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L'opinione del sociologo

Il decreto Sicurezza l’ha voluto un governo votato da due terzi degli elettori…

di Francesco Mattioli
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Viterbo - Francesco Mattioli

Viterbo – Francesco Mattioli

Viterbo – Non sarò breve. Il che, all’epoca di twitter, mi farà perdere la maggior parte dei già pochi lettori che hanno la pazienza di leggermi. Ma in certi casi la brevità e la concisione rischiano di creare omissioni, quindi equivoci, e l’ eccessiva semplificazione  – e banalizzazione – di un problema che semplice non è, come quello della sicurezza.

Premessa: occorre impegnarsi per la realizzazione di una convivenza civile fondata sulla giustizia, sulla solidarietà, sulla redistribuzione della ricchezza e sulla crescita del rispetto tra gli esseri umani. E’ un obiettivo non facile da raggiungere, ma la tensione quotidiana dei soggetti individuali e collettivi deve essere questa, per la rimozione di ogni forma di disuguaglianza, di emarginazione, di povertà e di sofferenza.

Questo significa operare per la democrazia e per la libertà, così come sancito dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 oltre che dalla nostra costituzione. Ed è in questa cornice che occorre rispondere alle richieste, ai bisogni, ai problemi di una popolazione, di una società.

Ma quando da un disegno complessivo che coinvolge gli equilibri politici ed economici globali, si scende ad una dimensione quotidiana, dove le relazioni di causa ed effetto sembrano spiegarsi nelle dinamiche di vicinato, tutte le questioni sembrano assumere un volto diverso.

E si generano altre domande.

Alcune di queste domande sono le seguenti. Quali sono i fondamentali della democrazia? Quanto vale il responso elettorale come polso dell’umore e dei bisogni di una popolazione? Vale più di un sondaggio? Vale più di un programma elaborato a tavolino, magari in base a dei principi etici encomiabili?

Se proviamo a rispondere a queste domande probabilmente ci spieghiamo cosa sta avvenendo in Italia dal punto di vista politico e, in particolare, sul piano della sicurezza.

La prima risposta che si può dare è sui fondamentali della democrazia. Che sono, in ordine alfabetico, il diritto di voto, la libertà, la partecipazione, la rappresentanza. Qualcuno ce ne aggiunge altri, ma siccome questi altri sono dettati dall’ideologia – liberale, socialista, cristiana, conservatrice che sia  – non sono insiti nel concetto ma ne sono una ulteriore interpretazione politico-filosofica.

Con il viatico di questa risposta, andiamo ad esaminare le altre domande.

E’ evidente che il responso elettorale è l’unica fonte di riferimento per avviare un processo di governo rappresentativo e democratico; altrimenti sarebbe una presa in giro come nelle peggiori dittature, che usano le urne al solo scopo di legittimare la propria violenza. E il responso elettorale vale più di un sondaggio perché questo, anche quando fosse costruito al meglio delle regole metodologiche, tratterebbe non già del voto, ma delle intenzioni di voto; e come dicevano i nostri nonni, tra il dire e il fare…

Infine, è chiaro che, sebbene un gruppo, un movimento, una classe sociale debbano possedere una propria visione politica della società e debbano portarla avanti come imperativo etico e missione storica, non possono imporla a dispetto dei bisogni e degli umori della gente, ma devono tener conto di questa e adattare le proprie strategie ad essa.

Di personaggi politici che si sono sentiti interpreti del mondo, illuminati riformatori e che hanno ritenuto opportuno imporre le proprie idee ad ogni costo, anche con la forza, per il bene del prossimo, è piena la cartella dei dittatori di ieri e di oggi, a torso nudo, in grisaglia, in eskimo, con la tonaca, in uniforme o in felpa che siano o siano stati. E anche di professorini che quasi con un condiscendente e malcelato atteggiamento di superiorità sono sembrati rispettosi del popolo, ma in realtà lo hanno considerato – e lo trattano tuttora – come fosse un branco di deficienti bisognosi di guida.

Ieri, in un mondo di semianalfabeti, questi sedicenti maitres à penser potevano avere qualche giustificazione a farsi tali, oggi  – in una società di gente alfabetizzata, adusa alla democrazia, continuamente intenta a comunicare e a voler dire la sua – rischiano di essere autoreferenziali e di andare incontro ad effetti esattamente contrari. Insomma, i modelli etici vanno proposti e perseguiti, ma poi vanno adattati alla realtà effettuale, modulati, altrimenti diventano sogni o prigioni delle idee.

E veniamo al problema della sicurezza. Sicurezza è un concetto ampio, che oggi viene speso soprattutto per due minacce: quella ambientale e quella della criminalità. Mi soffermerò sulla seconda, sulla sicurezza declinata nei confronti della deviamza e del crimine. C’è chi la affronta con la cespugliatrice, e chi con le forbici. Con il risultato che il primo taglia troppi rami giovani, e il secondo lascia molti rami malati.

Pochi si interrogano in realtà su cosa sia la sicurezza. Che cosa sia oggi, cioè in “questa” società, e in Italia, non in quella di ieri e nemmeno nella società perfetta vagheggiata da Asimov.

Ognuno interpreta la sicurezza come gli fa comodo, come gli suggeriscono il cuore o la ragione: senza rendersi conto quindi che la sicurezza non riguarda soltanto una casistica di azioni e di eventi considerati più o meno pericolosi; ma ha a che fare innanzitutto con la “percezione” che gli individui hanno della propria integrità fisica e mentale.

Percezione che cambia da persona a persona, da gruppo a gruppo, da situazione a situazione. Ad esempio, gli studi scientifici sulla sicurezza hanno rivelato che può sentirsi più sicuro un cittadino di New York, abituato ad un tasso di criminalità piuttosto elevato, che l’abitante di un piccolo paesino di provincia alle prese con una società che cambia e che gli mette per la prima volta di fronte al portone di casa gente sconosciuta.

Questi diversi atteggiamenti non condizionano soltanto i comportamenti individuali, ma anche quelli collettivi, e quindi le aspettative degli elettori verso un governo. Così è sufficiente che, anche soltanto mediaticamente, si evidenzino determinati problemi o determinati rischi, per orientare l’opinione pubblica verso certe scelte piuttosto che altre.

La nostra società è complessa, articolata, contraddittoria, incerta, tanto affascinante quanto difficile da interpretare e da vivere. Concede molte opportunità, ma pone anche molti ostacoli, rendendo gli individui più consapevoli, ma anche più sensibili e più suscettibili di fronte ai pericoli e ai rischi.

La gente probabilmente oggi ha un atteggiamento “allarmato” o “allarmistico” rispetto al susseguirsi degli eventi: che si tratti di episodi criminali, di minacce ambientali e sanitarie o di atti di violenza. Le persone si informano attraverso i media, ma anche sui social, e solo in parte mediante le relazioni interpersonali. Ed è lì che compone le proprie idee sulla sicurezza. Media e social, ormai le fonti principali dell’esperienza, si concentrano su ciò che desta attenzione, che appare singolare, eccezionale, emozionale; non conta che la routine quotidiana dica altro, basta un solo episodio per costruire una informazione rilevante e quindi per suscitare un senso di pericolo.

Sarà una distorsione dell’informazione, cioè una disinformazione? Può darsi. Ma non sempre è facile decidere se e quando una informazione è “giusta”… Non lo è per la scienza, figurarsi per i casi umani…

Qualsiasi movimento politico deve rendersi conto che la gente ha esigenze ondivaghe, talvolta spirituali e intellettuali certo, ma più spesso “di pancia”, regolate cioè sui bisogni del vissuto quotidiano: lavoro, salute, serenità, svago, certezze almeno sull’immediato futuro, che può essere anche costituito da chi e cosa si incontra sotto casa o dietro l’angolo della via.

Così una classe dirigente, anche se ha il dovere di guidare la società verso certi obiettivi, verso una continua crescita, anche in senso escatologico, deve rendersi conto di certi bisogni, e di certi segnali, che vanno colti e tenuti in considerazione perché sono parte integrante delle dinamiche della convivenza. Soprattutto della convivenza urbana, che oggi pone le persone una accanto – ma anche addosso/di fronte – all’altra evidenziando non solo la comunanza degli interessi, ma anche le diversità e le divergenze. Non è un caso che oggi il dialogo sociale, e soprattutto il dialogo inter-culturale, sia un tema di particolare attualità e drammaticità politica e sociale.

In questo contesto, che cosa accade se taluni episodi che contraddicono le comuni aspettative di sicurezza, piuttosto che rappresentare delle eccezioni, assumono appena appena una consistenza oggettivamente più ragguardevole, magari certificata da dati statistici e di ricerca? Inevitabilmente la reazione pubblica diventerà ancor più allarmata; anzi – diciamolo francamente – giustamente più allarmata.

Prendiamo due fenomeni come esempio.

Se gli stranieri sono l’8,5% della popolazione, ma costituiscono il 33% delle presenze in carcere, la gente fa due più due e ritiene che un problema ci sia; se una minoranza etnica è culturalmente incline al furto, genera diffidenze che non possono più essere rubricate come meri pregiudizi; se una cultura mortifica l’emancipazione femminile e la laicità della vita associativa, difficile convivere con essa.

E hai voglia a far notare che, come insegnavano la scuola di Chicago negli anni ’60 e certa sociologia italo-francese “concerned” negli anni settanta, la devianza nasce dalla povertà e dall’emarginazione sociale: quel che all’individuo preme è sentirsi sicuro in casa e fuori, avere un lavoro, potersi comprare il nuovo televisore a rate e riconoscersi nelle proprie abitudini. E’ a queste condizioni che poi si mette a fare “anche” il buon samaritano su telethon, nel terzo settore e magari in parrocchia…

Per tutto ciò, non si può pensare di lavorare prevalentemente su una prevenzione primaria (rimozione delle cause), che necessita di tempi lunghi perché non deve intervenire solo a livello strutturale ma anche a livello di incrostazioni culturali difficili da rimuovere nell’immaginario collettivo. E’ necessario anche un diuturno impegno nella prevenzione secondaria (blocco della minaccia, del crimine), che risponde nell’immediato e che riguarda non solo la lotta al crimine organizzato ma anche le forme di microcriminalità. Perché, attenzione: per la maggior parte degli italiani il crimine significa trovarsi il ladro in casa, lo stupratore all’angolo, il teppista motorizzato in strada, il vandalo nel parco, l’impostore alla porta o sul web e lo spacciatore nel vicolo, episodi certo non comparabili con le mafie dell’’omicidio, dell’intimidazione, della sopraffazione, del controllo del mercato degli stupefacenti, ma che tuttavia sono quelli che ciascuno di noi rischia di incrociare in ogni momento della giornata e che quindi costruiscono il nostro senso comune di sicurezza personale.

Ma è proprio qui che scattano i dubbi. Perché il blocco del crimine per alcuni rischia di accompagnarsi a forme di repressione “politica”, così cominciano i distinguo ideologici, la diversa interpretazione dei limiti, si buttano dentro i temi della diversità (quale sì, quale no), della tolleranza (alta o zero?), dell’accoglienza (per chiunque o solo per chi fugge la morte?) ecc. Il caso del dibattito sul Daspo urbano – che presenta elementi pro e contro che qui non starò ad approfondire – ne è un esempio lampante.

Si tratta in ogni caso di discussioni che vengono vissute in modo ideologico e che a voler ultrasemplificare, possiamo attribuire a due schieramenti contrapposti; l’uno, per lo più di sinistra e cattolico, votato alla tolleranza e all’inclusione; l’altro, genericamente definibile di destra e liberista, interessato soprattutto all’ordine sociale.

Tuttavia, i partiti e i movimenti di ispirazione socialista e cattolica, oltre che ad offrire utili e apprezzabili lezioni di etica sociale, dovrebbero interrogarsi sul perché, malgrado fossero al governo, si sia creata una situazione di insicurezza percepita che ha fatto riversare milioni di voti sul giustizialismo dei partiti populisti e sovranisti.

Il decreto Sicurezza, certamente discutibilissimo in alcuni passaggi, è stato voluto da un governo votato da due terzi degli elettori, quindi è legittimato proprio da quel sistema democratico e inclusivo a cui ci si appella per opporsi ad esso. Due terzi degli elettori non possono essere né ignorati, né definiti sommariamente come disinformati, egoisti, vittime di pregiudizi e condannati di conseguenza. Certo, il Censis coglie nella società italiana una inquietante caduta del solidarismo quotidiano, una crescita della conflittualità relazionale: tuttavia non si tratta di fenomeni venuti su come funghi in una notte, sono trends che si sono creati progressivamente in una società abbandonata alla competizione celodurista ma anche al lassismo demagogico del vietato vietare.

Allora, piuttosto che vedere la pagliuzza (o la trave, beninteso) nell’occhio altrui, piuttosto che impartire le solite lezioni di chi si sente sempre dalla parte della ragione sol perché ha stabilito i canoni del politicamente corretto, non sarebbe opportuno guardare la trave che è nel proprio occhio?

Chiedendosi ad esempio dove si è verificato l’errore, da dove è partita questa richiesta massiva da parte della gente di maggiore ordine, di maggior rigore, di un certo destrismo autoritario, populista e giustizialista? Del perché, tanto per dirne solo qualcuna, si è data mano libera alla mafia nigeriana in fatto di droga e di prostituzione; del perché si sono lasciati gli immigrati a fare degradante accattonaggio di strada; del perché per anni si siano create le condizioni affinché il caporalato creasse nuovi schiavi; del perché un centro storico il sabato sera ospiti i peggiori gironi dell’inferno; del perché una società civile dovrebbe abbandonare – persino in nome di una dubitabile libertà individuale – i clochard al degrado umano dei cartoni e al freddo dei parchi e delle stazioni; del perché esistano luoghi come il bosco di Rogoredo; ma anche del perché la gente si senta in diritto di farsi giustizia da sé, di fronte ad una autorità istituzionale e ad una Legge incapaci non solo di prevenire, ma anche di reprimere il reato. E’ su questi interrogativi che nel giro di pochi mesi si è creata una larga maggioranza elettorale e parlamentare apparentemente favorevole a forme camuffate di apartheid etnico e culturale.

In ogni caso, dai problemi della sicurezza di oggi nessuno si illuda di uscire con un modello ideale di governance, solo perché è decisionista, o perché rispetta le leggi o perché conduce una serrata lotta contro le ingiustizie sociali. Certe questioni implicano movimenti epocali di origine globale, patti internazionali, emergenze locali, requisiti giuridici, complementi etici, domande della gente comune, problemi sanitari, percezioni soggettive che esigono flessibilità, politiche adattabili, a geometria variabile, piuttosto che crociate di qualsiasi colore, armate o disarmate che siano.

Con un obbiettivo comune comunque irrinunciabile: una convivenza che offra protezione, serenità, reciprocità, diritti mai disgiunti dai doveri, crescita spirituale ma anche materiale, riducendo certamente al minimo non solo le condizioni di ingiustizia, di marginalità, di esclusione e di conflitto, ma anche tutte quelle situazioni di permissivismo, di lassismo, di accondiscendenza, di impunità che hanno generato la risposta intransigente di un elettorato in cerca di una quotidianità meno incerta e problematica, e ai suoi occhi più sicura.

Francesco Mattioli

 


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4 marzo, 2019

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