Viterbo – E’ a Mammagialla dal 2014, ma nel carcere di Viterbo il boss Salvatore Madonia non ci voleva proprio venire. Voleva restare all’Aquila. “Il trasferimento – spiega una sentenza della Cassazione – era stato disposto per ragioni di ordine e sicurezza pubblica, trattandosi di detenuto sottoposto al regime del 41 bis”.
Trasferimento che Madonia ha “impugnato” davanti al magistrato di sorveglianza prima, e davanti al tribunale di sorveglianza poi. Fino ad arrivare dinanzi alla suprema corte, lamentando in quest’ultimo caso anche una “violazione del diritto di difesa”.
Il suo reclamo è sempre stato respinto. “Trattandosi di trasferimento del detenuto in altra sede per comprovate ragioni di sicurezza e di ordine pubblico – spiegano, tra le altre cose, i giudici cassazionisti -, non ricorre alcuna lesione dei diritti del ricorrente (Madonia, ndr), non comportando il trasferimento alcuna limitazione nel trattamento o la compressione di suoi diritti primari, potendo il detenuto continuare a consultare i propri difensori e a mantenere i suoi rapporti con i familiari”.
Madonia arriva a Viterbo il 6 aprile 2014. Collegato in videoconferenza da Mammagialla, si sfoga più volte con i giudici durante le udienze del processo “Borsellino quater”, sulla strage di via D’Amelio. I suoi effetti personali sono bloccati all’Aquila. A Viterbo non arriva né la sua biancheria, né gli atti del processo. Madonia informa puntualmente la corte d’assise di Caltanissetta sui “problemi tecnici” che incontra a Mammagialla: non può consultare gli atti in pdf, non funziona il condizionatore nell’aula videoconferenze, non gli vengono consegnate le sentenze né i verbali d’udienza.
Il boss di Resuttana, quartiere nord di Palermo, arriva fino in Cassazione per contestare la scarsa illuminazione della cella, l’impossibilità di studiare, il bagno alla turca e l’assenza di privacy. Ricorsi ogni volta respinti o dichiarati inammissibili o infondati. Come l’ultimo, per il quale è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
Salvatore Madonia, meglio noto come “Salvino” o “Salvuccio”, 61 anni, vanta uno sterminato curriculum criminale. L’ultima condanna, l’ergastolo, risale al 20 aprile scorso. Per la corte d’assise di Caltanissetta, sarebbe stato uno dei mandanti della strage di via D’Amelio, in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. Ma il suo nome è legato anche all’omicidio di Libero Grassi, l’imprenditore ucciso perché non voleva pagare il pizzo.
Una vita più in cella che fuori quella del boss di Resuttana: gli anni Ottanta scorrono tra un arresto e una scarcerazione, ma nel ’91 torna definitivamente in prigione dopo tre anni di latitanza. Dal 1992 è al 41 bis.
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY