Viterbo – Elezioni comunali a Viterbo, riceviamo e pubblichiamo l’intervento di Giovanni Masotti, giornalista –
Penso che non si debba avere paura di dire come stanno le cose, o almeno come sembra che stiano a me, viterbese d’ adozione e innamorato di questa città, ma cittadino del mondo e ormai, assai poco romano.
Viterbo, che vivo intensamente, anche se in una continua spola, da quasi tredici anni, da quando ho ricevuto da Angela il dono inestimabile di mia figlia Giuliana, mi pare una città assonnata. Diffidente e ripiegata su se stessa. Sfiduciata. Incapace di sprigionare le sue enormi potenzialità, di valorizzare le sue tipicità, di aprire i suoi ‘scrigni’. Soffre, naturalmente, delle stesse emergenze sociali, delle insicurezze e delle ingiustizie che appannano e minacciano il futuro dell’ intero paese. Ma non mi metterò certo a scimmiottare inutilmente e impropriamente, argomenti e ricette che spetta ai politici indicare e, questa è la sfida, mettere in atto.
Sono sempre stato convinto che a ciascuno tocchi il suo ruolo. Al giornalista di lungo corso, non so se autodefinirmi ‘intellettuale’ (consideratemi come preferite), spetta suggerire, stimolare, punzecchiare, volare alto (tentar non nuoce, io ci provo). All’ amministratore, valutare, scegliere le priorità, prendere le decisioni e realizzarle con determinazione, respingendo la perniciosa tentazione di chiudersi nel palazzo e diventare ‘ostaggio’ del recinto autoreferenziale del potere. Tenga conto, perciò, chi avrà la responsabilità di governare, delle esperienze e delle capacità di chi sta e resta nella società civile, ma non disdegna la politica, che non è ‘sporca’, ma è difficile e insidiosa e si mette umilmente a disposizione della poli.
Esaurita questa premessa, vengo al punto che mi sembra essenziale e propedeutico a tutto il resto: l’assoluta necessità della consapevolezza che Viterbo è un’inimitabile città d’ arte e che come tale va considerata e trattata. La cultura può e deve essere il volano della sua rinascita e della sua crescita economica. E la cultura e il turismo, in una realtà urbana di tale pregio, sono indissolubilmente intrecciati, non possono essere gestiti separatamente: perché sono la stessa cosa. Bisogna tornare a far sognare questa città, che si è impantanata e intimidita (anche un po’ ‘incattivita’?), che ha perso le sue certezze. E, allora, osare. Accettare la sfida, o il salto di qualità, o l’ immobile decadenza accompagnata dallo sterile abbarbicarsi a un grande passato, che tornerebbe per magia. Senza muovere un dito.
“Osare”, imploravo. E, dunque sì, candidarla con ‘folle’ coraggio a capitale italiana della cultura e, perché no, a capitale europea (ma occorre averla la voglia e la forza di attrezzarsi). Ripristinare il “Premio Made in Italy Città di Viterbo”, che ideai e creai in solitudine e autofinanziandomi, ma non me pento affatto, nel luglio 2016 nell’ambito della mia neonata “Caffeina Polis” e che riscosse un successo unanime, troppo grande per la meschineria e la suscettibilità di qualcuno, che pensò bene d’affossarlo silenziosamente (mentre Unindustria, prima accesasi come una lampadina, pensò bene di dileguarsi).
Far nascere a Viterbo un Festival dell’Adolescenza (che chiamerei “Festival delle Emozioni”): una settimana di eventi, spettacoli e dibattiti dedicati a giovani e giovanissimi tra i 13-14 anni e i 18-20, una fascia d’ età delicata e cruciale, cui la città non offre niente, tranne noia, insidie e pericoli.
Attuare la totale pedonalizzazione di piazza del Comune e ‘inventarsi’ sotto i portici un “bar-salotto buono-pensatoio” di Viterbo, con annessa libreria e spazio ad hoc, invitando ospiti di qualità a venire, a conoscerlo e a frequentarlo. Incentivare l’ apertura, o la riapertura, di una sala cinematografica degna di questo nome in città, senza costringere i viterbesi ad arrivare minimo a Vitorchiano per godersi un bel film. E, contemporaneamente al suo auspicabile ‘battesimo’, organizzare una tre giorni di rassegna-carrellata del migliore cinema italiano d’ autore. Porre mano al vergognosamente negletto Museo civico: ripensarlo, “nutrirlo” e “accudirlo”. Smuovere, insomma, le acque stagnanti e la pigrizia. Ben vengano le critiche e le stroncature a queste mie suggestioni. A patto che giungano per costruire e migliorare, anche per scartare e sfrondare, ma non per distruggere. Non si dica di no solo per viltà, superficialità o piccineria.
Dicevo prima, e lo ripeto, del naturale intreccio tra cultura e turismo in una città d’ arte come la nostra. Viterbo deve ambire, a costo di sfiorire, ad essere – di fatto, non di nome – un’ eccellenza turistica nazionale e internazionale. Ma, ammettiamolo, non c’è, o non c’è abbastanza, un’autentica e sentita cultura dell’accoglienza, che andrebbe alimentata già nelle scuole. E non parlo certamente solo della scarsa ricettività alberghiera. Mi riferisco a un atteggiamento complessivo di apertura all’esterno, che manca. Viterbo dovrebbe mettersi alla testa di un’alleanza tra le medie e piccole città d’arte del contiguo Centro Italia (in Umbria, in Toscana, nelle Marche). Vicinanza e somiglianza, ricchezza artistica, storica, culturale e paesaggistica; ciascuna con le sue peculiarità da salvaguardare e valorizzare. Spesso queste realtà, invece d’essere considerate il tesoro che sono, giacciono dimenticate e abbandonate a se stesse. Devono invece unire le loro voci e dare forza alle istanze comuni.
Viterbo sarebbe adattissima a promuovere questa virtuosa sinergia, questo circuito nuovo di iniziative e percorsi. Non esistono solo i giganti: Venezia, Roma, Firenze e Napoli. Tutt’ altro. C’è un patrimonio immenso, che è ingiustamente semi-clandestino.
Da inguaribile visionario affido in primis queste mie considerazioni a Giovanni Arena, alla sua passione e sensibilità, al suo amore per la città che gli auguro, con il cuore e la ragione, di essere chiamato a governare dal 25 giugno. Ma le affido naturalmente a tutti i viterbesi di buona volontà. A partire dagli imprenditori. Perché ci sono imprenditori capaci e audacemente fantasiosi a Viterbo. Ma hanno bisogno di operare in un contesto diverso, che li incoraggi e li rassicuri, che non li ostacoli, ma, al contrario, sospinga il loro spirito di intrapresa.
Per questo (consentitemi di essere ‘fazioso’ e di schierarmi) sono convinto che Giovanni, con la sua solida coalizione di centrodestra, rappresenti l’ancoraggio giusto per l’immediato futuro. Grazie alla sua concretezza ed esperienza, alla sua coerenza e al suo senso di responsabilità. Non mi fido degli avventurismi e delle facili improvvisazioni. Diffidate di chi, sbandierando la sua gioventù e la sua autonomia (da che cosa, poi?) e scagliandosi a testa bassa contro i partiti e la politica tout court, ha in realtà assimilato il vizio peggiore proprio della vecchia politica: promettere a vanvera e colpire nel mucchio, ben sapendo di non poter poi mantenere.
Diffidate di coloro che aggrediscono e urlano più forte: è la furbesca tattica di chi non ama, forse non sa, ragionare e ponderare. Tattica di corto respiro. Medicina fallace e illusoria. Non abbiamo bisogno di autoproclamati salvatori… O salvatrici.
Giovanni Masotti
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