Viterbo – Un’opera incompiuta, senza senso. Probabilmente non ce l’aveva nemmeno allora, quando è stata iniziata, nel 1974. Fermata appena 4 anni dopo, nel 1978. È l’ex manicomio di Viterbo, a pochi passi dall’ospedale. Sulla collina di Belcolle.
Multimedia: L’ospedale psichiatrico di Belcolle – Video
A quarant’anni esatti dall’entrata in vigore della legge Basaglia, che chiuse definitivamente tutti i manicomi in Italia, sta ancora lì. Ed è pure pericoloso.
Facile accedervi, possibile farsi male una volta entrati. Abbandonata a se stessa. Un vero e proprio monumento all’incuria e al degrado. Invasa dalla vegetazione. Inutilizzata. Fotografie e video ne sono testimoni. Proprietaria, la provincia di Viterbo.
Girando al suo interno si nota ancora un minimo di manutenzione. Tubi di plastica che partono dal soffitto e arrivano a terra. Per far scolare l’acqua ed evitare che si sedimenti sul pavimento. Al pian terreno, oltre all’edera che invade gli spazi, anche qualche balla di fieno per dar da mangiare al bestiame che forse, qualcuno, ricovera ogni tanto là dentro.
L’unica barriera che separa le tonnellate di cemento dal mondo esterno è fatta di rovi, erbacce e ginestre. Si superano senza alcun problema. Anzi, ci sono anche dei piccoli sentieri. Basta seguirli. Entrare è semplice. Una volta dentro è possibile salire anche ai pieni superiori. Da lontano si vede l’ospedale di Belcolle. Per terra, la guaina su tetti lasciata lì a marcire.
Quando iniziarono i lavori, nel 1974, la legge Basaglia era già nell’aria. Il lavoro di Franco Basaglia, psichiatra, ispiratore della legge che chiuse i manicomi, era conosciuta a tutti, in tutto il mondo. E alcune strutture manicomiali erano state già chiuse. Non solo, ma il clima politico e sociale degli anni ’70 sembrava proprio andare in quella direzione. La chiusura definitiva dei manicomi. Eppure l’ex ospedale psichiatrico di Viterbo venne costruito lo stesso. Almeno in parte, il primo lotto dei lavori, centro medico e centrale tecnica. Lo scheletro di cemento che s’alza cupo su una collinetta tra San Martino e la città dei Papi. Dimenticato da tutti.
Perché non è stato più riutilizzato? Perché non è stato mai abbattuto? Perché adesso, a distanza di quarant’anni, quarant’anni che è rimasto così com’è, nessuno se ne occupa, nessuno pone il problema al punto che non c’è nemmeno un minimo di protezione tale da impedire l’ingresso alle persone garantendone l’incolumità?
Lì dentro farsi male è un gioco da ragazzi. Salti nel vuoto di metri, buche coperte dalla vegetazione. Pericoli ovunque. Uno scandalo a cielo aperto.
Quella dell’ospedale psichiatrico di Viterbo è una lunga storia, che inizia nel 1934 quando venne bandito un concorso per la sua realizzazione che non ebbe seguito.
L’iniziativa venne poi ripresa con l’approvazione del programma di costruzioni ospedaliere (Decreto Interministeriale 10.11.1965, n. 8581), dove era stato incluso anche il finanziamento per la realizzazione di un ospedale psichiatrico provinciale a Viterbo. Una volta concesso il contributo statale per la costruzione dei primi due lotti di lavori, riuniti successivamente in un unico lotto, nel 1966 l’amministrazione provinciale di Viterbo conferisce l’incarico della progettazione dell’ospedale psichiatrico agli architetti Rolando Angeletti e Paolo Verde.
La prima stesura del progetto è del 1968, ma solo nel 1971 l’amministrazione provinciale riceve in dono dall’Ospedale grande degli infermi l’area dove costruirlo. A Belcolle.
Il progetto originario, datato 15 dicembre 1968, prevedeva dei corpi di fabbrica in successione: area verde/parcheggio, centro medico e centrale tecnica (I lotto), centro sociale, chiesa e servizi generali, residenze e impianti sportivi (un campo di calcio e uno da tennis). Il progetto prevedeva inoltre la possibilità di un ulteriore sviluppo tramite moduli a forma di L, articolati in maniera tale che il grado di libertà del malato fosse direttamente proporzionale alla distanza dalla strada di accesso.
Il terreno dove è stato costruito è sottoposto a vincolo di tutela ai sensi degli articoli 24 e 35 del Piano territoriale paesistico regionale. È classificato anche come zona a pericolosità sismica media, mentre il fosso che sta nelle vicinanze è considerato tra i corsi delle acque pubbliche e soggetto a vincolo sempre dal Piano territoriale paesistico regionale.
Infine, nella variante generale al Piano regolatore del 1979, l’edificio dell’ospedale psichiatrico è collocato in zona F1 – servizi e attrezzature pubblici a livello territoriale, contrassegnato da un simbolo che ne indica lo stato di progetto.
La gara di appalto per i lavori è del 1973 quando venne stipulato anche il contratto con l’impresa Cesare Veggi per la realizzazione del primo lotto di lavori, riguardante le sedi del centro medico e dalla centrale tecnica. Quest’ultima, che non verrà mai realizzata, prevedeva un fabbricato a poca distanza dal centro medico con tre ambienti separati e non comunicanti. I lavori vennero interrotti nel 1978, lasciando sul campo i resti del centro medico, pur’esso mai completato. Al suo interno, i piani riservati alla degenza avrebbero visto 16 posti letto per pazienti paganti e 23 a disposizione per persone che non erano in grado di pagare.
Daniele Camilli
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