Viterbo – “L’Italia è un paese finito, irrimediabilmente agonizzante. Strozzato dal carrierismo e dalle leadership politiche. Solo il mito potrà salvarla. Il mito della bellezza, dei centri storici, dell’arte e della cucina. Il mito della moda”. Marcello Veneziani va subito al punto e lo fa nel corso di un’intervista organizzata dal centro studi ricerca il Leone nell’ambito della rassegna “Autunno culturale” a cura di Emanuele Ricucci, dello staff di Veneziani e caporedattore del GiornaleOff, inserto culturale del quotidiano diretto da Alessandro Sallusti.
Una sala conferenze, quella del centro studi di via Gargana a Viterbo, piena di gente. Tra loro anche il consigliere regionale Daniele Sabatini, il consigliere comunale Giulio Marini, la coordinatrice provinciale del movimento animalista, Antonella Bruni, e il portavoce dell’Unione della Tuscia Umberto Ciucciarelli.
Una serata che ha preso spunto dall’ultima pubblicazione di Veneziani, editorialista del quotidiano romano Il Tempo, giornalista e saggista. “Alla luce del mito”, edito da Marsilio. Italia ed italiani, tra mito realtà e finzione. In un paese che stenta ormai ad “esistere”.
“Il mito – scrive Veneziani – non offre profitti ma fondamenti, non assicura vantaggi ma significati. Dona bellezza, irraggia gli eventi e illumina i volti”.
“Ogni mito – ha detto – è sempre un mito di fondazione. Racconta una creazione. Il mito è un racconto di fondazione. È inoltre una proiezione. Pensiamo al nostro paese completamente immerso nella quotidianità e che ha perso ogni riferimento alla storia e ogni prospettiva nei confronti del futuro. Il mito è esattamente il contrario. È proiezione in un’altra dimensione. In un passato originario favoloso e in un futuro profetico che verrà, in una trascendenza”.
Non solo, ma il mito è anche un punto di riferimento. “I miti – ha sottolineato lo scrittore intervistato da Ricucci – sono anche gli eroi, i fondatori delle città, coloro i quali hanno rappresentato il comune sentire al più alto livello. Coloro che sono stati testimoni, martiri e fondatori dal punto di vista del pensiero di una civiltà”.
E a che cosa potrebbe servire oggi il mito? La risposta di veneziani è chiara. “A dare una motivazione più grande. Serve a farci capire che non siamo l’ombelico del mondo. Non siamo né l’inizio né la fine del mondo. Siamo solo l’anello di una catena che si chiama tradizione. E il mito ci rappresenta proprio questo, la superiorità di questo principio rispetto alla singola vita individuale”.
E l’Italia può trovare la via d’uscita dal declino e dalla fine partendo proprio da qui. Dal mito della sua bellezza, perché l’Italia “è la più grande potenza mondiale dal punto di vista artistico e culturale”. La sua vera forza, la risorsa che va sfruttata per ricostruire un futuro. “Ma l’arte deve suscitare spiritualità. Non correre appresso al brutto. Ed è nostro preciso compito – ha proseguito Veneziani – riportare il paese all’altezza del mito”. “Contro il brutto. Un brutto che avanza nella politica, nella società, nelle istituzioni. Un brutto progressivo, dinamico. Contrariamente alla bellezza che è invece inerte, l’opera d’arte che se ne sta lì, ferma. A subire il brutto”.
Il “brutto” che Veneziani identifica con la letteratura neorealista, “che ha ripreso solo il peggio”, con espressioni artistiche, come – ad esempio – l’opera “merda d’artista” di Piero Manzoni, che lo scrittore della Marsilio preferisce chiamare “artista di merda”. Con la legge Fiano, “che ridicolizza cose serie come fascismo e antifascismo e prende sul serio le cose ridicole accanendosi sui gadget con Mussolini. Quando ci sono cose ben più serie da affrontare, come l’immigrazione e l’invasione islamica. Problematiche decisamente più urgenti”.
Tra le cose “brutte” del paese, per Veneziani c’è anche chi “vorrebbe cancellare la parola fertilità e chi cambia sesso. Cose che non ci scandalizzano, mentre ci scandalizziamo un cetriolo geneticamente modificato”.
Per vivere il mito, ha aggiunto infine Veneziani, “dobbiamo ritrovare la concretezza delle cose e la gerarchia della vita. E il mito è il modo per poterle ritrovare. Il mito della bellezza come gloria cantata dalla luce. Il sole che illuminano la realtà”.
Daniele Camilli
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