Viterbo – Antonello Ricci e la Banda del racconto sbarcano sulla stampa iberica. Sull’ultimo numero di XL Semanal, la rivista più letta di Spagna, un divertito e poetico ritratto dello scrittore viterbese a firma del noto romanziere e opinionista Juan Manuel De Prada (nella sua rubrica settimanale “Animali da compagnia”).
Da qualche anno De Prada trascorre le sue vacanze a Viterbo. L’estate scorsa, accompagnato proprio da Antonello Ricci, ha visitato alcuni paesaggi “perduti” della Tuscia, tenendo in esclusiva per i lettori di Tusciaweb un delizioso diario di viaggio in tre puntate.
L’articolo uscito su XL Semanal nella traduzione italiana.
All’improvviso, un angelo
di Juan Manuel De Prada
Suppongo si tratti di una sensazione che ha assalito qualunque viaggiatore. Uno visita questa o quella città, passeggia per le sue strade, si diletta coi suoi monumenti e giardini, così come coi suoi ristoranti, va perfino a visitare una certa zona dei dintorni o un pittoresco paesino che neanche compare sulle guide…
E però se ne riparte con la consapevolezza di non essere riuscito a coglierne la verità più segreta. Poiché sempre, dinanzi al forestiero, si para una specie di parete di cristallo che gli impedisce di addentrarsi nell’intimità delle città che visita, nelle profondità che si nascondono dietro le scenografie allestite per il divertimento del turista. Mi sono reso conto della presenza di questa barriera in quasi tutte le città che ho visitato, a volte timidamente protettrice, a volte orgogliosamente ostile.
Quest’estate ho avuto occasione di abbatterla nella città di Viterbo, nella Tuscia italiana. Conosco Viterbo già da qualche anno, alla ricerca del Parco dei Mostri di Bomarzo, dove un nobile del Rinascimento tentato dall’esoterismo o dall’eccentricità fece scolpire nella roccia vulcanica figure grottesche e inquietanti.
A mia moglie e a me Viterbo è piaciuta molto, tanto da tornarci più volte, per riposarci del mondo, scordarne gli inganni; ma mai eravamo riusciti a rompere del tutto quella parete di cristallo che tante volte impedisce al viaggiatore di fondersi al palpito dei luoghi che visita.
Questa volta però, quella parete è andata in mille pezzi grazie ad Antonello Ricci, uno scrittore consacrato anima e corpo a esaltare la propria terra e al recupero della memoria collettiva delle sue genti. Leggendo su un quotidiano online della Tuscia (Tusciaweb, N.d.T.) notizie su Viterbo, mi ero imbattuto nella figura di questo promotore instancabile della Tuscia, paladino di tradizioni dimenticate, scopritore di splendidi paesaggi abbandonati all’incuria.
Così gli avevo scritto, chiedendogli amicizia, e ci siamo scambiati in dono alcuni libri. In seguito ho scoperto in lui un’affettività traboccante e gioiosa che mi ha catturato. Quest’estate infine ci siamo conosciuti.
Antonello Ricci ha qualcosa del frate francescano fuggito dal convento o di un angelo bandito dal suo coro celeste perché non gli lasciano portare orecchini alle orecchie. In effetti, le sue orecchie sono affollate di pendenti, neanche portasse indosso una ferramenta intera; è di piccola corporatura, molto minuto e fibroso, come un uccellino appena caduto dal nido. Per salutarmi sempre mi dava un paio di baci, uno per guancia, come sono soliti gli italiani, mentre io lo abbracciavo e gli battevo una pacca sulla spalla, al modo spagnolo, attento a evitare impeti eccessivi, per non sbaragliare la sua fragilità.
A tavola, Antonello assaggiava a malapena un boccone, si accontentava di mordicchiare qualche frutto, o un po’ di verdura, il tutto innaffiato di vino, che riempiva la sua bocca di un’eloquenza deliziosa, maggiormente venata di dialetto viterbese man mano che c’inoltravamo nel dopocena. E quando poi ci alzavamo da tavola, Antonello ci conduceva per luoghi di Viterbo che mai avevamo conosciuto, o ci caricava sulla sua scassatissima macchina (una specie di catorcio che stia per ridursi in rottami), e ci conduceva verso luoghi che non appaiono sulle mappe, boschi ombrosi che custodiscono il segreto della civiltà etrusca, chiese ove vibra un marmo scolpito da Michelangelo, ville rinascimentali invase dall’edera e dall’oblio.
A fianco del frugale e angelico Antonello, la parete di cristallo che fino ad allora ci aveva impedito di tuffarci nei misteri di Viterbo, è svanita come per incanto; ed è stato come se all’improvviso il cielo risplendesse con lucentezza di smalto, e il respiro addormentato dei secoli si risvegliasse per spalancarci le sue soffitte più remote, le sue ferite più vergognose, le sue gioie più pudiche. Intanto che passeggiavamo per le strade di Viterbo, Antonello andava sgranando la sua storia segreta; e, all’incantesimo delle sue parole, sorgevano al nostro passaggio palazzi e selve, mercati e conventi, con le loro preghiere sussurrate e il loro stridulo baccano, frullo d’uccellini, musica di laudi.
Abbiamo poi saputo che Antonello comanda una “Banda del racconto” che, al modo dei giullari di una volta, va cantando per i paesi della Tuscia le bellezze della propria terra. Abbiamo così conosciuto altri ospitali membri di quella Banda – il timido Marco D’Aureli e il sicuro Fabrizio Allegrini – i quali hanno fatto in modo che la Tuscia diventasse per qualche giorno – e per sempre – il rifugio della nostra felicità.
Juan Manuel De Prada è nato nel 1970 a Baracaldo, nella provincia di Biscaglia. Il suo romanzo “La tempesta”, vincitore nel 1997 del prestigioso premio Planeta, è stato tradotto in oltre 20 lingue. Nel 2007 con “Il settimo velo” ha vinto il premio Seix Barral Biblioteca Breve.
In qualità di opinionista d’attualità collabora stabilmente col prestigioso quotidiano conservatore spagnolo “ABC” e con l’emittente televisiva “Antena 3”. In Italia numerosi suoi articoli su temi teologici e politici sono usciti per “L’Osservatore Romano”. I suoi romanzi sono usciti in traduzione italiana per gli editori E/O e Longanesi.
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