Viterbo – Ci fu ’68 e ‘68.
Mentre in occidente, da Roma a Parigi, a Berlino i giovani – soprattutto quelli bene – si innestavano nelle rivolte operaie per cambiare le istituzioni e la società avviate al benessere e, comunque, nella libertà, in Cecoslovacchia veniva recisa alla base la Primavera di Praga.
Il tentativo, cioè, di rinnovamento avviato dal governo di Dubcek e dalle nuove generazioni che tentavano una “via nazionale” al comunismo, autonoma e non più soggetta a Mosca. La quale, però, intervenne con la forza dei carri armati.
A sfidarli e a morire furono soprattutto i giovani.
Il 22 agosto 1968, Il Messaggero, sotto le nove colonne “Arrestato Dubcek. Scontri a Praga”, pubblicava una lunga corrispondenza da Vienna – la capitale più vicina per seguire i fatti che avvenivano oltre gli insuperabili cavalli di frisia della cortina di ferro – dal titolo “I giovani sfidano i carri armati… altri dieci giovani pare siano stati uccisi a Praga, nel cuore della città, fulminati dalle mitragliatrici mentre cercavano di accecare i carri armati, gettando nelle feritoie giacche e mantelli… A Bratislava fortilizi improvvisati dagli universitari… Sei giovani italiani ospiti della Casa della Gioventù, svegliati e accompagnati alla frontiera…”.
In Italia, il PCI esprimeva “dissenso” e tutti condannavano.
Anche noi giovani democristiani, appena ricostituiti come movimento giovanile per volontà di Attilio Jozzalli, intenzionato a dare uno spazio nel partito anche alla nostra “protesta e proposta”, seguivamo con tensione e partecipazione quanto accadeva ai coetanei cecoslovacchi.
In particolare, le parole di Jan Palach, un universitario di Praga, che ci colpirono ben oltre il facile riferimento al comunismo dittatoriale e criminale di Breznev, il capo dell’Unione Sovietica.
Jan Palach si era infatti detto pronto a “bruciarsi per la causa” minacciando che “di fronte alla disperazione del popolo un’altra torcia s’infiammerà”.
A gennaio, sulla piazza San Venceslao fu lui la fiamma. Si gettò addosso benzina e si diede fuoco con un accendino.
Non potevamo rimanere a guardare e subito, anche con l’aiuto di Licinio Marcoaldi presidente dell’Azienda di Soggiorno – oltrechè di Jozzelli – organizzammo una grande manifestazione pubblica all’auditorium.
Nel manifesto scrivemmo “Aveva tutto: avvenire, gioventù, benessere, l’uomo in fiamme che illumina la verità scacciata. Jan Palach, per una riflessione”.
Renzo Trappolini
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