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Economia e lavoro al tempo della crisi

Innovazione e tipicità per tornare a crescere

di Alessandro Ruggieri
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Alessandro Ruggieri

Alessandro Ruggieri

– Il problema dell’occupazione è una questione di natura centrale nelle politiche di sviluppo del Paese e dei territori locali; riguarda ambiti diversi e interconnessi, di natura politica, economica e sociale.

Le difficoltà nel trovare lavoro si sono accentuate con la crisi. La popolazione più giovane è quella che ne ha maggiormente risentito.

I dati Istat dimostrano come il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 18 e i 29 anni abbia subito una forte impennata nel 2011 raggiungendo il 20,2%. Nel 2011 si è altresì riscontrato un forte divario tra il tasso di disoccupazione giovanile e quello complessivo – pari all’8,4%. La situazione peraltro si aggrava quasi quotidianamente per via dell’aggravamento della congiuntura internazionale.

L’attenzione del governo, delle istituzioni e degli enti locali è molto alta ed è dimostrata dai numerosi interventi attuati negli ultimi tempi finalizzati da un lato a tutelare la perdita di occupazione, dall’altro a incentivarla; tuttavia interventi mirati spesso finiscono per far perdere di vista la dimensione più generale del problema.

Occorre analizzare il problema con una visione di lungo periodo, al di là delle turbolenze finanziarie che richiedono risposte immediate e straordinarie. Sotto questo profilo la ripresa occupazionale non può essere disgiunta da una crescita economica.

Purtroppo la crisi, per quanto legata anche a fattori congiunturali, è connessa ad alcune variabili di natura strutturale. La globalizzazione, al di là di valutazioni di merito, ha messo il sistema delle imprese di fronte a nuove sfide. Il basso costo del lavoro ha spinto negli ultimi anni verso una forte delocalizzazione delle produzioni manifatturiere ed ha creato un vortice di iper-competitività.

In questo contesto la crisi delle produzioni tradizionali non è recuperabile, e occorre virare con forza e decisione verso segmenti di mercato in grado di apprezzare la qualità e la tipicità delle produzioni italiane. E questo vale anche per il territorio della Tuscia, che di qualità e tipicità è ricco ma non è ancora nella condizione di valorizzarle pienamente.

Da questo punto di vista se la ridotta dimensione delle imprese e del territorio costituisce un limite, può al contempo rappresentare un valore aggiunto, per la maggiore capacità di fare sistema e di conservare e rispettare tipicità e tradizioni.

Ciò però non basta se non si associa ad un’azione sinergica delle istituzioni nazionali e locali tesa a rafforzare le politiche di tutela delle produzioni di qualità, per eliminare le differenze esistenti a livello normativo e regolamentare che generano una disparità di comportamento e consentono a imprese che producono con regole diverse di competere sugli stessi mercati.

Inoltre in un mercato ormai globale si rende anche necessario creare massa critica per supportare i costi connessi all’internazionalizzazione.

Si capisce quindi anche perché lo spostamento verso produzioni innovative e di qualità implichi un investimento del Paese e un cambiamento ed un aggiornamento delle competenze.

Tuttavia, oggi l’Italia è uno dei Paesi che investe meno sull’innovazione. Ma, sebbene il contesto socio-economico richieda investimenti a breve termine per difendere e sostenere l’economia, non si può perdere di vista il futuro.

Soltanto le aziende veramente innovative e competitive potranno fornire nuove opportunità occupazionali ai nostri giovani. A prescindere dalla drammatica situazione congiunturale, le opportunità occupazionali non arriveranno certo dai settori cosiddetti tradizionali, ormai non più competitivi, ma da quelli innovativi; ciò implica competenze nuove e conoscenze professionalmente qualificate.

Una spinta deve anche arrivare da una logica differente nella costruzione dei percorsi scolastici e universitari, che sappiano meglio cogliere le esigenze del mondo del lavoro, al quale vanno forniti però adeguati stimoli, in un processo di interrelazione continuo e proficuo.

Ed occorre procedere velocemente, perché i Paesi emergenti si stanno pian piano appropriando di competenze tecnologiche avanzate, diventando sempre più competitivi sui mercati internazionali e saranno presto in grado di portare la sfida in quei segmenti di mercato sinora protetti.

Un giovane dunque, oggi più che nel passato, deve fare un attento esame del percorso formativo da intraprendere, con uno sguardo alle proprie attitudini ma anche alle prospettive future, impegnandosi per acquisire le competenze innovative e le professionalità adeguate che rappresenteranno poi la chiave distintiva per l’accesso al mercato del lavoro.

Alessandro Ruggieri
Direttore del dipartimento di Economia e impresa – Università della Tuscia


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8 giugno, 2012

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