Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Splendida festa dello sport e della vita al campetto dell’oratorio della Verità. Ha riscosso grande successo lo “Stella Azzurra Day”, triangolare amichevole organizzato da Daniele Mancinelli e Giuliano Bendia, che ha riunito oltre una trentina di “vecchie glorie”.
Da annoverare fra i presenti il presidente Mauro Pesci e il mister Sergio Bucca, sempiterne stelle benigne del team stellazzurrato.
Assente giustificato invece Antonello Ricci, che alla Stella Azzurra ha principiato e concluso con amore la sua breve (e non indimenticabile) “carriera” calcistica. Qui seguito, per i lettori di Tusciaweb, l’allegro amarcord nel fedele e poetico resoconto dello scrittore Dario Pontuale.
Ne esistono pochi
Ne restano pochi, ma ancora esistono. Ancora esistono quei grandi campi di calcio di una volta, quelli “dell’undici contro undici”, quelli nati all’ombra degli oratori di un’Italia ormai trasformata, ormai cambiata nei modi e nelle logiche.
Esistono tutt’oggi quei vecchi impianti un po’ in disuso, fatti di terra polverosa, con buche decennali, porte arrugginite e righe di gesso gettate soltanto nelle occasioni importanti. Esistono ancora questi campi e resistono (soprattutto) quelli che ci vanno ancora giocare a pallone.
Giocano a pallone, non a calcio; necessario affermarlo, perché il calcio è ormai una roba da professionisti ingelatinati, da giocatori sofisticati che corrono per lavoro loro, non per sogno.
La gente che gioca a pallone su grandi campi di una volta, invece, è magari meno ingelatinata, di certo meno sofisticata, ma mette da parte tutto: moglie, figli, bollette, preoccupazioni e, proprio come in gioventù, prepara il borsone con poetica attenzione, tentando sempre di non dimenticare nulla.
Sicuramente ciò che non dimenticano mai è la passione, la medesima che li scuoteva da ragazzini buttandoli a giocare ovunque capitasse. Si giocava con o senza sole, in tanto o pochissimo spazio, sull’asfalto, la terra, il prato; si giocava e basta. Bambini appassionati ieri, adulti romantici oggi; nonostante i capelli più radi o grigi.
Venerdì sera, nell’oratorio della Verità, uno di quegli oratori di un tempo sparito si sono rincontrati, dopo un mucchio di anni, vecchi giocatori ma il borsone ancora una volta sulla spalla.
Probabilmente i bravi giornalisti sportivi lo chiamerebbero un raduno di “vecchie glorie”, ma non importa quale nome dargli, ciò che vale è che ieri, grazie all’imperituro amore per la maglia del promoter Daniele Mancinelli, queste “vecchie glorie” della storica polisportiva Stella Azzurra hanno di nuovo calzato gli scarpini.
Una festa diventata subito torneo; un torneo diventato subito festa. Erano tanti, oltre trenta, alcuni venuti da dietro l’angolo, altri capaci di affrontare non pochi chilometri pur di presenziare a una serata rara come il passaggio delle comete.
Chi in campo, chi a bordo campo, chi in panchina, però tutti si sono riuniti sotto i colori di una maglia difesa con coraggio ai tempi di quando erano giovani e scattanti.
Una divisa indossata con tenacia quando c’era da svegliarsi presto la domenica mattina, quando si disputavano campionati piovosi o gelati, ma pure quando nulla era capace di fermare la voglia di giocare a pallone.
Davvero un bel raduno c’è stato venerdì scorso alla Verità: una manciata di ultra trentenni, parecchi quarantenni, abbastanza cinquantenni e perfino dei sessantenni. Hanno formato tre squadre e poi giocato semplicemente a pallone, come sempre a pallone, mai a calcio.
Tutta gente che iniziò a correre sui campi quando in tv gli arbitri erano vestiti di nero, il pallone appariva pezzato e nessun giocatore portava il nome sulla maglia. Tutta gente che a pallone giocò per davvero e sempre con il cuore, mai per lavoro.
Giocatori che nonostante gli impegni, le sciagure, i traguardi hanno sempre rispettato quello sport che li ha cresciuti e resi parte di un qualcosa.
Certo qualche chilo di troppo c’era, qualche dolore in eccesso alle articolazioni si mostrava, qualche respirazione affannosa era evidente, ma nulla ha impedito di ritrovarsi in mezzo a un campo tra facce non più incontratesi da secoli, ma pur sempre paonazze di emozioni presenti e passate.
Tre tempi, tre partite, qualche gol, un bell’equilibrio tra le compagini, qualche rigore di spareggio, tattica e fiato dosate con esperienza. Rimbalzi strani, bei gesti tecnici, qualche dribbling, il giusto agonismo, la perfetta dose di risate, una bevuta in compagnia a fine gara.
Solo così si torna a casa da vincitori veri, chi c’era ieri lo ha toccato con mano, chi non c’era lo può solamente immaginare.
Tutti vincitori e con la borsa piena di abiti puzzolenti, le ginocchia sporche di terra, il cellulare zeppo di foto da condividere, un bel ricordo da mettere assieme ai momenti di gloria. Molto probabilmente ancora oggi sentiranno dolori in ogni parte del corpo, si ricorderanno di possedere muscoli che credevano perduti, ma sapranno una volta di più che il pallone, quello corso dalla gente che ama il pallone, è così: passione, fatica, forza del gruppo, risate.
Ieri sera, all’oratorio della Verità, la “vecchia” polisportiva Stella Azzurra è tornata di nuovo giovane, animata da cuori che giocavano come bambini a pallone. L’essenza è tutta qui. Ne restano pochi, ma ancora esistono.
Dario Pontuale
Dario Pontuale, cineasta e scrittore romano, “pasionario” pasoliniano, è autore del recente e fortunato “La Roma di Pasolini (Dizionario urbano)” (Nova Delphi edizioni)
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY