Viterbo – L’agorà greca, il foro romano e l’arengo medievale erano il “centro” non solo della città, ma anche e soprattutto il centro della vita cittadina. Lì si trovavano i luoghi del culto, dell’amministrazione pubblica e della partecipazione popolare, lì si teneva il mercato, lì si raccoglieva l’acqua delle fontane, lì insomma si forgiava l’identità cittadina.
Nella città industriale il processo di urbanizzazione cresce a dismisura, con l’arrivo di masse di lavoratori delle campagne attratti dal lavoro stabile in fabbrica o nel commercio a seguito di un massiccio aumento dei consumi.
Ma con una città che va ad espandersi oltre le proprie mura sul territorio, la piazza perde progressivamente di importanza; nella concezione urbanistica haussmanniana essa diventa soprattutto il punto di snodo di una apertura a raggiera di vie e viali in grado di ospitare nuove infrastrutture di collegamento, aprendosi infine al traffico automobilistico. Non a caso New York, che si sviluppa in piena epoca industriale, non ha piazze degne di questo nome, e definire Times Square una piazza è una forzatura.
Con la crescita impetuosa dei commerci e dei consumi, il luogo di incontro diventa la via, il corso che nella sua lunghezza riesce ad ospitare una teoria continua di negozi; in tal caso, la piazza diventa il parcheggio elettivo da cui partire per inoltrarsi nelle vie che da essa si diramano.
Nel secondo dopoguerra, all’epoca del primo vero boom automobilistico, Corso Italia a Viterbo, via del Corso a Roma, tanto per fare due esempi familiari, hanno potuto usufruire di comodi parcheggi in prossimità: a Viterbo, piazza Verdi, piazza del Plebiscito e piazza delle Erbe, a Roma piazza del Popolo e piazza Venezia. Basta guardare certe foto d’epoca…
La città postmoderna modifica ulteriormente la funzione della piazza. La città infatti diventa policentrica, al vecchio centro storico si affiancano, poi si contrappongono nuovi punti di convergenza: i centri commerciali, i centri sportivi, i parchi, i centri residenziali autosufficienti, le periferie.
Le vecchie piazze del centro storico finiscono per seguire i destini dei centri storici stessi, a seconda che si tratti di luoghi monumentali di pregio, o semplici aree urbane ormai superate nelle vocazioni e nelle fruibilità e quindi a rischio di emarginazione.
Così, tralasciando al momento l’utilità delle piazze in periferia, ingenui tentativi di restituire identità e vivacità a quartieri dormitorio, si può giungere ad una prima osservazione fondamentale.
Le piazze dei centri storici non sono tutte uguali e non possono essere concepite e trattate tutte allo stesso modo. C’è la piazza “centro”, per lo più monumentale – specie se di origine rinascimentale – dove talora si trovano ancora i luoghi del potere; c’è la piazza-bomboniera, spazio quasi civettuolo per lo più di origine medievale che può essere facilmente trasformato in sede di rituali della cultura e dell’incontro popolare; c’è la piazza-snodo, di impostazione più moderna, attraversata da flussi infrastrutturali che ne impediscono la piena fruibilità. A Viterbo esempi del genere sono rispettivamente piazza del Plebiscito, piazza S. Silvestro e piazza Verdi, non a caso caratterizzate da una fruizione e da un rapporto uomo-automobile molto diversi fra loro.
E qui arriviamo alla seconda osservazione fondamentale.
Se la salvezza dei centri storici – al momento molto precaria, perché si rischia di valorizzare soltanto certe aree monumentali a beneficio dei turisti – passa anche per un riuso della piazza, allora occorre fare un salto in avanti. Sembrerà paradossale ma soltanto se si cambia repentinamente lo scenario il centro storico con le sue vie e le sue piazze può offrire nuove e impensate prospettive. E’ necessaria una sorta di rivoluzione culturale in grado di restituire senso ai centri storici, il loro senso originario di luogo dell’incontro e del recupero identitario, certo, ma anche il senso della scoperta e dell’innovazione in una società in rapido cambiamento
Senza tanti giri di parole: i centri storici e le loro piazze si recuperano soltanto se si introduce una rivoluzionaria cultura del no-oil. Nei centri storici si dovrebbe entrare solo con mezzi pubblici ecologici o, al massimo, con mezzi privati di locomozione elettrica, possibilmente in una logica di car sharing o bike-sharing, con dimensioni dei mezzi contenute e comunque lungo specifiche direttrici.
Una volta liberate dal traffico automobilistico di ogni genere le piazze, allora sta alle istituzioni, all’imprenditorialità, all’associazionismo intervenire rioccupando gli spazi a misura d’uomo, costruendo un “ambiente” nuovo, diverso, fascinoso, socializzato, da riscoprire nelle sue opportunità e nelle sue modalità d’uso.
E attenzione: non possono esserci mezze misure, perché soltanto con questa rivoluzione culturale dello spazio storico si possono creare le premesse di una inversione di tendenza nell’uso della città.
Una piazza dedicata alla pausa caffè o alle curiosità gastronomiche, una teoria di dehors lungo la strada, una montparnasse in sedicesimo, una via dello shopping rischiano di diventare un teatrino, forzato, ritualistico, precario se intorno continuano a dipanarsi teorie di automobili in cerca di un parcheggio di prossimità. Guardate come siamo stati costretti a ridurre un polmone verde come Valle Faul, che poteva diventare un parco tematico d’avanguardia, il “central park” di Viterbo con una coreografia che molte città si sognerebbero, e che la dittatura delle quattro ruote ha trasformato in un banale compromesso tra verde attrezzato e parcheggio a buon mercato. Beninteso, sarebbe da misoneisti demonizzare le automobili – personalmente mi appassionano – ma ad esse dovrebbe essere riservato lo spazio suburbano dei grandi centri commerciali e direzionali piuttosto che le anguste viuzze del tessuto urbano medievale.
Al di là delle opinioni, facciamo attenzione alla ricerca scientifica. Una recente indagine condotta in vari centri italiani ed europei ha dimostrato che i cittadini sono disposti a tornare a popolare i centri storici; ma solo in una logica che è stata definita futuristica, cioè con la garanzia che le abitazioni possano godere di tecnologie avanzate, che l’ordine pubblico sia rispettato e che lo spazio urbano sia libero dal traffico.
Sapete cosa rispondevano gli intervistatati quando si chiedeva loro di fare una analogia? Tre quarti di loro indicavano come esempio il centro commerciale, dove tutti si incontrano e consumano in tutta sicurezza, lontano da ogni forma di inquinamento e dove, volendo, si può persino arrivare usando soltanto i mezzi pubblici…
Insomma, i begli esempi che tutti noi troviamo d’intorno, visitando città più vivaci della nostra, non illudano; se non c’è stato un intervento strutturale, drastico e definitivo, anche lì siamo nel regno dell’effimero, che ha continuamente bisogno del supporto di una fiera, di una iniziativa, di una manifestazione, di una tradizione o della mera stagione estiva per mantenere una propria ragione d’essere, una continuità.
Ma soprattutto, quando si pensa di rivitalizzare una piazza, non è necessario volgere la testa indietro e tirarla fino a centinaia di anni fa alla ricerca dei bei tempi andati; è una battaglia di retroguardia. Basta guardare avanti e realizzare il cambiamento, mirando al futuro.
Francesco Mattioli
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