Bassano in Teverina – Antonello Ricci, per la rassegna “Bassano in Teverina, la città invisibile”, condurrà in un viaggio a cavallo del tempo, raccontando sapientemente ogni piega nascosta del borgo di Bassano in Teverina. L’appuntamento è per domenica 8 aprile alle ore 10,30 in piazza Nazario Sauro a Bassano in Teverina.
– “La città non dice il suo passato – scrive nel suo Le città invisibili Italo Calvino – essa lo contiene come le linee d’una mano: scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale” eccetera. Vero. Verissimo. Tanti anni (davvero tanti, ormai) di racconti sul campo mi hanno insegnato che una città non parla: la sua storia essa la porta scritta in sé, come tante schegge fossili confitte-dimenticate, come brusii del paesaggio che serve imparare ad ascoltare. Con pazienza e umiltà. Rigore e passione. Ardenza e spirito critico.
Così, qualche volta anch’io mi sento un po’ come il Marco Polo di Calvino: perché anch’io, mentre passeggio su e giù lungo il molo della città invisibile di Zaira e intanto porgo orecchio a quei tre pescatori, che rammendano la rete da pesca e intanto si raccontano, per la centesima volta, una certa vecchia-appassionante storia, anch’io “rubo” quella storia. Per restituirla a un più vasto pubblico.
Però Antonello – qualcuno obietterà – guarda che Bassano non dovrebbe neanche starci fra le città invisibili: perché è toponimo maschile, mentre le favolose città evocate dal grande viaggiatore veneziano a cospetto del leggendario imperatore Kublai tutte, rigorosamente, portano nome di donna. Ma no, no! Guardate che il nostro Bassano – ribatterò io – è Bassano in Teverina e certo Teverina, fino a prova contraria, è desinenza splendida di umori al femminile!
Lo so da me: sono un pifferaio magico che da decenni va per strade e piazze della Tuscia (e non solo) a decantare geologia culturale delle nostre comunità locali, aura inaudita dei nostri paesaggi, bellezza salvifica che ci toccò in custodia. Sempre però, senza mai troppo concedere alle suadenti sirene dei localismi, a quel certo malcelato orgoglio di municipio che troppo spesso ci convince-illude di essere nati nel felice ombelico dell’universo.
Bassano però, credetemi, è uno scrigno davvero colmo di perduti preziosi, un’ombra di campanile di assoluta incantagione. Non starò qui a perder tempo. Lascio parlare i luoghi. L’affaccio panoramico sul lago Vadimone immortalato in affatanti descrizioni dai più importanti scrittori classici: una pozzanghera oggi, ma di tale forza evocativa, tra origini sulfuree e memoria delle battaglie che segnarono il declino della potenza etrusca, che ancora sa ammaliarci. Due edifici attigui i quali ospitarono due illustri viaggiatori dell’immaginario (il grande pittore Cy Twombly e il sapido, indimenticato Mario Castellacci – sì, certo, quello del Bagaglino e di Forza venite gente – artisti che proprio a Bassano incontrarono e riconobbero il loro personalissimo buen retiro, imparando col tempo a sublimarlo in luogo privilegiato del proprio lavoro creativo nonché in vera patria adottiva).
Poi i segni urbani. La suggestiva, raccolta-accoglientissima chiesa di Santa Maria dei Lumi. Il peculiare gioco-intrigo di strade d’accesso e porte e torrioni e fossati all’ingresso del borgo vecchio: testimonianza di una complessa quanto intrigante metamorfosi urbanistica consumatasi tra basso medioevo e pieno rinascimento. Il governo delle acque pubbliche: suggestivamente scandito dal bel lavatoio in camicia nera (in alto) e poi dalla sobria quanto nobile fontana vecchia (da basso) voluta nel secondo ’500 dal cardinal Madruzzo (Madruzzo, sì: quello di Papacqua a Soriano; l’amico cui Vicino Orsini volle dedicare la casetta pendente di Bomarzo; il vescovo di Trento, l’amico di Vittoria Colonna e Michelangelo, l’amico di Spirituali ed eterodossi). E ancora: il pittoresco e commovente “deserto” della zona più alta dell’acrocoro, i mozziconi di case e chiese in vetta al colle: dove poche rovine superstiti ancora echeggiano di memorie di guerra, di mitragliamenti aerei, di deflagrazioni onnipotenti alla stazione di Bassano la cui onda d’urto si propagava fin quassù frantumando vetri, scorniciando finestre e porte, crepando muri. Creando insomma le premesse per il successivo abbandono del borgo nel segno delle magnifiche sorti e progressive del boom economico. Storia di Bassano. Storia d’Italia.
Infine. Il più incredibile reperto, uno stupefacente ritrovamento di archeologia “verticale”, riaffiorato alla luce del giorno quasi per caso, qualche decennio fa, durante lavori di restauro, dopo circa cinque secoli di oblio totale: incamiciato-occultato nel mascolino ma davvero elegante torrione civico cinquecentesco, c’è celato uno splendido campanile romanico, totem urbanistico-apotropaico rivolto urbi et orbi dall’alto del colle di Bassano, con tanto di membri eretti e pacche sul culo scolpite in segno di dileggio, forse a oltraggiare-scoraggiare fin da lontano eventuali truppe di malintenzionati. Oggi suggestivamente collocato all’interno di un gioco di specchi che poeticamente lo valorizza agli occhi del visitatore ignaro.
Che ne dite? Penso possa bastare. Tutta questa bellezza dormiente, squisitamente italiana, percorreremo-evocheremo domenica 8 aprile. Al mio fianco, come sempre, i fidi-fraterni scudieri di Banda del racconto: Pietro Benedetti voce recitante; Roberto Pecci alle percussioni. Ma anche una significativa quota di genius loci. Saranno infatti con noi: Isabella Rosati del Gruppo Archeologico Bassanese, attivissima realtà culturale locale senza la quale questa ardimentosa avventura non sarebbe stata neanche lontanamente immaginabile; nonché una già assai smaliziata artigiana dell’immaginario che risponde al nome di Simonetta Celli (già tre anni orsono fu nostra valente apprendista narratrice).
Come dire: un appuntamento da non mancare!
Antonello Ricci
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