Condividi: Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
    • Facebook
    • Twitter
    • LinkedIn
    • Google Bookmarks
    • Webnews
    • YahooMyWeb
    • MySpace
  • Stampa Articolo
  • Email This Post

Tarquinia - Alla seconda festa della legalità delle rete “Giovanni Falcone” Paolo Borrometi e Giuseppe Antoci raccontano le loro storie di lotta alla mafia

“L’Italia non ha bisogno di eroi ma di cittadini che denuncino l’illegalità”

di Daniele Aiello Belardinelli
Condividi la notizia:

Tarquinia - Il giornalista Paolo Borrometi

Tarquinia – Il giornalista Paolo Borrometi

Tarquinia - L'ex presidente del parco dei Nebrodi Giuseppe

Tarquinia – L’ex presidente del parco dei Nebrodi Giuseppe

Tarquinia - Il vicequestore aggiunto Daniele Manganaro

Tarquinia – Il vicequestore aggiunto Daniele Manganaro

Tarquinia - L'incontro con Antonaci e Borrometi

Tarquinia – L’incontro con Antonaci e Borrometi

Tarquinia - L'incontro con Antonaci e Borrometi

Tarquinia – L’incontro con Antonaci e Borrometi

Tarquinia – “L’Italia non ha bisogno di eroi ma di cittadini che denuncino l’illegalità”. Alla libreria Vita Nova di Tarquinia Paolo Borrometi e Giuseppe Antoci raccontano le loro vite di uomini sotto scorta per combattere la mafia, con la presentazione dei loro libri Un morto ogni tanto e La mafia dei pascoli. L’occasione, il 29 maggio, la seconda festa della rete di scuole “Giovanni Falcone”, tra le quali aderiscono l’Iis “Vincenzo Cardarelli” della città etrusca e l’Iis “Guglielmo Marconi” e di Civitavecchia.

Borrometi, giornalista, ha ricevuto varie intimidazioni sfociate in violenza nel 2014, quando è stato aggredito da uomini incappucciati che gli hanno provocato una grave menomazione alla spalla. Antoci, ex presidente del parco dei Nebrodi, dopo numerose minacce, tre anni fa ha subito un agguato a fucilate in auto. Il motivo aver introdotto un protocollo della legalità per l’assegnazione degli affitti dei terreni, stroncando il business mafioso dei contributi dell’Unione europea.

A presentarli il vicequestore aggiunto del commissariato di Tarquinia Daniele Manganaro, che salvò la vita ad Antoci nell’attentato. “Non presento il presidente del parco dei Nebrodi e il giornalista ma due amici – sottolinea -. Con loro ho condiviso momenti belli e brutti in una Sicilia dove abbiamo combattuto contro la criminalità organizzata e dove loro si sono distinti per un’antimafia dei fatti”.

Lascia poi la parola ad Antoci. “La Sicilia è una terra che non ha bisogno di simboli ed eroi. Ne ha avuti abbastanza. Ha bisogno di normalità – dice -. Non è vero che la mafia non spara più. Quando gli fai perdere milioni di euro spara. Se ciascuno denunciasse le estorsioni e le illegalità, forse non ci sarebbero persone come me e Paolo. Credo a questa cosa”.

Spiega il business mafioso dei fondi europei per l’agricoltura. “Durava da più di 12 anni. Un affare milionario. I mafiosi costringevano gli agricoltori onesti a non partecipare ai bandi pubblici per gli affitti dei terreni. Creavano delle società, mettevano dentro quattro o cinque nomi di spicco della criminalità. Come potevano farlo? Semplice. Usavano la legge degli appalti. Solo per importi a base d’asta superiori a 150mila euro era obbligatorio il rilascio del certificato antimafia da parte delle prefetture su istruttoria delle forze dell’ordine. Sotto quella soglia bastava l’autocertificazione”.

Da qui l’idea di un protocollo della legalità, operativo dal 2015, che rendesse obbligatorio il certificato anche per importi pari a zero. “Facciamo un bando civetta per 400 ettari di terreni del parco, con la scadenza posta 10 giorni prima della firma del protocollo – aggiunge Antoci -. Una sola società partecipa ed era composta da quattro persone. Viene firmato il protocollo e chiedo dei controlli. Tutti e quattro i soci erano interdetti per antimafia”. Quindi ricorda la notte dell’attentato tra il 17 e 18 maggio 2016. La strada bloccata dai massi. I colpi di fucile contro la sua macchina. L’intervento di Manganaro che ringrazia “perché è per lui e per la mia scorta che sono ancora vivo”.

“L’Italia non ha bisogno di eroi, perché li abbiamo sempre creati dopo la morte”, esordisce Borrometi. “Falcone poteva essere ucciso tranquillamente a Roma. Il commando era pronto. Poi Riina decise di farlo in Sicilia. Il 23 maggio del 1992 ha cambiato la vita del nostro Paese. Eppure 55 giorni dopo venne ucciso Borsellino e sapevamo che sarebbe successo”.

La mafia nel Ragusano. “La provincia di Ragusa è ricchissima. Mi dicevano che non c’era la mafia – dichiara -. Quando iniziai a occuparmene partii da Scicli, che tutti conoscono per il commissario Montalbano. Lì c’era un boss che prima attaccava i manifesti ai candidati, poi alla vittoria di un sindaco venne nominato come responsabile del cantiere della nettezza urbana, assumendo parenti e amici. Mentre scrivevo di questo venivo buttato fuori dal giornale in cui scrivevo. Era inutile raccontare, perché, mi dicevano, la mafia non c’era. Quasi mi convinsero che ero un pazzo immaginario”.

Se uno fa il giornalista in Sicilia, non può non parlare di mafia. “Questa terra ne è drammaticamente segnata come la mia vita, quando, due uomini incappucciati, a margine di una serie di minacce, mi lasciarono a terra con la spalla fratturata in tre parti e in una pozza di sangue. Oggi siamo tutti Giovanni Falcone e ogni 23 maggio siamo in processione per lui. Ma quando era vivo era solo, come solo è Nino Di Matteo. L’Italia è un paese strano. Svegliamoci. Ci dicono che i migranti sono il problema ma in realtà lo sono le mafie”.

Se lo Stato funziona è più forte della mafia. “Se io e Giuseppe siamo vivi è perché lo Stato ha fatto lo Stato. Quando lo Stato non tratta con la mafia è molto più forte”. Infine parla dell’attentato che i boss di Pachino avrebbero voluto preparare per ucciderlo. “Il 10 aprile 2018 i magistrati e gli inquirenti mi chiamarono per dirmi che avevano arrestato alcune persone. Mi invitarono a leggere l’ordinanza di custodia cautelare, perché avrebbero fatto una conferenza stampa. In quell’ordinanza si parlava dell’attentato in cui dovevo saltare in aria con la mia scorta (che ringrazio sempre), vicino a una scuola.Dov’è allora l’onore e il rispetto della mafia? Sono cazzate, perché la mafia uccide chi si mette di traverso”.

Daniele Aiello Belardinelli


Condividi la notizia:
31 maggio, 2019

                               Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY

Test nuovo sito su aruba container https://www.tusciaweb.it/tag/renzo-trappolini/