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Viterbo - Il capogruppo del Pd Ugo Sposetti invia una lettera al consiglio comunale data la sua assenza all'assemblea

Per Melissa e per i terremotati, riflettiamo ma senza retorica

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Ugo Sposetti

Riceviamo e pubblichiamo – Caro presidente, caro sindaco, carissime colleghe e colleghi,

era mio desiderio essere con voi alla seduta del consiglio comunale me poter esprimere il profondo dolore per l’evento terroristico di Brindisi e per il terremoto dell’Emilia-Romagna, ma la discussione e il voto sul provvedimento per la “riduzione dei contributi pubblici in favore dei partiti politici” me lo impedisce.

Desidero però farvi arrivare il mio pensiero.

Grazie e buon lavoro.


 

Oggi voglio porre l’attenzione su un argomento che solo apparentemente non riguarda questa sede.

Alle 7,45 di sabato 12 maggio, a Brindisi, è stata uccisa Melissa. Voglio per un momento dimenticare il luogo, e pensare che lo stesso atto si sarebbe potuto compiere in una città qualsiasi, anche a Viterbo, e Melissa avrebbe potuto essere una delle nostre figlie che sostava davanti alla scuola prima di entrare in classe. Ecco, quando ho sentito quello che era successo ho pensato che avevamo tutti, in quell’istante, perso una figlia. Che eravamo tutti madri e padri di Veronica che lottava contro la morte. Eravamo i genitori angosciati di tutte le ragazze ferite.

Attribuire nell’immediato un gesto tanto aberrante alla mafia è stato semplice: la scuola intitolata a Francesca Morvillo – Falcone, la carovana Antimafia che sarebbe passata di lì a poco, ma soprattutto, credo, l’inconscio desiderio di ascriverlo all’organizzazione criminale più potente ed efferata è stato un modo di deresponsabilizzarsi, un modo per dire a se stessi che nessun essere umano per nessun motivo al mondo avrebbe potuto commettere un crimine così vigliacco.

Nell’immediato ho sentito commenti provenienti da più parti, da osannati giornalisti, politici veri o sedicenti, opinionisti vari, tutti con qualcosa da dire, tutti con la soluzione in tasca, nel loro bagno di parole con lo sfondo irreale di quaderni e libri bruciacchiati in terra, di gente con gli occhi sbarrati. Muta.

E tutto strideva. Le parole composte nel dolore scomposto, le Procure che battibeccano sulle indagini, le visite fugaci di rappresentanti dello Stato, che la sera erano poi allo stadio, in tribuna d’onore, a sottolineare che tutto è forma, che la vita continua e che “assicureremo i responsabili alla giustizia”, ma domani. La vita di quella famiglia non continua. Non c’è più una famiglia, c’è una madre in ospedale che non può reggere il dolore, e un padre straziato, solo, in lacrime, rannicchiato di fronte ad un’omelia teatrale, che recita lo strazio che quell’uomo porta dentro.

E’ stata toccata la scuola. La scuola è il luogo in cui lo Stato tutela i nostri figli. La scuola è il luogo in cui si formano le coscienze. Commovente è stata la risposta dei giovani di tutta Italia, che il sabato pomeriggio hanno affollato spontaneamente le piazze al grido di “E adesso ammazzateci tutti”, e “Noi non abbiamo paura”. Quale che fosse la matrice di quell’atroce delitto, i ragazzi hanno avuto ben chiaro che la scuola è l’unico luogo che li renderà liberi, liberi di formarsi delle opinioni, liberi di scegliere, liberi di sognare un futuro migliore. Hanno difeso, loro, l’ultimo presidio di democrazia, l’ultima delle opportunità consentite da una classe dirigente troppo avvolta su se stessa.

Oggi vorrei proporre una riflessione, vorrei che tutti noi che siamo impegnati nella politica pensassimo per un attimo quale Paese stiamo contribuendo a costruire.

Se è normale che ieri dei ragazzi entrando a scuola si siano sentiti dei privilegiati pensando che non è toccato a loro.

Mi domando se le strutture dello stato sociale che si stanno sgretolando sotto il peso della modalità della gestione della crisi economica abbiano un ruolo in ciò che è successo. Quando in una società vengono meno i legami sociali, quando c’è la percezione che quest’ultimo non sia in grado di tutelare tutti nello stesso modo – quando si è in una condizione di anomìa, come sosteneva Durkeim – allora l’individuo vive una condizione di solitudine alienante.

Mi domando quale sia lo spazio che è stato, che abbiamo lasciato vuoto, nel quale è attecchito, si è nutrito ed è potuto esplodere il germe della follia senza che nessuno se ne accorgesse.

Mi domando quanto possa contribuire ad innescare la miccia della rabbia l’atteggiamento aggressivo che connota ormai il dialogo politico, non più luogo di scambio ideologico e programmatico, ma ring di insulti ed aggressioni personali.

Mi domando se l’impossibilità di progettare un futuro, quasi di pensarlo ormai, possa sfociare in pura disperazione. Secondo i dati dell’ultimo censimento Istat la maggior parte di coloro i quali hanno perso il lavoro nemmeno lo cercano più. Il “diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”, articolo 36 della Costituzione è un miraggio.

I pilastri stessi della Costituzione, del vivere civile crollano.

Ecco, io non ho risposte. Da sabato mattina si affollano nella mente molte domande che oggi ho bisogno di condividere con voi tutti, nella speranza che possa iniziare una fase nuova di riflessione comune su ciò che possiamo fare noi, con le nostre responsabilità, per la comunità che ci ha scelto.

Ad oggi non è chiaro chi sia il colpevole, né è questa la sede per discuterne.

Se fosse stata un’organizzazione criminale, per usare le parole del giudice Falcone di cui ricorrono i vent’anni dalla morte, “la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”. La criminalità s’innesta dove lo Stato latita, sostituendovisi.

Se fosse il gesto di un folle. Vorrei aprire una parentesi sulla scelta, oramai divenuta deprecabile abitudine, dei giornalisti e degli inquirenti, di pubblicare in prima pagina foto e vite di presunti colpevoli, privandoli dei più elementari diritti di garantismo, vanto dell’ordinamento giudiziario italiano.

Ecco, se fosse il gesto di un folle mi chiedo dove sia finita la rete di sostegno sociale che ha sempre permesso, soprattutto nelle comunità più piccole, di arginare il disagio sociale e di aiutare i componenti della comunità stessa nelle forme più diverse.

Vorrei che oggi riflettessimo tutti, senza retorica, al Paese che stiamo contribuendo a costruire.

Questo Paese, che a distanza di sole 20 ore ha dovuto piangere altri morti in piccoli centri dell’Emilia Romagna devastati dal terremoto. Le prime e più numerose vittime sono i lavoratori. Lavoratori che erano in un capannone di produzione della ceramica. Lavoratori che di notte, di sabato notte, lavoravano dignitosamente per la loro famiglia. Per i loro figli.

Giovani studenti. Giovani lavoratori. Monito a tutti noi, al Paese intero, alla sua classe dirigente.

Ugo Sposetti


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22 maggio, 2012

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