Viterbo – “La “giunta Fioroni” non ha fatto un cazzo di niente”. “Filippo Rossi è una fucina di idee… non tutte giuste”. “Il programma di Viterbo 2020 è onesto, realista e possibile”. Il cantante lirico Alfonso Antoniozzi ci riprova e scende in campo. Cinque anni fa lo ha fatto sposando la causa di Viva Viterbo e Filippo Rossi. Dice che dagli errori si impara e stavolta ci mette la faccia facendosi votare per Viterbo 2020. Cosa è cambiato? Il programma realizzato da Chiara Frontini che Antoniozzi definisce “onesto, realista e possibile”. In giunta sarà l’assessore alla Cultura e dice di avere in mente una ‘rivoluzione copernicana’ del settore con l’assessore che non sarà più un plenipotenziario che elargisce i fondi ma una figura di sintesi tra le realtà del territorio. Sogna una Fondazione del teatro dell’Unione e un centro polivalente in ogni quartiere.
Il cantante lirico è arrivato in redazione accompagnato dalla ‘lìder maxima’ di Viterbo 2020 Chiara Frontini.
Perché dopo aver sbagliato una prima volta con la precedente candidatura nel movimento Viva Viterbo, tenta di sbagliare una seconda?
“Perché esiste un imperativo categorico – dice Antoniozzi – che ci dice che se tu ritieni di essere in grado di cambiare le cose, è bene che ti metti in gioco e lo fai. Non credo che riuscirei ad assistere ad altri 5 anni di malgoverno cittadino, senza avere neanche la soddisfazione di guardarmi allo specchio per dire che almeno ci ho provato”.
Ma visti il risultato dell’altra volta e gli errori fatti, che cambia stavolta, perché Chiara Frontini è meglio di Filippo Rossi?
“Una delle bellezze della vita è che dagli errori si può imparare. Quindi, quando ho iniziato a dialogare con Chiara, mi sono sincerato che ci fossero delle cose che cinque anni fa non c’erano. Mi ha affascinato il programma di governo di Viterbo 2020, probabilmente perché Frontini è una che in quei banchi c’è stata per 5 anni e ha avuto modo di conoscere il meccanismo e le sue falle e ora prova a sistemarle.
Lei, col gruppo con cui lavora da prima che arrivassi, ha stilato un programma per la città che trovo straordinario perché non fa delle promesse. Conti alla mano, dice già da adesso dove può tagliare, dice con precisione quello che vuole fare, con quali tempi e dove prendere i soldi. In questo momento, non credo ci sia una forza in campo in grado di fare altrettanto. Ci mette la faccia, col rischio di essere sbugiardata nel caso le proposte non dovessero essere attuate. Una sfida enorme e il sintomo di una chiarezza di comunicazione”.
Ma sul passato…
“Riassumo per i piccini – dice Antoniozzi senza far finire la domanda -: sono entrato in Viva Viterbo perché c’era un progetto di cambiamento per la città che si era presentato come un progetto terzo che non intendeva accorparsi con nessuna delle parti politiche che precedentemente aveva governato, per me, in maniera sciagurata. Quando questo è venuto meno, quando, dopo il primo turno, la maggioranza di Viva Viterbo ha deciso di accorparsi con una parte politica, indipendentemente da quella scelta, io mi sono tirato fuori”.
Perché?
“Perché mi ero messo al servizio di una cosa diversa”.
L’altra volta, molti hanno votato Rossi perché c’era lei. Perché si dovrebbero fidare di nuovo?
“Non si devono fidare di me, ma di Chiara Frontini, perché non sono un testimonial”.
E’ però un personaggio molto conosciuto…
“La differenza fra 5 anni fa e oggi è che io in questo progetto credo in maniera tale che mi faccio votare, mentre l’altra volta ero solo assessore ‘in pectore’. Mi sembra di vivere in un periodo in cui si vota solo l’uomo. Spostiamo l’ottica e votiamo il progetto. Indipendentemente dai trascorsi di chiunque, i miei, che, per il mio punto di vista, ho evidentemente preso una cantonata solenne, quell’iniziativa non è più diventata quello che sognavo di fare. Dimentichiamo quindi il passato e concentriamoci sulle proposte che in questo caso sono scritte in maniera chiara a quattro mesi dalle elezioni. Non c’è improvvisazione, ma un lavoro dietro. Vediamo come si propone di operare e governare e se si condivide, si abbraccia il movimento e non la persona”.
E’ vero, ma le idee e i programmi poggiano sulle gambe delle persone… Si pensi alle proposte di Pannella che non ha mai attuato, impegnato più a fare filosofia che politica o a quelle di Berlusconi del 1994 che sembravano dover cambiare il mondo…
“Questi programmi mancavano, però, di due cardini che in questo caso ci sono: mancavano del come farli e con quali soldi. Mancavano dunque della parte che sostiene le cose debbano essere portate a termine. In questo caso c’è la sostanza: credibilità e concretezza”.
Cosa l’ha fatta decidere comunque?
“La cosa bella che ha fatto la Frontini e che mi ha anche gasato è che lei ascolta quali sono le esigenze e vede di trovare delle soluzioni. Una città sistemata nel modo in cui abbiamo sotto gli occhi, se li merita i sacchetti in mezzo alla strada. Ogni campagna elettorale punta allo straordinario, questa, invece, alla soluzione dell’ordinario”.
Cosa ne pensa della “giunta Fioroni”? Quali sono le cose fantastiche che ha fatto e quali gli errori?
“E’ molto difficile rispondere, perché la “giunta Fioroni” a me pare non abbia fatto un cazzo di niente… E’ stata eletta con una maggioranza tutto sommato bulgara con cui avrebbe potuto rivoltare la città, ma mi sembra non lo abbia fatto. E’ stata 5 anni a preoccuparsi di come arrivare alla fine del mandato”.
Dicono, per esempio, di aver risolto il problema di Esattorie…
“Il risultato è che sono tra quelli che si è fatto ore di coda per le cartelle pazze, a poposito di Imu, visto che si sono inventati che nel 2012 avevo due case, quando non ne ho mai avuta più di una. Bisogna vedere quindi come hanno risolto…”.
Nel suo settore, la cultura, cosa è stato fatto?
“Non c’è mai stata una politica culturale sulla città, non c’era con la giunta Marini, tanto meno con questa. C’è il solito fraintendimento per cui l’assessore alla cultura deve essere un organizzatore di eventi. Non è vero. L’assessore alla cultura non è un impresario, ma valorizza le realtà del territorio e promuove quello che c’è, insegna a far rete e dà un filo conduttore perché tutti crescano insieme al substrato culturale della città”.
Se dovesse definire Michelini amministratore?
“Quando ho partecipato al consiglio comunale straordinario sull’Unione, dopo il restuaro, ho trovato un sindaco che non aveva idea di cosa si stesse parlando”.
Come valuta il restauro dell’Unione?
“L’ultima volta che l’ho visto era carente di tutto quello che serviva per farci uno spettacolo. Non so se le cose sono cambiate”.
Come valuta invece la situazione delle attività culturali viterbesi col predominio assoluto della Fondazione Caffeina?
“Le attività culturali sono vive e vitali, ma non hanno alcun tipo di amplificatore e non sono capaci di fare rete”.
E’ vero però che c’è un ‘moloch’ al centro…
“C’è un ‘moloch’ al centro che ha preso piede anche perché le altre realtà non sono capaci a fare rete e soprattutto perché non c’è una politica culturale. Il grosso fraintendimento dell’ingresso di Viva Viterbo nella maggioranza è che, almeno fino a quando ci stava, sembrava che l’offerta del comune fosse quella di Caffeina. Non era così. E l’assessore alla cultura per me non deve lavorare contro Caffeina, ma fare un altro tipo di lavoro. Perché Caffeina è una realtà importante e radicata sul territorio”.
E che lavoro dovrebbe fare?
“Dovrebbe innanzi tutto lavorare con le realtà locali per aiutarle e dirigerle in una programmazione, che è la loro, e che è alternativa a quella di Caffeina. Poi dovrebbe dotarle di posti in cui fisicamente operare. Io, per esempio, vorrei usare stabili comunali per dare a ogni quartiere il suo centro polivalente”.
A Viterbo, ci sono tre teatri funzionanti: Unione, teatro Caffeina e Ferento. Come si organizzano e valorizzano?
“Il problema è quale impronta culturale si vuole dare alla città, perché organizzare una stagone teatrale buttandoci 50mila euro, significa fare catering e la città non cresce col catering, ma se ha dei teatri che sono dei centri di produzione. Se l’Unione, come io sogno, riuscisse a diventare la Fondazione teatro dell’Unione e si slegasse così dal controllo diretto del Comune, trovando soldi con sponsor privati, banche e imprenditori, si creerebbe una compagnia stabile e quindi opportunità per il territorio. Si potrebbero proporre dei corsi di formazione per le diverse professionalità dello spettacolo, dal macchinista all’ illuminotecnico e al costumista, così che il teatro diventi un’industria capace di muovere l’economia e un centro in cui la gente impara il mestiere”.
Cosa metterà in campo se diventerà assessore alla Cultura?
“Voglio cambiare la percezione che si ha dell’assessorato alla cultura che è la casa dell’operatore culturale e non il posto in cui si va a pregare di avere soldi per il progettino. Prima di tutto, incontrerò tutti gli operatori culturali del territorio per fare il punto e capire le esigenze. Si deve lavorare insieme per soddisfare le richieste e migliorarle. L’assessore non è un plenipotenziario che elargisce finanziamenti, è un facilitatore.
La seconda cosa che per me è fondamentale è instillare la cultura del dialogo tra le associazione, perché è bello il lavoro dei singoli, ma è l’unione che fa la forza. C’è troppa rivalità, quando nella cultura non dovrebbe esistere. Alla fine dei 5 anni, vorrei si arrivasse quindi alla Fondazione teatro Unione, perché il teatro non deve essere un semplice edificio e che ogni quartiere avesse il suo polo culturale per i giovani.
Voglio da subito creare una rete, attraverso i social, che rilanci tutte le operazioni culturali che avvengono sul territorio e che spesso non vengono conosciute. Ci manca un ‘Pantalone’ delle attività culturali e l’assessore alla cultura ha questo compito, deve fare da amplificatore di tutte le iniziative e di tutte le realtà culturali. Perché quando vai ad amministrare la cosa pubblica non puoi permetterti simpatie, né politiche né culturali”.
Ci sarà pure un criterio?
“Credo che ultimamente, manchi alla città il senso di identità, siamo tutti contro tutti. Abbiamo perso il senso di appartenenza alla collettività, un sentire comune che si ricostruisce solo raccontando la nostra storia, le nostre donne, gli etruschi e i Farnese, quello che ha fatto di noi quello che siamo. Vorrei che le associazioni mi aiutassero in questo. La città è percepita come il comune che non fa le cose, spero di invertire questa tendenza e di far sì che ci si riappropri della città per sentirla nostra. La regia, a cui ultimamente mi sono dedicato, mi ha insegnato che posso anche avere l’idea più figa del mondo ma che poi posso scontrarmi con una serie di problemi. Devo portare la nave in porto, salvando il progetto originale, e tirando fuori il meglio da ciò che si ha a disposizione. Questo deve fare l’assessore alla cultura”.
In tutto questo, la Fondazione Caffeina è un problema o una risorsa?
“Una risorsa, perché deve essere un problema”.
Ha lavorato con Rossi, come lo definirebbe?
“A livello politico, non essendolo, non saprei farlo perché non ho il ‘know-how’. Lui è una fucina di idee, non tutte giuste”.
Dovesse sintetizzare il programma di Viterbo 2020 per convincere a votarlo, come lo farebbe?
“E’ un programma onesto, realista e possibile”.
Su quali priorità punterete?
Chiara Frontini: “La riqualificazione urbana, ripulendo la città e rendendola vivibile. Poi il turismo come motore dello sviluppo economico con un brend della città da diffondere all’esterno, promuovendo il concetto di ‘Viterbo cuore della Tuscia’, perché sia il punto da cui partire per visitare tutto il resto del territorio, immaginando percorsi turistico-culturali per smuovere i flussi. Infine, gli ex comuni e quartieri, con un’attenzione per le zone dimenticate della città, attraverso tpl e autonomia amministrativa”.
Su quest’ultimo tema, gli ex comuni, qualcosa già avete fatto.
Frontini: “Col gettone di presenza, abbiamo finanziato diverse iniziative: una stampante a colori e una televisione per la scuola di Bagnaia, poi ci abbiamo pagato le spese legali per chi non si poteva permettere i ricorsi per le multe della ztl. E stavolta abbiamo pensato di sostenere l’Acas che si è presa la briga di far rinascere e dare un’identità a ‘Sant’Angelo paese delle fiabe’ chiedendo la disponibilità delle facciate di case private per disegnarci dei murales. Uno è già stato fatto, ispirato ad ‘Alice nel paese delle meraviglie’ e il secondo, quello che finanzieremo noi, è dedicato al ‘Piccolo principe'”.
Ci sono, per esempio, i soldi per le buche?
Frontini: “Non vogliamo prendere in giro la gente. E’ impossibile rifare tutte le strade di Viterbo e per me vanno individuate delle priorità: quindici o venti strade su cui intervenire subito. Con un’amministrazione attenta e con la dovuta pressione da parte della cittadinanza, le cose possono funzionare se si tagliano una serie di spese”.
Antoniozzi, si ritrova un’altra volta con un soggetto politico che comunque nasce dal centrodestra lei che è più o meno di sinistra…
“Non abbraccio le ideologie, ma i progetti. Se io sono presente all’interno di questo schieramento, credo sia condizione necessaria e sufficiente a dimostrare che c’è un’apertura al dialogo che va al di là delle ideologie. Garantisce il fatto che questo movimento sia un movimento civico. “.
Perché ‘si è innamorato’ di Chiara Frontini?
“Perché quando sono andato in consiglio comunale a parlare dell’Unione, era l’unica che sapeva di cosa si stesse parlando visto che si era documentata, mentre, per il resto, sono stato circondato da un branco mentecatti che non conoscevano l’argomento e nemmeno gli interessava saperlo. Mi sono incuriosito nel vedere questa mosca rara.
Allo stato dei fatti, per uscire da una situazione stagnante, visto che la destra ha governato male e la sinistra ha governato peggio, l’unica via credibile e percorribile per evitare che si perpetui il malgoverno che abbiamo già visto è questa proposta di movimento”.
Sugli extracomunitari, qual è la vostra politica?
“Ho sperimentato sulla mia pelle, fin da bambino, cosa significasse essere giudicati per un preconcetto – racconta Antoniozzi -. Dal punto di vista della politica culturale, la cosa sacrosanta che un assessore deve fare in questa situazione di emergenza è sbattersi per cercare un dialogo. E’ necessario quindi che la cittadinanza conosca gli extracomunitari che arrivano e viceversa. Questo si fa, nel tempo, con iniziative culturali che possano essere condivise. Ora, più che accoglienza, per me, è parcheggio perché non viene creata alcuna possibilità di interazione, ma i ghetti che creano una visione distorta da entrambe le parti”.
Ma per il problema è veramente così significativo?
Antoniozzi: “Vedo un problema nella percezione del problema. La multirazzialità non è solo il futuro, ma anche il passato e il presente. Anche noi siamo il risultato di incroci tra etruschi, romani, tusci, falisci e chissà chi. La diversità è ricchezza, cultura, crescita. Sono convinto quindi che si debba fare accoglienza vera. Non si può tacciare di razzismo chi dice che questo meccanismo, che crea ghetti, sia difettoso, perché questo meccanismo è difettoso”.
Frontini: “Abbiamo contestato che il problema non è stato gestito e che il sindaco, come al solito, con la sua ignavia, si è fatto asfaltare da qualsivoglia decisione la prefettura volesse prendere. Nel momento in cui sei il responsabile della sicurezza pubblica e della crescita di una città devi avere il coraggio di mettere becco su decisioni che non possono semplicemente arrivare dall’alto. Nel distribuirli, non hanno tenuto in considerazione del tessuto sociale nel quale si andavano a inserire, ma semplicemente lo hanno fatto in funzione della disponibilità dell’imprenditore che forniva l’immobile. Questo, il sindaco, non lo doveva consentire. A mio avviso si può integrare un numero che la città può gestire. Viterbo fa Sprar dal 2004 – giunta Gabbianelli e assessore Rotelli – e nessuno si è mai accorto di nulla. Non ha mai causato problema, perché si riusciva a integrare e dare un’accoglienza dignitosa. Questo sistema è collassato e lo slogan ‘Viterbo non è un albero’ nasce dalla critica di questo concetto e cioè che non sia possibile che imprenditori che non hanno possibilità di sbancare il lunario, abbiano pensato di farlo sulla pelle della città e degli immigrati. Non è tollerabile così come che il sindaco non abbia deciso di cogestire la situazione”.
Cosa farete?
Frontini: “Pretenderemo di sedere al tavolo e di decidere con la prefettura come gestire la vicenda con un’accoglienza diffusa, senza aree ad alta concentrazione”.
Fateci sognare… se governerete come cambierà la città?
Frontini: “C’è già stata una persona che ha provato a far sognare la città e noi oggi stiamo faticando a convincere le persone che con quel sogno erano arrivate sulle nuvole e che poi sono state catapultate al centro degli inferi. Noi non vogliamo far sognare la città, ma dirle che realizzeremo progetti concreti che hanno la loro fattibilità. E che camminano sulle gambe di persone credibili. Credo sia sufficiente, le nostre facce, le nostre teste, le braccia e i cuori, saranno a disposizione della città. Sarà la nostra carta vincente”.
E’ una lista di centrodestra o centrosinistra?
Frontini: “E’ una lista post caduta del muro di Berlino, che raccoglie sensibilità di tutti gli schieramenti che si aggregano su un progetto concreto per la città. Far funzionare l’appalto della differenziata, è una cosa di destra o di sinistra? E’ di buon senso, così come tutte le proposte del nostro programma. Che verrà realizzato da gente per bene che ha voglia di fare”.
Antoniozzi: “E’ una lista che non paga pegno a nessuno e che, nel momento in cui va, su può iniziare a lavorare”.
E se non andate su?
Frontini: “Questo problema non ce lo poniamo proprio, perché siamo convinti delle nostre facce e delle nostre idee”.
In caso di ballottaggio, farete accordi con Fioroni, o chi per lui, oppure con il centrodestra?
Frontini: “No, è indubbio. L’accordo con Fioroni di Viva Viterbo di cinque anni fa era strumentale a trovare il posto di lavoro a qualcuno. La decisione è stata presa tra poche persone per un progetto di natura personale. Nessuno di noi ha bisogno di lavoro dalla politica”.
Antoniozzi: “Anche perché ‘madama’ Frontini ha fatto 5 anni di opposizione e se avesse voluto fare accordi li avrebbe fatti”.
Sui candidati?
Frontini: “Vogliamo arrivare il giorno prima delle elezioni con una parte di giunta fatta, così che le persone possano votare, oltre al sindaco, una parte della squadra fatta”.
Se dico Giancarlo Gabbianelli cosa pensa?
Frontini: “E’ stato sicuramente uno dei sindaci più amati che questa città ricordi nell’ultimo periodo. Detto questo, oggi il mondo gira in un altro modo e c’è bisogno di un modo diverso di fare politica che sia al di fuori, secondo la mia visione, delle ideologie”.
Gabbianelli quindi non ci sarà in giunta?
Frontini: “No, non ci sarà”, ride.
Paola Pierdomenico – Carlo Galeotti
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