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L'opinione del sociologo

Qual è la differenza tra vandalismo e street art?

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Un murale

Un murale

Un murale

Un murale

Viterbo – Qualche giorno fa alcuni ragazzi sono stati sorpresi a “imbrattare” il muro di una scuola con bombolette spray.

Visto che il “lavoro” di quei giovani “vandali” non consisteva nelle solite scritte o nei soliti disegni che si trovano nei bagni pubblici, ma in una assortita mescolanza di tonalità di blu, viola e arancio, qualche domanda forse bisognerà porsela.

Ad esempio: quale è la differenza tra vandalismo e street art? Ancora, è più bello un muro di mattoni e cemento o uno colorato?

Sono stati necessari confronti, convegni e meditate riflessioni per fornire risposte, anche se restano non poche zone d’ombra.

E’ vandalismo, certamente, spruzzare bombolettate di vernice spray sulle fiancate dei treni, sui loro finestrini, sui monumenti, sulle facciate delle abitazioni e degli edifici pubblici, scrivere idiozie di varia natura sui muri, insomma sostanzialmente “sporcare” la proprietà altrui e quella comune.

Ma ci sono anche le “opere d’arte”, figurative, grafiche o coloristiche, che danno nuova e più bella veste a costruzioni altrimenti anonime e tristi. Questi murales sono spesso l’espressione di una abilità e di una ispirazione fuori del comune, come quella di artisti del calibro di Blu, Ericailcane, Eron, Sten & Lex, Manu Invisible, per restare agli italiani.

Ancorché a lungo discussa, la street art, nelle sue varie declinazioni, ha ormai un posto a sé nell’arte figurativa. Certamente nasce da una cultura non solo anticonformista, ma direi proprio antagonista (si pensi ai murales di Orgosolo, esplicitamente “sardisti”, ma anche a quelli diffusi nei quartieri più popolari di Roma, per lo più di ispirazione marxista-leninista), mentre oltreoceano è sorta (prima che da noi) soprattutto in ambienti urbani degradati e marginalizzati, prodotto di una cultura prevalentemente afro e hip hop tesa a dissacrare i miti dell’americam dream.

Tuttavia oggi, nelle sue espressioni artisticamente e culturalmente più impegnate, la street art collabora vigorosamente con le istituzioni per dare colore e identità alle periferie, agli angoli urbani più squallidi, per creare veri e propri percorsi artistici che ormai cominciano ad attrarre turisti e visitatori.

A Napoli e a Roma ad esempio si organizzano tour veri e propri alla scoperta di opere di street art…

In vari centri, grandi come Bologna (forse la “patria” della street art italiana), Milano, Roma, Napoli, ma anche più piccoli come Reggio Emilia, Latina o il Salento, si tengono festival promossi degli enti locali, che attirano visitatori, restituiscono attrattività ad angoli perduti della città e del territorio, insegnano ai giovani (e ai meno giovani) che cosa è veramente la street art.

Tuttavia, in una veste sostanzialmente, ma riduttivamente, rivoluzionaria, la street at viene imitata anche da vandali, per lo più adolescenti, convinti di esprimere in questo modo la loro istintiva irriducibilità al mondo ordinato degli adulti. Vandalismo, quindi, non street art, e come tale va trattato.

Non dobbiamo dimenticare però che è nei salotti buoni di certa intellighenzia che si invita alla trasgressione, che perfino la pubblicità ci invita a “break the rules”, ammiccando alla mela di Eva.

Così, diventa facile ritrovare i cascami degenerativi di certe parole d’ordine degli adulti nei comportamenti scomposti dei ragazzini più superficiali ed esibizionisti. E non si sta parlando solo di bombolette spray…

Nel caso specifico degli imbrattatori della scuola pescati sul fatto a Viterbo dai carabinieri, mi verrebbe da dire che forse potrebbe essere un tantino frettoloso liquidare l’episodio come mera espressione di vandalismo.

Ad esempio, non si va con diciassette bombolette di diverse sfumature di colore e una scaletta ad eseguire un mero atto di stolido vandalismo: non siamo di fronte al teppistello che scarabocchia su Il Risveglio a Valle di Faul, né a quello che rompe panchine nei giardini pubblici o spacca bottiglie a San Pellegrino. Oltre tutto, dalle immagini pubblicate sembra che le capacità coloristiche dei ragazzi sorpresi ad “imbrattare” il grigio muro di una scuola non siano poi troppo male (peccato per quel brutto disegno sulla porta a vetri…).

In ogni caso, onde evitare un’accusa di apologia di reato mi affretto a precisare che se non c’è il consenso del proprietario (pubblico o privato che sia) qualsiasi espressione di arte di strada, anche la più eccelsa, diventa un atto di violenza, e quindi un reato.

Con questa precisazione, sarebbe comunque opportuno riflettere sul recente episodio di cronaca, cercando di interpretare e di incanalare certe tendenze giovanili, soprattutto se sorrette da una qualche abilità, verso forme virtuose. Ma nel modo più adatto.

Ad esempio è fallito il progetto, da parte di certe amministrazioni locali, di fornire ai giovani un muro appositamente predisposto su cui esprimersi liberamente: nelle menti dei vandali e di certi graffitari l’uso delle bombolette e dei pennarelli ha senso solo se è un atto di trasgressione.

Così alla fine su quel muro era più facile leggere battute da bagno scolastico, slogan sportivi o pseudopolitici e osservare una certa dovizia di falli in erezione che cercare l’espressione creativa di un writer in sboccio.

In realtà, certi giovani artisti dello spray, se tali si sentono e tali si dimostrano, andrebbero piuttosto coinvolti in progetti espressivi, responsabilizzati nelle scelte, nel ruolo che viene loro assegnato, nel senso di partecipazione, di contributo personale che possono dare alla città. Mostrando una maggiore apertura verso certi artisti potenziali, andrebbero poi coinvolte le scuole, specie quelle che hanno un curriculum artistico; chiamati grandi artisti a fornire opere e fonti di ispirazione; incentivata l’adozione sistematica di murales d’arte per l’abbellimento di tristi immobili. Insomma, il vandalismo può essere prevenuto se recuperiamo certi ragazzi al gusto della responsabilità civica, offrendo loro nuovi stimoli, nuovi interessi e soprattutto nuove opportunità.

Qualcosa del genere è accaduto a Viterbo con l’accordo tra l’Accademia di Belle Arti e il Comune per il restyling delle scalette di Valle Pierina a Bagnaia, e in passato si ricordano i murales nel sottopassaggio di Piazza Crispi.

Ma andrebbe fatto di più e con interventi ancor più eclatanti: c’è un’intera periferia oggi anonima e trascurata che potrebbe acquisire una identità propria, diventando un percorso artistico di qualità se opportunamente arricchita di opere d’arte di strada.

Ripensandoci: quanto sarebbero stati veramente anticonformisti al giorno d’oggi quei ragazzi, se avessero chiesto al dirigente scolastico il permesso di “colorare” il muro della scuola, magari illustrando il loro progetto espressivo? Roba veramente dell’altro mondo, come si suol dire…

Francesco Mattioli


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24 gennaio, 2018

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