Viterbo – (r.s.) – “Maxirissa a San Faustino, gli arresti sono stati eseguiti legittimamente”. Lo scrive la Cassazione nella sentenza in cui definisce “fondato” il ricorso della procura di Viterbo contro l’ordinanza del tribunale che non aveva convalidato i fermi dei sette indagati.
Il 21 agosto, ovvero il giorno dopo la rissa, il giudice Gaetano Mautone, pur riscontrando gravi indizi di colpevolezza, non aveva convalidato i sette arresti. Secondo il magistrato sarebbe mancata la flagranza, perché quando i poliziotti della squadra mobile hanno identificato gli indagati, verso le 11 e 30 di sera del 20 agosto, la rissa, cominciata intorno alle 20 e 40, era già finita. Gli agenti, dunque, non avrebbero visto i sette in azione.
“Il tribunale di Viterbo – ripercorre la Cassazione – non ha convalidato l’arresto di Daniel Moldoveanu, Vasile Ionut Lazar, Ion Lazar, Karamoko Yatabari, Couly Toure, Madi Kanute e Aboubacar Keita perché, pur risultando, dalle lesioni riportate, a loro carico gravi indizi di responsabilità per il reato contestato di rissa aggravata, l’arresto non è stato operato nell’immediatezza ma solo dopo che le indagini hanno consentito, nelle ore successive e grazie alle dichiarazioni delle persone che hanno assistito al fatto, l’esatta identificazione e individuazione dei responsabili”.
Alla rissa, durante la quale sarebbero volate bottiglie di vetro e transenne di ferro, avrebbero preso parte, in tutto, una ventina di persone, che all’arrivo della polizia si erano già dileguate. In piazza San Faustino gli agenti hanno trovato solo tre romeni, feriti e con gli abiti stracciati. Mentre quattro africani (un malinese, un ivoriano e due senegalesi) sono stati rintracciati nelle loro abitazioni di via Cairoli e via Pieve di Cadore grazie ai racconti di alcuni testimoni. Anche i quattro africani avevano ferite e gli abiti stracciati. Sette gli arrestati, tra i 24 e i 32 anni. Cinque sono braccianti agricoli, uno è autista, mentre l’altro è muratore.
Per la procura di Viterbo, procuratore capo Paolo Auriemma e pm Paola Conti, si tratta di “quasi flagranza”. Da qui il ricorso in Cassazione contro la decisione del giudice di non convalidare i fermi. Come scrive la suprema corte sulla base della ricostruzione della procura, i poliziotti “sono intervenuti dopo la segnalazione al 113 di una rissa. Giunti, hanno individuato le tracce (delle bottiglie rotte a terra). Alle 23 e 30 dello stesso 20 agosto 2018, sono stati identificati gli autori del fatto che recavano traccia del reato: mostravano tutti le lesioni che ne erano derivate. Si versava pertanto nell’ipotesi di quasi flagranza”.
Per i giudici di terzo grado, “il ricorso promosso dalla pubblica accusa è fondato”. E nella sentenza spiegano il perché. “La quasi flagranza è costituita dalla sorpresa dell’indiziato con cose o tracce dalle quali appaia che egli abbia commesso il reato immediatamente prima. Non richiede (la quasi flagranza, ndr) che la polizia giudiziaria abbia diretta percezione della commissione del reato, essendo sufficiente l’immediata percezione delle tracce del reato e del loro collegamento inequivocabile con l’indiziato”. E, entrando nel merito della vicenda, proseguono: “Gli indagati sono stati sorpresi con tracce del reato commesso. I poliziotti li hanno arrestati dopo averli individuati, investigando senza soluzione di continuità, come i responsabili della rissa, aggravata dalle lesioni, proprio grazie alle tracce del reato che recavano e alle lesioni che ne erano conseguite”.
La Cassazione ha così annullato il provvedimento del giudice, “perché – spiega – l’arresto è stato eseguito legittimamente”, e ha trasmesso gli atti al pubblico ministero. Il procuratore Auriemma, prima che la suprema corte si esprimesse, ha dichiarato: “Qualunque sarà la decisione, il ricorso servirà a mettere un punto fermo su come si deve comportare la polizia giudiziaria. La procura ritiene che per la rissa ci fossero i presupposti dell’arresto, convinta del proprio operato in sede di convalida e della correttezza dell’operato degli agenti”.
Multimedia: video – Fotocronaca: Maxirissa a piazza San Faustino
Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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