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Lettere - Enrico Cesarini si chiede quando e come si uscirà dalla mentalità chiusa che sta distruggendo la città

Siamo davvero fieri di questa “Viterbesità”?

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Viterbo - Palazzo Papale

Riceviamo e pubblichiamo – Recentemente in un articolo sulla scomparsa di un artista viterbese ho letto che egli era stato un esempio di “Viterbesità”.

Pur non essendo viterbese di nascita, questo termine mi ha colpito e mi sono subito domandato come esso debba essere interpretato, quale fosse il suo reale contenuto e alla fine ho concluso che il suo significato non può essere che soggettivo.

C’è infatti chi gli dà un significato soltanto positivo, legato all’orgoglio di antiche tradizioni del passato, spesso con forti collegamenti alla religiosità popolare, senza però considerare l’altra faccia della medaglia: restare legati alle tradizioni è senz’altro una bella cosa ma deve essere solo una componente della propria cultura che deve anche essere aperta ai cambiamenti e al progresso, mentre questa “Viterbesità” a me pare in questo senso una strada sbarrata, in quanto molti di coloro che se ne sentono orgogliosamente portatori hanno una visione della realtà limitata e spesso ingabbiata da uno stolto conservatorismo.

Solo così si possono spiegare l’’arretratezza, l’’immobilismo e i tanti aspetti negativi, più o meno importanti della nostra organizzazione civile che invece sono chiari ed evidenti a chi, pur cittadino viterbese, da questa “Viterbesità” non è affetto.

Come spiegare altrimenti il comportamento di gran parte di una popolazione che non si ribella quando gli viene negato il diritto alla salute e la si costringe ad accontentarsi per 40 anni di mezzo ospedale e a emigrare altrove per farsi curare?

Quando la si costringe per decenni all’isolamento senza collegamenti esterni ferroviari o stradali degni di questo nome?

Quando lo sviluppo urbanistico viene abbandonato a se stesso, nel caos delle palazzine e dei palazzinari, senza servizi, parchi pubblici e piste ciclabili?

Quando studenti e professori sono costretti a istruirsi e a lavorare in scuole vecchie e decadenti?

Quando non esistono biblioteche e centri culturali accattivanti e moderni che possano rappresentare un’alternativa al centro commerciale?

Quando la si costringe a tollerare la sporcizia delle strade, quasi tutte sconnesse, per l’assenza di netturbini e di manutenzione?

Quando si abbandona il traffico al caos per l’assenza di vigili urbani o per l’abbandono dei semafori e addirittura il persistere di un passaggio a livello centenario dentro la città?

Quando non si fa nulla per sviluppare e sostenere lo sport facendo precipitare le squadre cittadine nelle ultime categorie nazionali?

Quando si affossa il turismo non predisponendo parcheggi multipiano per auto e bus, scale mobili, e l’’apertura dei negozi, bar, ristoranti e dell’’ufficio turistico nei giorni festivi?

Quando non si fa nulla di serio per valorizzare il bene pubblico della risorsa termale o dei tanti magnifici insediamenti etrusco-romani lasciati invece nell’abbandono?

Quando non si fa niente o quasi per attirare l’imprenditoria industriale?

Insomma quando da oltre 50 anni non si fanno altro che chiacchiere e quasi nulla di concreto?

In definitiva come spiegare altrimenti che non ci si ribelli in massa quando viene negata a tutti la speranza di vivere meglio, orgogliosi della propria città?

Tutto è infatti immobile, cristallizzato, mentre altrove il bene pubblico corre e si sviluppa.

Perché è del bene pubblico che bisogna occuparsi, non di quello privato, perché la città, la sua stessa idea, è esattamente un bene pubblico, cioè un bene di tutti e che a tutti potrebbe portare un benessere molto maggiore, se gestito con intelligenza.

Allora è questa, per me, la “Viterbesità”, un triste modo di essere chiusi in se stessi, un insieme di cinismo, egoismo, ipocrisia, codardia, superficialità, servilismo, fatalismo senza speranza, in sostanza una malattia dell’anima che non porta da nessuna parte e che fa vivere chi ne è affetto immobilizzato nella paura di ogni cambiamento.

Ma al contrario è proprio dal cambiamento che deve venire la svolta: chi pensa che la città possa crescere dovrà cambiare il modo di ragionare, da un lato pretendendo con molta più convinzione una puntuale tutela del bene pubblico e dall’’altro ridimensionando il proprio particolare interesse privato che spesso si identifica con piccoli e momentanei vantaggi e che ha purtroppo fin’ora dominato.

Bisogna insomma smettere di vendere, con i voti, l’anima, cioè i veri benefici, al proprio “padrino” politico per un piatto più o meno consistente di lenticchie, rinunciando in tal modo a pretendere tutto ciò che di importante serve all’’intera città per raggiungere un benessere civile pari alla sua bellezza.

Solo così si guarirà da questa deleteria “Viterbesità” e si potrà veramente amare Viterbo semplicemente da “cittadini viterbesi”, facendola progredire al pari di altre città, anche meno belle, ma che già da tempo sono sulla giusta via, quella che potenzia costantemente le proprie infrastrutture e guarda avanti, quella che sa valorizzare ogni potenzialità culturale ed economica nel migliore dei modi e nell’’interesse di tutti.

Enrico Cesarini


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26 marzo, 2012

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