno successivo Caffeina ha preferito espandersi altrove. La “movida” finisce sul ponte del Paradosso.
“Quando c’è stata la nevicata del 2012 – prosegue la consigliera – ci aiutavamo gli uni con gli altri a spalare la neve. Soprattutto al servizio di chi non ce la faceva”.
Una volta qui c’erano operai e artigiani, calderai, calzolai, maniscalchi e fabbri. Perfino comunisti e socialisti. Oggi ne è rimasto quel che resta. Poco e niente. “È comunque una comunità molto solida – prosegue Maria Rita De Alexandris –. E la vita di quartiere è bella e intensa. In certi giorni della settimana, quando cammini per strada, senti ancora il profumo della porchetta di Nazareno, quello del pane, i funghi porcini al forno, il brodo di carne il martedì e l’arrosto la domenica”. Un percorso sensoriale al naturale.
Il molino Profili – una delle poche fabbriche che può ancora vantare una “classe operaia” a Viterbo – non ha avuto una sola ora di sciopero in oltre 50 anni di storia.
Un piccolo neo, che non dipende però dai pianscaranesi. “La fontana del 1376 ‘piscia acqua’”, spiega De Alexandris. È l’antica fontana del Piano, bucata su due lati, che perde acqua tutto il giorno. Da settimane. Nel frattempo funziona però da comodo parcheggio con le macchine piazzate sugli scalini del XIV secolo. Macchine che a ben guardare – tra mura, case, piazze e architetture medievali – sono veramente un pugno in un occhio. “In un quartiere che è tutt’altro che valorizzato – dice Maria Rita De Alexandris –. Dalle istituzioni, non da chi ci abita. E potrebbe benissimo essere un attrattore turistico tanto quanto altre parti della città di Viterbo”.
Infine il calcio, parte fondamentale dell’identità del quartiere. Un vivaio importantissimo che oltre a Bonucci, ha tirato fuori giocatori come Alessandro Conticchio, finito poi al Lecce, e Mauro Valentini che ha giocato con Cagliari e Atalanta. Solo per citarne alcuni.
Leonardo Bonucci è cresciuto a Pianoscarano, in via dei Giardini. “Leonardino”, come lo chiamavano tutti. “Piccolo, secco – così se lo ricordano gli abitanti del quartiere – e con la borsa più grossa di lui. Giocava sempre a pallone. Badabum, badabum, badabum. Sempre co’ sto pallone addosso al muro. A tutte le ore”. Bonucci è legatissimo al quartiere dove torna spesso e dove abitano ancora i suoi genitori, Claudio e Dorita. “Una famiglia meravigliosa che ha messo al mondo due figli fantastici”, dice ancora chi li conosce. Leonardo, appunto, e Riccardo. Li conoscono tutti. E il giudizio prescinde dal successo ottenuto.
Ragazzi cresciuti alla corte della Gioventù sportiva Pianoscarano, nata più di 50 anni fa. Grazie soprattutto a tre persone. Ovviamente di Pianoscarano: Edilio Mecarini, il barbiere del rione, Oliviero Bruni e Giorgio Mecarini.
“Fu nell’immediatezza e nello stupore della sciagura aerea del Grande Torino a Superga – sta scritto sul sito internet della società – che decisero di fondare veramente un’associazione sportiva. Il 5 maggio 1949, giorno successivo al drammatico evento, risulta essere così la data di fondazione della società, che volle chiamarsi Gioventù sportiva, per sottolineare lo stesso fine statuario di dedizione ai giovani, di allora come del futuro; e volle darsi i colori rosso – blu, nel significato della passione e della libertà”.
Daniele Camilli
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY