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Viterbo - Intervista all'editorialista del Corriere della Sera Aldo Cazzullo sul suo libri "Giuro che non avrò più fame" che presenterà al teatro Caffeina il 27 ottobre alle 21 per 'Viva l’Italia. Discorsi per un’altra politica' - Alle 18 sarà a Vitorchiano per il Festival dei Monti Cimini

“La nostra guerra di oggi è contro la sfiducia e la rassegnazione”

di Paola Pierdomenico
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Caffeina - Aldo Cazzullo

Aldo Cazzullo

Viterbo – “Ogni generazione ha una guerra da combattere e quella che oggi dobbiamo combattere è contro la sfiducia e la rassegnazione”. Aldo Cazzullo presenta sabato 27 ottobre alle 21 al Teatro Caffeina “Giuro che non avrò più fame. L’Italia della Ricostruzione” (Mondadori) nell’ambito dell’iniziativa ‘Viva l’Italia. Discorsi per un’altra politica’. Nel pomeriggio, alle 18, sarà invece a Vitorchiano, nella sala consiliare per il Festival dei Monti Cimini.

L’editorialista del Corriere della Sera fa un ritratto di come era il paese settant’anni fa e di come è oggi. A partire da un anno simbolo il 1948, che è l’anno in cui gli italiani scelgono la Dc e la chiesa, c’è l’attentato a Togliatti e la vittoria di Gino Bartali al Tour de France. Racconta il modo di vivere più semplice di quegli anni, dei sacchetti di mandarini regalati a Natale ai bambini, il girare in bicicletta e di come per parlarsi ci si doveva incontrare e guardare negli occhi, senza il tramite di un telefonino.

“Giuro che non avrò più fame. L’Italia della Ricostruzione”. Che immagine ha voluto rievocare con questo titolo che è una frase di Rosella O’Hara in ‘Via col vento’.
“Verso la fine del primo tempo del film – racconta Cazzullo – Rossella torna a casa a Tara, la sua tenuta, e la trova distrutta dalla guerra civile americana. Non mangia da giorni, ha fame. Strappa una piantina, la rosicchia e la leva al cielo, gridando ‘giuro che non avrò più fame’. Penso che sia stato il giuramento collettivo che circa 70 anni fa, dopo la guerra, hanno fatto le nostre nonne e le nostre mamme, anche quelle che non avevano letto ‘Via col vento’. E con quello spirito hanno ricostruito un paese distrutto. Avevano voglia di fare, di ricostruire, di lavorare e anche di fare l’amore. Sei anni dopo la Liberazione, nelle scuole elementari, vengono introdotti i doppi turni perché ci sono troppi bambini. Oggi siamo il paese d’Europa che ne fa di meno, segno che non abbiamo più fiducia in noi stessi e nel futuro”.

Nel libro parla di un anno “simbolo”, il 1948 e del modo più semplice in cui si viveva in quel periodo. E’ possibile, in qualche modo, fare un parallelo coi giorni nostri e applicare oggi questo concetto di Ricostruzione?
“Assolutamente sì, penso che anche oggi l’Italia sia un paese da ricostruire. Dieci anni di crisi hanno fatto per fortuna meno morti, ma hanno seminato scoramento e frustrazioni forse più di cinque anni di guerra. Siamo un paese di cattivo umore. Siamo arrivati a pensare che essere italiani sia quasi una sfortuna, mentre io penso che essere italiani sia un’opportunità, perché siamo considerati nel mondo la patria delle cose buone e delle cose belle. Questa è anche una responsabilità perché significa essere all’altezza del patrimonio di bellezza e di cultura, ma anche di tutti quei valori morali che i nostri padri ci hanno lasciato. Abbiamo grandi potenzialità in quanto italiani, però dobbiamo trovare quell’energia e quella fiducia di cui furono capaci i nostri padri e i nostri nonni 70 anni fa”.

Perché, secondo lei, questa fiducia e questo orgoglio si sono persi?
“Ci sono tanti motivi… probabilmente molti anni di benessere ci hanno disabituato alla tenacia. Anche se in realtà, poi, girando l’Italia, io trovo tanti motivi di fiducia e tanti esempi di resistenza. Come gli insegnanti della scuola pubblica, che hanno tenuto duro in anni difficili, o i piccoli imprenditori e i tanti italiani che non hanno chiuso la loro piccola azienda per non lasciare a casa gli operai e le loro famiglie. Ci sono tanti segnali di resistenza, ma adesso è il momento di ripartire dopo la crisi. Questo è un paese in cui nessuno si fida più di nessuno, nessuno paga più nessuno, lo stato non paga i fornitori e i debitori non pagano più i creditori. La frase che si sente ripetere più spesso è ‘fammi causa’. Ripristinare questi circuiti di fiducia reciproca è fondamentale.

Inoltre, questo è un paese in cui è saltata la trasmissione della memoria ed è un grande problema perché i nipoti non sanno nulla di come abbiano vissuto i nonni che non sono noiosi, ma sono utilissimi. E l’amore tra nonni e nipoti è una cosa meravigliosa che andrebbe ripristinata, perché i nostri ragazzi non devono pensare di essere la prima generazione che deve soffrire. Ogni generazione ha una guerra da combattere e quella che oggi dobbiamo combattere è contro la sfiducia e la rassegnazione”.

Nel libro parla di grandi personalità come De Gasperi e Mattei per citarne alcuni. Oggi ne vede qualcuna paragonabile?
“Uno dei problemi principali dell’Italia di oggi è proprio la mancanza di una classe dirigente… Togliatti era uno che quando ritornava a casa dal lavoro si rilassava leggendo Virgilio in latino e Senofonte in greco. Oggi lo fanno giocando alla playstation e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Questo è il frutto della frustrazione e anche della civiltà della rete che mette tutti sullo stesso piano. Così non si seleziona una classe dirigente. Già Guglielmo Giannini, fondatore dell’Uomo qualunque, proponeva di far amministrare lo stato da un ragioniere estratto a sorte da sostituire con un altro l’anno successivo. Era una provocazione e in effetti il partito non andò oltre il 5,5 per cento al massimo. Adesso un paragone simile è Grillo che però è arrivato al 32.

Comunque, allora c’erano personaggi di primissimo piano: Vittorio Valletta che costruisce la Fiat, Enrico Mattei che intuisce che senza petrolio l’Italia non può diventare una potenza industriale, Adriano Olivetti che crea il primo computer della storia umana con l’ingegnere italo cinese Mario Tchou. Infine Lina Merlin che diventa la donna più dileggiata d’Italia, però, riesce a far chiudere le case di tolleranza che erano il simbolo della soggezione della donna all’uomo”.

Pensa che l’attuale governo abbia saputo cavalcare questa sfiducia e il “cattivo umore” del paese di cui lei parla?
“Non c’è dubbio. Innanzi tutto nasce dal fallimento dei governi che c’erano prima, dal discredito della vecchia classe dirigente e anche dalla rivolta contro le élite e l’establishment che è il vero segno del nostro tempo. E’ successo con la Brexit, con l’elezione di Trump. Da noi ha preso la forma del successo dei leghisti e del M5s. Sono però preoccupato, secondo me, il paese due populismi alleati non li regge”.

Come spiegherebbe la situazione che c’è in Italia a un suo amico straniero?
“Sta succedendo in Italia quello che è successo anche in Francia, dove c’è stato un successo di movimenti anti-sistema come Marine le Pen e a sinistra Jean-Luc Melenchon. In America, la vittoria di Trump e in Inghilterra quella della Brexit. Una rivolta contro le élite e l’establishment, contro l’Europa che ha prodotto movimenti populisti che, a mio modo di vedere, non stanno facendo le cose giuste. Ok spendere di più per rilanciare la crescita, ma qui lo si sta facendo per comprare consenso. E secondo me questa non è la strada giusta”.

Nel libro ci sono ritratti di donne e importante è la figura femminile.
“Ho cercato di ricostruire la figura della donna, leggendo la posta del cuore di quegli anni. In una lettera bellissima scritta a Grazia da una ragazza di venti anni, la giovane dice di essere disperata per aver sposato un uomo che amava, ma che la trattava come una schiava. Racconta di avere due bambini, un maschio e una femminuccia appena nata e che deve badare al marito e a sua zia. Insomma, non era l’amore che sognava.

E’ Clementina che tiene la posta del cuore e che le risponde che deve rassegnarsi e obbedire al marito. Le dice di organizzarsi meglio, di portargli il caffè al mattino, e di dargli un bacio. Le suggerisce di lavare, stirare e rammendare. Le concede un sonnellino con la sua piccola, dicendole che alle tre la vuole vedere di nuovo al lavoro. Questa era la condizione di milioni di donne. La donna era soggetta all’uomo per legge. Fino al ’75, è esistita la potestà maritale e una sentenza della Cassazione stabilì che potesse essere esercitata anche con mezzi coercitivi, tradotto in italiano: picchiare la moglie non era reato. E’ proprio in quegli anni, negli anni della Ricostruzione e del dopoguerra che comincia la grande ascesa delle donne in Italia”.

In che modo?
“La donna esce di casa, rivendica il diritto di decidere da sola del proprio destino, di votare, di rendersi indipendente dal punto di vista economico e di lavorare fuori dalle mura domestiche. Una scelta lenta che non è finita, perché esistono ancora oggi delle ingiustizie, discriminazioni e violenze. Eppure il debito che abbiamo con le nostre nonne e le nostre mamme che hanno costruito tutto questo è enorme. 

All’epoca si diceva ‘auguri e figli maschi’. Racconto che, a Palermo, un uomo non andò a visitare la moglie per due settimane dopo il parto perché aveva dato alla luce una bambina. Se penso invece alla gioia che ho provato quando ho scoperto che sarei diventato papà di una femmina – conclude Cazzullo – ho capito che il rapporto da allora è molto cambiato”.

Paola Pierdomenico


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26 ottobre, 2018

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