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Cronaca - Intervista alla sorella del geometra romano, arrestato per droga e deceduto durante la custodia cautelare - Tra giovedì e domenica il film ‘Sulla mia pelle’ è stato proiettato a Vetralla e Viterbo

Ilaria Cucchi: “Stefano è morto di botte ma anche di giustizia”

di Samuele Sansonetti
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Ilaria Cucchi

Ilaria Cucchi

Stefano Cucchi

Stefano Cucchi

Ilaria Cucchi

Ilaria Cucchi

Ilaria e Stefano Cucchi

Ilaria e Stefano Cucchi

Roma - Il processo bis per la morte di Stefano Cucchi

Roma – Il processo bis per la morte di Stefano Cucchi

Roma – La storia di Stefano Cucchi la conoscono tutti ma nonostante questo, alla fine del film, per molti è difficile trattenere la commozione.

‘Sulla mia pelle’ è uscito a fine agosto e le proiezioni pubbliche continuano in tutta Italia, Tuscia compresa. Tra giovedì e domenica è stata la volta di Vetralla e Viterbo: la sala San Giacomo e il cinema Trento hanno ospitato i due eventi dedicati alla pellicola di Alessio Cremonini, incentrata sugli ultimi giorni di vita del geometra romano arrestato il 15 ottobre 2009 e morto all’ospedale Pertini la settimana successiva.

In entrambe le serate Ilaria Cucchi è stata contattata telefonicamente e gli interventi sono stati accompagnati dal silenzio. Un silenzio più rumoroso di qualsiasi frastuono. Specialmente in questi giorni, preceduti dall’ammissione del pestaggio da parte del carabiniere Francesco Tedesco (per un periodo in servizio anche a San Martino al Cimino) che ha accusato i colleghi Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo dell’aggressione.

Ilaria Cucchi è stanca ma serena. Specialmente dopo la confessione di Tedesco. Risponde al telefono dalla sua abitazione mentre i figli sono a scuola e parla di quel litorale viterbese che è solita frequentare in estate. “Ti ho risposto solamente perché sei di Tarquinia e amo il vostro mare – racconta scherzando –. Sono particolarmente legata ai territori della Tuscia, e non solo alle spiagge“. Quando s’inizia a parlare della vicenda di Stefano Cucchi, però, il sorriso lascia spazio a una voce rotta da una commozione profonda e sincera.

Ilaria Cucchi, che effetto ha fatto vedere ‘Sulla mia pelle’ per la prima volta?
“Immenso, veramente immenso. Il regista Alessio Cremonini si approcciato a noi fin da subito in maniera molto discreta. All’inizio ero preoccupata, perché si trattava di consentire a qualcuno di raccontare la nostra storia e soprattutto di raccontare Stefano. Vedendo il lavoro realizzato ho capito che avevo fatto la scelta giusta. Il film drammaticamente è bellissimo. Racconta la storia di mio fratello, dei suoi giorni ed è uno strumento importante che consente alle persone di conoscere mio fratello e ciò che è stato. Stefano è stato posto in una sorta di isolamento ma in realtà non era solo. In quei sei giorni è entrato in contatto con qualcosa come 140-150 pubblici ufficiali, non cittadini comuni ma medici, infermieri, giudici, magistrati, agenti e carabinieri. La riflessione che ho fatto fin dal primo istante in cui è morto è questa: cosa sarebbe successo se una sola di quelle persone avesse compiuto il proprio dovere di pubblico ufficiale, e cioè denunciare quello che aveva davanti agli occhi? Mi viene in mente la dichiarazione di un agente, che se non sbaglio accompagnò Stefano nel tragitto dal carcere al Pertini. Lui dice, durante il processo, che Stefano gli aveva detto di essere stato picchiato, ma ha tenuto a specificare che aveva aggiunto che non erano stati gli agenti ma i carabinieri. Ora, abbiamo un pubblico ufficiale e abbiamo un detenuto, evidentemente picchiato, che lo sta anche denunciando. Ciascuno di noi si aspetterebbe che questa persona agisca di conseguenza. Invece sai cos’ha risposto? ‘Da quel momento ho deciso di prendere le distanze, pensando che ognuno dovesse restare al suo posto’. Ora ti faccio una domanda: secondo te, qual è il ruolo di un pubblico ufficiale che riceve una denuncia del genere? Stefano è morto di botte ma anche di giustizia”.

E’ possibile che le persone si riconoscano in Stefano Cucchi perché in un certo senso rappresenta gli ultimi?
“E’ vero, Stefano li rappresenta. Gli ultimi, ahimè, sono sempre di più e sono quelli che non hanno voce, quelli di cui non importa niente a nessuno, quelli che molto spesso non hanno alle spalle una famiglia. Sono anche quelli che hanno una famiglia che non è in grado di farsi carico di una battaglia così grande, o quelli che hanno una famiglia alle spalle che prende la decisione più naturale del mondo, ossia di viversi il lutto nel chiuso dei propri affetti. Se avessimo una giustizia giusta e davvero uguale per tutti questa cosa sarebbe possibile. In questi anni abbiamo capito a nostre spese che non è così. Abbiamo una giustizia che è forte con i deboli e debole con i forti. E che costringe le famiglie, quando si trasformano in vittime di soprusi di stato, a farsi carico di quelle che diventano delle vere e proprie battaglie che avvengono fuori, prima ancora che dentro le aule di giustizia. Mio fratello incarna gli ultimi in tanti aspetti anche per quello che è successo dopo la sua morte. Parlo di questa battaglia di civiltà che la mia famiglia si è trovata costretta, suo malgrado, a portare avanti, facendosi carico di un ruolo che in realtà dovrebbe essere quello dello stato. Io credo che tante persone si rivedano in noi e in quello che abbiamo dovuto e stiamo continuando a subire. Si rivedono in noi nei soprusi quotidiani che subiscono in vari ambiti e in determinate situazioni. Le persone vedono ogni nostra piccola vittoria, se di vittoria si può parlare, come un passo avanti così come ogni nostro fallimento come qualcosa che riguarda anche loro stessi”.

La storia del caso Cucchi parte da lontano…
“Mi ricordo bene quando ci comunicarono, dopo sei giorni che non vedevamo Stefano e tantomeno avevamo sue notizie, che era deceduto. E’ morto all’alba del 22 ottobre 2009, da solo come un cane e probabilmente pensando che la sua famiglia l’avesse abbandonato, quando non era assolutamente così. Nessuno in quel momento si è preso la briga di alzare il telefono e comunicare alla famiglia di Stefano Cucchi che era morto. Assolutamente. A casa nostra si presentarono dei carabinieri e notificarono a mia madre un decreto di autopsia. Le fecero firmare un foglio pieno di articoli che faceva fatica a capire, sul quale in buona sostanza c’era scritto che da li a poche ore il cadavere di suo figlio sarebbe stato sezionato. Io mi chiedo: ma noi vogliamo vivere in un mondo così? Per non parlare di tutto quello che è successo dopo. Siamo andati al Pertini e un agente a seguito dell’insistenza delle mie domande sulla morte di mio fratello ha alzato le braccia dicendomi ‘Controlli, le carte sono in regola’. In quel momento mi è crollato il mondo addosso. Quelle istituzioni di cui io mi ero fidata talmente tanto da affidare a loro la salvezza, tra virgolette, di mio fratello, in un istante mi hanno voltato le spalle. E lo stato è diventato il mio peggior nemico. Da quel momento in poi sono stata io che mi sono dovuta dare da fare per dimostrare chi era Stefano, che non era morto di suo, che seppur vero che aveva sbagliato e nessuno l’ha mai negato, avrebbe dovuto risponderne ma certamente non con la vita”.

In passato i periti di Roma hanno attribuito il decesso di Stefano Cucchi all’epilessia. Ha fatto male sentire quella motivazione?
“Ha fatto un male enorme. Quando ti parlo di processi mi riferisco non solo a quelli nelle aule di giustizia ma anche a quelli che avvengono fuori. La prima cosa che abbiamo dovuto fare è stata convincere la gente di come stavano le cose, al punto di arrivare a pubblicare la foto del cadavere martoriato di mio fratello. Hai idea di quanto ci sia costato fare quel gesto? Ma è stato indispensabile. Perché in quel momento le persone hanno capito di cosa stavamo parlando. Fino ad allora avevano da una parte le forze dell’ordine e dall’altra la sorella del morto che raccontava la sua verità. Tra i due, a chi credi? A coloro che ci proteggono e ci tutelano ogni giorno. Dopo è stato tutto chiaro, però ne abbiamo dovute mandare giù tante. Quello che abbiamo cercato di far capire a tante persone è che se è vero che tuo figlio non si droga e non si metterà mai nei guai, è altrettanto vero che nel nostro caso si parla dei diritti fondamentali dell’essere umano, che riguardano ciascuno di noi nessuno escluso”.

Quella dell’11 ottobre, per il processo, è stata una data storica. Per la prima volta uno dei carabinieri coinvolti ha ammesso il pestaggio e ha chiamato in causa due colleghi.
“Questa cosa ci ha sollevati. Si sta andando dritti verso la verità e la giustizia. Parliamoci chiaro: con l’arrivo a Roma del procuratore capo Pignatone e del dottor Musarò, che hanno fatto un lavoro fantastico grazie anche alla squadra mobile di Roma, diciamo che siamo alla resa dei conti. Possiamo dire che adesso non si scherza più. Però la cosa che fa male, lo dico da sorella di Stefano ma prima ancora da cittadina, è che ci sono voluti nove anni di processi sbagliati sulle spalle della nostra famiglia, una famiglia normale come la tua o come tante altre. Una famiglia senza enormi disponibilità economiche e che per fortuna aveva una casa da ipotecare per farsi carico del processo. Si parla tanto del risarcimento che abbiamo avuto, ma le persone hanno idea di quanto costa andare avanti in un processo durato nove anni e di quanto costa pagare consulenti e avvocati? In termini economici e in termini emotivi. E intanto i veri responsabili si sono nascosti dietro la loro divisa pensando di averla fatta franca e sui loro superiori sta emergendo un quadro spaventoso. Fin da subito sapevano tutto e che cosa hanno fatto? Invece che punire le mele marce hanno pensato bene di proteggerle, quando la scelta più logica era mettersi al fianco della nostra famiglia. Ma tu sai quanti sono nove anni? La mia vita è cambiata per sempre, io sono cambiata per sempre. Adesso mi si critica, si dice che voglio apparire e strumentalizzo la morte di mio fratello per diventare famosa. Si, certo. Perché Ilaria Cucchi aveva come sogno nel cassetto che gli ammazzassero un fratello, così poteva andare in tv a fare la showgirl. Per la mia vita avevo progetti ben diversi ma purtroppo mi è capitato questo. E nonostante tutto continuo a essere oggetto di insulti e di minacce. Gli insulti fanno male. Non a me, perché mi so difendere, ma a mio fratello che non lo può fare. Le minacce mi fanno paura e sono preoccupata per me e i miei figli”.

Come s’immagina adesso Stefano?
“Ti assicuro che per nove anni ogni mattina mi sono svegliata con l’istinto di chiedergli scusa. Di dirgli ‘A cosa ti sto sottoponendo, dopo tutto quello che hai già subito?’. Oggi posso dire che mio fratello me lo immagino sorridente. Finalmente come me lo ricordavo. Certo, non l’avrò mai più. E mentre te lo racconto mi viene voglia di piangere. Sto ricominciando a piangere, mentre per nove anni non ho avuto nemmeno il tempo di farlo. Mentre te ne parlo mi viene la pelle d’oca. Adesso che siamo alla resa dei conti sono più rilassata, perché c’è una giustizia che cammina al fianco della verità. Adesso che mi sto rilassando in qualche maniera inizio a salutarlo. Poi, però, quando sarà finito tutto arriverà il momento drammatico del crollo emotivo. Non tanto mio ma dei miei genitori”.

Loro come stanno?
“Sono devastati. Glielo leggi nello sguardo il dolore. Che poi è lo stesso di quelle urla terribili e di quelle imprecazioni che ho sentito il 22 ottobre di nove anni fa, quando hanno visto per l’ultima volta loro figlio sul tavolo dell’obitorio. Se anche domani Stefano tornasse a casa dicendo ‘C’è stato uno sbaglio, era un altro e io sono ancora vivo’ questi nove anni di dolore non ce li toglierà nessuno”.

Ricorderete Stefano per sempre con la onlus che porta il suo nome…
“Ti racconto questa cosa che ti farà sorridere. Dopo la morte di Stefano un mio amico, Paolo, che fa il missionario, mi ha raccontato che Stefano gli è apparso in sogno, dicendogli ‘Dì a mia sorella che adesso sto bene. Dille di andare avanti e che probabilmente non saprà mai cosa mi è capitato. Però dille di andare avanti perché quello che farà per me servirà per tanti altri’. In quel momento era passato troppo poco tempo e né io e né Paolo potevamo capire il significato di quelle parole. Oggi lo comprendiamo. Viviamo in una società che è abituata a voltarsi dall’altra parte, abbiamo capito cosa significa vivere e morire da ultimi. Gli ultimi, come dicevo, sono tanti e siccome non hanno mai voce, noi ci proponiamo l’intento, tramite Stefano, di dare voce a tutti gli altri Stefano di cui non importa a nessuno”.

Samuele Sansonetti


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25 ottobre, 2018

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