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Amarcord - Sulle orme della vecchia e prestigiosa attività

Igino Garbini & compagni…

di Vincenzo Ceniti
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Un Omnibus degli anni Venti sulla linea Viterbo-Tuscania (foto Sorrini)

Un Omnibus degli anni Venti sulla linea Viterbo-Tuscania (foto Sorrini)

Viterbo – Negli anni Cinquanta molti ragazzi di Viterbo freschi di diploma sono passati da Garbini per un’occupazione occasionale a vari livelli.

Il mio rapporto a tempo determinato si riferiva al 1957-58. La società in accomandita semplice “I. Garbini e compagni” era in quegli anni amministrata dall’ingegner Augusto Garbini, nipote del fondatore Igino che iniziò l’attività insieme ad alcuni soci, tra cui Guido Ancillotti, nel 1909.

Quando ci lavoravo io, la società aveva in concessione una quindicina di linee di collegamento su gomma tra Viterbo e i centri della provincia, compresi Abbadia San Salvatore, Manciano e Orvieto. Gli autobus (una quarantina) erano tutti di colore azzurro e marcati Fiat con esemplari, allora moderni, del tipo 626, 640, 666, 682. Alcuni, i più datati, avevano ancora l’imperiale per i bagagli e il motore sporgente.

Erano tutti marcati con numeri metallici posteriori da 1 in poi. Probabilmente sostituivano una precedente numerazione Gli autisti indossavano uno “spolverino” color marrone con berretta. Stessa divisa per il controllore dei biglietti che disponeva di una macchinetta manuale (mai capito come funzionasse).

Fin dagli inizi dell’attività la società era anche commissionaria, poi dal 1949 concessionaria (la seconda in Italia) delle vetture Fiat che in quel primo dopoguerra andavano a sostituire le vecchie Topolino e le Balilla. Chi non ha sognato di possedere in quegli anni una Cinquecento o una Seicento?

La sede amministrativa, tecnica e funzionale occupava lo spazio di via Garbini dove oggi sorge tra l’altro un supermercato. Comprendeva gli uffici tecnico-amministrativi nel piano superiore, l’ufficio del personale, l’ufficio cassa, una grande officina, il magazzino ricambi, il garage per il ricovero dei mezzi e il Salone auto.

Il “sor Augusto”, come veniva chiamato rispettosamente, cordialmente e timorosamente dai tutti i dipendenti, se ne stava appollaiato in un vano con pareti di vetro sistemato in posizione strategica sull’officina da dove poteva controllare e vedere tutto a 360 gradi. Fumava le sigarette col bocchino. Non ho mai avuto alcun rapporto con lui. Sapevo che abitava in via Brenta (nel cosiddetto palazzo della Nave), che aveva una casa a San Martino al Cimino, che simpatizzava per Almirante e che veniva tacciato di avarizia.

“Garbini ti sfama ma non t’ingrassa” mormoravano alcuni dipendenti a mezza voce. Da molti era però apprezzato, soprattutto per la sua intraprendenza. Responsabile dell’officina era Paolo Brusa, un uomo meticoloso, dall’ossatura burbera, di carattere severo, ma bonaccione. Ai conti, al bilancio e alle quadrature ci pensavano il ragionier Aldo De Santis e il ragionier Rosario Scipio, che molti ricorderanno per le tante attività svolte in campo culturale, politico e sociale.

E’ stato anche un apprezzato poeta dialettale e scrittore di realtà locali. Tommaso Piantedosi predisponeva l’itinerario dei bus e le coincidenze. A controllare il personale viaggiante ci pensava Sestilio Guerrini, mentre a riscuotere gli incassi dei biglietti viaggio era adibita Marcella Marchini. Il Salone auto era affidato a Silvana Biagiotti, a quel tempo, una giovane signora slanciata, avvenente e volitiva cui facevano riferimento con timore e rispetto i venditori in giro per la provincia a vendere le automobili. Fra questi si faceva notare per mole e risolutezza “Etterino” di Canepina, uno dei personaggi più pittoreschi di allora.

Io stavo all’ufficio gomme guidato dal maresciallo Stecchetti, una istituzione che nessuno si azzardava a mettere in discussione. Avevo come colleghi di stanza Fiorella Speranza (figlia dell’allora segretario dell’istituto Paolo Savi, Fulvio Speranza) e Franco Petroselli già docente nell’università svedese di Goteborg. A quel tempo disponevo di una Topolino B di seconda mano che mi metteva in obbligo di accompagnare all’uscita, specialmente d’inverno, qualche collega.

Petroselli non volle mai salire. Preferiva camminare a piedi. Era sempre timoroso e credo che non si fidasse della mia guida. Una sera, pioveva così forte che obtorto collodovette accettare il passaggio. Davanti al Crocifisso, sulla Cassia, il motore per un cortocircuito andò a fuoco. E lui “Te lo avevo detto che non ci volevo venire”. Nell’ufficio del maresciallo Stecchetti dovevamo costantemente monitorare il consumo delle gomme di bus. Se superava certi limiti voleva dire che l’autista non aveva una guida confacente alle strade e a volte veniva anche multato con trattenute sul salario.

Ricordo di aver assistito ad una discussione tra Stecchetti e l’autista del bus Acquapendente-Viterbo- Roma. “Tu guidi male – gli contestava – e stai troppo ai bordi della strada. Così le gomme si consumano di più”. In genere gli autisti, oltre alla guida, avevano il compito di controllare il motore e di provvedere al lavaggio della carrozzeria esterna ed interna. La pulizia avveniva nel piazzale centrale utilizzando un tubo collegato ad una fontanella. Con quella stessa fontanella ci si faceva la doccia (si fa per dire) a torso nudo con i calzoni. D’inverno e d’estate.

Era ancora viva la tragedia del 1948. Il 25 agosto di quell’anno si verificò un grave incidente. Il bus Viterbo-Caprarola guidato dall’autista Oliviero Patara subì un guasto ai freni lungo la ripida discesa di San Rocco che dalla strada Cimina conduce a Caprarola. Ci furono una trentina di feriti e cinque vittime tra cui l’autista. Il bus, un Fiat 626, era contrassegnato dal numero 10.

Il “sor Augusto” aveva grandi idee in campo commerciale e turistico. Nel 1953 trasferì il Salone auto in via Marconi (la via nuova di Viterbo) nel cui interno attivò anche un’agenzia di viaggio denominata “Tuscia” affidata inizialmente al direttore tecnico Giuseppe Bertoni. La società Garbini divenne anche concessionaria dell’Agip con distributori benzina a Porta Romana, al Sacrario (al posto dell’attuale pensilina) e a Villanova, con tanto di snack bar e tavola calda.

Il “sor Augusto” aveva anche in mente di costruire un grande albergo i cui lavori iniziarono nel 1965 lungo il viale Trento in un’area attigua alla sede della società. Non ci riuscì, anche perché morì a soli 61 anni nel 1969. Va ricordato che la sorella del “sor Augusto” Lea Lidia sposò Giorgio Macrì. Il loro nipote Mauricio è l’attuale presidente dell’Argentina.

Vincenzo Ceniti
Console Viterbo Touring Club


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22 novembre, 2018

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