Montefiascone – Giornalisti e magistrati a confronto alla rocca dei Papi di Montefiascone, dove si è chiuso il ciclo di incontri formativi promossi da Stampa romana in collaborazione con l’Associazione nazionale magistrati del Lazio. Una collaborazione che si è concretizzata in una serie di corsi di formazione a Roma, Latina, Cassino e infine Viterbo, che ha consentito di affrontare da vicino e con testimonianze dirette qual è la condizione lavorativa nel Lazio.
Tra i relatori il procuratore della repubblica di Viterbo, Paolo Auriemma. La presidente del tribunale, Maria Rosaria Covelli. Il sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Roma, Francesco Minisci. Hanno moderato l’incontro il pm Franco Pacifici e il giornalista Rai Fabrizio de Jorio. Al centro la libertà di stampa e i limiti del diritto di cronaca, le modalità d’accesso alle informazioni e la tutela delle fonti. In particolare quando si tratta di fatti di cronaca giudiziaria.
Un impegno preciso da parte della presidente Covelli, in nome della trasparenza. “Approfitto della presenza di Stampa Romana per dire che è mia intenzione individuare una figura che possa fare da interfaccia tra il tribunale e i giornalisti, perché possano avere accesso a informazioni corrette, soprattutto per quanto riguarda l’attività dei giudici per le indagini preliminari”.
A proposito dei rischi derivanti da un’informazione non corretta, Covelli ha parlato di diffamazione, citando i dati. “Il 70 per cento delle richieste di risarcimento in sede civile vengono rigettate – ha detto – e i risarcimenti si sono calmierati, con punte al massimo attorno ai 60mila euro. Non vedo invece questa presunta emergenza legata alle querele temerarie, semmai, più che i giornalisti, vedo a rischio di querele temerarie la categoria dei medici”.
Si è invece soffermato sulla riforma delle intercettazioni il sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Roma, Francesco Minisci. Ha espresso con forza la sua contrarietà ai paventati “sunti” al posto della trascrizione delle intercettazioni.
“Le norme già ci sono – ha detto il magistrato -. Stringenti, rigorose e complete. Le intercettazioni sono uno strumento d’indagine insostituibile, anche se incidono su diritto alla riservatezza delle comunicazioni. Il concetto è quello della rilevanza ai fini della prova del reato o di altri reati emersi in corso di indagini. Opinioni politiche, religiose, fatti attinenti alla sfera sessuale, alla salute oppure a soggetti estranei sono dati sensibili da trattare con cautela”.
“Per quanto riguarda la pubblicazione delle intercettazioni – ha concluso Minisci – le conversazioni sensibili non rilevanti e non pertinenti non vanno pubblicate. Ci deve essere una autoregolamentazione tra i giornalisti, i pm e le difese. Non sono invece favorevole ai sunti – ha concluso Minisci – il primo problema dei sunti è ‘sunti fatti da chi?’. Il sunto, inoltre, non dà la possibilità all’indagato di difendersi, non sapendo di quali cose dette sia per l’appunto il sunto. Lo dico da pm, prima di tutto devono venire la tutela della privacy dei cittadini e i diritti dell’indagato”.
In collegamento video il giornalista Gianluca Paolucci della Stampa, messo sotto pressione dagli inquirenti per uno scoop di cronaca giudiziaria che gli è costato perquisizioni e sequestri, salvo, successivamente, le scuse di chi lo ha inquisito. “Tutto perché avevo avuto da una mia fonte intercettazioni e brogliacci di un’inchiesta, ottenuti in maniera assolutamente legittima, attraverso una richiesta di accesso agli atti, ma il cui possesso ha insospettito gli inquirenti. Mi chiedo cosa sarebbe successo, se non avessi avuto dietro una grossa realtà editoriale con fior di legali e fossi stato invece un giornalista di una piccola realtà”.
Toccante la testimonianza di Rosaria Federico di CronachedellaCampania.it, finita nei guai per essersi rifiutata di rivelare a un pubblico ministero la fonte di una notizia.
“Il pm – ha raccontato – mi ha detto che avrebbe usato qualsiasi mezzo, fatto sta che poco dopo sono stata bloccata per strada da un poliziotto e portata in caserma, per un ordine di ispezione sul mio cellulare. Un atto di forza. Un tradimento nei confronti delle mie fonti, di chi per 20 anni si era fidato di me. Mi sono opposta all’ispezione. Fatto sta che sono entrata come persona informata sui fatti e uscita come ‘indagata per necessità’, perché mi sono opposta. Per rispettare la legge, che vieta a un giornalista di rivelare le sue fonti, ho dovuto infrangere la legge”. E’ finita con un esposto al Csm, che ha aperto un procedimento nei confronti del magistrato, contro il quale la procura di Napoli ha invece aperto un procedimento penale.
“Solo il procuratore può riferire ai giornalisti su fatti attinenti il proprio ufficio”, hanno ammonito il sostituto procuratore Pacifici e il procuratore Auriemma. “Solo il procuratore può riferire su fatti processuali, sul risultato delle indagini, sulle realtà processuali – hanno avvertito -. La procura non ricostruisce vicende storiche. La giustizia si misura coi mezzi della giustizia, i processi si fanno nelle aule dei tribunali. La giustizia serve a comporre le liti perché i cittadini non ricorrano alle armi, ha lo scopo di garantire la pace sociale. In questo contesto i diritti degli indagati sono la regola. Bene fa Tusciaweb a chiudere i suoi articoli di giudiziaria con la presunzione di innocenza“.
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