Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Non scrivo molto e non mi piace raccontare molto di me, ma ci sono delle esperienze che vanno condivise per diverse ragioni. Provo a spiegare perché.
Il primo settembre (in attesa del mio secondo figlio da 33 settimane) ho avuto quella bellissima cosa che abbiamo noi donne e soprattutto noi mamme: l’istinto. Ho sentito e capito che il mio bimbo stava male, che c’era qualcosa che non andava e questo perché non si muoveva più da qualche ora e non rispondeva ai miei stimoli.
Alle 17,15 ero a casa e sono partita con mio marito per il pronto soccorso di Belcolle. Il battito c’era ma il bimbo non si muoveva… mi portano a fare un ecografia e il medico mi dice subito che il bimbo ha qualcosa che non va e che non sta bene, controlla meglio e mi dice: questo bambino è ìdrope.
Volevano mandarmi al Gemelli ma probabilmente non si sarebbe fatto in tempo. Il medico che mi aveva fatto l’ecografia mi dice di essere molto molto preoccupato. Allertano la sala operatoria e la terapia intensiva neonatale. È cesareo d’urgenza. Emanuele nasce alle 19,32. Non me lo fanno vedere neanche un istante e viene trasportato subito in terapia intensiva neonatale. È grave, gravissimo, mi arrivano poche informazioni, tutte che non lasciano ben sperare.
Alle 3 del mattino viene una dottoressa per farmi firmare l’autorizzazione a delle trasfusioni di plasma. Dormire mi è impossibile, ma ero immobilizzata a letto e così comincio a cercare su Internet informazioni sull’idrope fetale e su testimonianze di chi c’era passato. Purtroppo i racconti di chi aveva vissuto un’esperienza simile terminavano tutti con la morte del bambino.
La mattina alle 7 raccolgo tutte le mie forze e mi alzo, non con poche difficoltà. Mi spiegano un pò e mi dicono che Emanuele ha del liquido accumulato sottocute, nell’addome (fegato, reni, ecc) e nel cuore. Il bimbo pesava 3,320 chili, uno sproposito per l’epoca gestazionale, un peso falsato dai liquidi presenti. Le condizioni erano critiche ma stabili.
Comincia il calvario. Complicazioni su complicazioni. Ma il bambino pare forte e in soli tre giorni perde 400 grammi di liquidi; è ancora molto gonfio, i reni soffrono e lui quando viene toccato anche solo per essere cambiato piange dal dolore. Non sto qui a raccontare com’era vederlo con tutti quei tubi, quei fili, sentirlo lamentarsi per il dolore in continuazione e non poterlo consolare. Uno strazio.
Emanuele ha avuto nel suo percorso moltissimi problemi (rene ingrossato, sangue e proteine nelle urine, cuore ipertrofico, distress respiratorio, un’infezione che non voleva passare e che è stata sconfitta dopo 5 o 6 antibiotici… ho perso il conto) ma poi tutto è passato, tutto è rientrato, con stupore anche da parte dei medici perché per come erano le sue condizioni iniziali, tutto si è risolto in modo veloce. Veloce in senso clinico ovviamente, perché Emanuele è stato in terapia intensiva neonatale fino al 7 ottobre, ben 37 giorni. Inutile dire che a noi è sembrata un’eternità, ogni giorno in quel reparto è infinito.
Chi non ha mai avuto figli in terapia intensiva neonatale non può capire – e non mi si venga a dire il contrario – perché avere un bambino dentro una scatola di plastica che soffre e non poterlo abbracciare è una violenza inaudita alla natura di una madre.
La terapia intensiva neonatale è un reparto a se, un reparto dove i genitori soffrono e non gioiscono come in ostetricia. Un reparto fatto di camici sterili, di disinfettanti, di macchinari che suonano facendoti sobbalzare dalla paura. È un reparto dove i bambini possono fare due passi avanti e tre indietro e questo ti fa crollare il mondo addosso. Ma è anche un reparto dove io ho trovato delle persone meravigliose che ci lavorano, infermiere che per ovvie ragioni affrontano il lavoro diversamente dalle loro colleghe di altri reparti. Bravissime tutte, ma nel mio cuore rimarranno per sempre Marina, Vera e Cinzia.
La mia gravidanza era stata perfetta fino a quel giorno, poi qualcosa è andato storto, mille indagini sono state fatte ma non sapremo mai cos’è successo. Sono stata sfortunata, ho passato un’esperienza a dir poco terribile ma nella mia sfortuna sono stata fortunata: primo perché ho trovato di turno un ecografista eccellente che ha compreso subito la grave condizione del bambino, quindi grazie al dottor Francesco Altomare. Grazie alla dottoressa Rocino che ha con tempestività deciso di intervenire. Grazie al pediatra Ruspantini e alla dottoressa Cuomo che hanno messo le mani per primi sul mio bambino salvandogli la vita. Un doveroso grazie alla dottoressa Navas responsabile del reparto.
Bravissimi tutti gli altri medici della Pediatria che in quei giorni ho avuto modo di conoscere e hanno seguito mio figlio (dottor Di Giorgio, dottoressa Marenzoni, dottoressa Mazzarella). Un grazie speciale al mio ginecologo, il dottor Negrotti, che mi ha scrupolosamente seguito durante la gravidanza e si è più volte interessato alle condizioni del bambino. Infine un grazie particolare alla pediatra Loretta Mellino che segue già Stella e seguirà Emanuele, per avermi supportato e consigliato in uno dei momenti di maggiore sconforto.
Ovviamente un immenso ringraziamento alla mia famiglia e soprattutto alla mia mamma, senza la quale non sarei riuscita a gestire la situazione.
Ora abbiamo ripreso una vita normale, fuori dall’ospedale. Una vita regolare con i miei due miracoli. Stella, la mia prima figlia, ne ha risentito tantissimo, per quanto cercavo di farmi vedere tranquilla lei capiva che la situazione era grave. Lo leggeva nei nostri occhi, lo accusava dalle mie assenze per stare in ospedale. Lo ha visto più volte nelle lacrime che mi rigavano il viso e che in fretta cercavo di asciugare.
Sono esperienze che ti cambiano, che cambiano il modo di vedere chi hai intorno e che ovviamente modificano le tue priorità.
Ho raccontato tutto ciò, primo per dare speranza a chi mi auguro mai dovesse trovarsi a vivere la nostra esperienza, anche perché il web è pieno solo di casi negativi e poi perché volevo dare testimonianza di un caso di eccellenza sanitaria. Non è bello raccontare solo quando le cose vanno male, sparlare di un medico o di un ospedale è fin troppo semplice. Io voglio invece complimentarmi come già fatto sopra con il reparto di terapia intensiva neonatale e con quello di ginecologia di Belcolle.
Più di una persona mi ha detto che i bimbi che così piccoli sconfiggono lo scoglio della morte saranno poi bambini e uomini speciali: io questo non lo so, non so che tipo di persona sarà mio figlio, ma so che tipo di mamma voglio essere io per lui. Emanuele ora è a casa e in questo momento dorme sereno stringendomi la mano.
Quest’anno il Natale più bello, con il regalo più bello: i miei figli. Buone feste a tutti.
Tamara Bracaletti
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