Viterbo – “Sono stato chierichetto di padre Pio, i miei ricordi d’infanzia hanno quasi tutti a vedere con lui”. Michele Grifa lo racconta al settimanale Grand Hotel. Nato a San Giovanni Rotondo (Foggia) 65 anni fa, oggi vive a Viterbo dove ha fondato un’azienda che realizza sistemi elettronici.
“A San Giovanni Rotondo abitavo a duecento metri dal convento e lo frequentavo tutti i giorni – dice Grifa -. Insieme con altri bambini assistevo padre Pio nelle funzioni pomeridiane, nel rosario e nei vespri. E poi la domenica gli servivo la messa. Mi pare di vederlo, muoversi adagio, darci qualche bonario scappellotto quando eravamo irrequieti, sorriderci come un papà. Ci guardava con occhi dolcissimi e da quello sguardo ci sentivamo accarezzati. Per noi padre Pio era la quotidianità, un punto fermo nella nostra esistenza”.
Prima di diventare ingegnere elettronico, grifa voleva intraprendere la vita religiosa. “Verso i dieci anni – racconta – entrai in seminario a Pietrelcina. Volevo diventare un frate cappuccino. Ne avevo parlato con padre Pio. Sapeva già che in seguito avrei cambiato idea. Infatti dopo il quinto anno di liceo mi accorsi che quella religiosa non era la mia strada. Avevo già fatto anche un anno di noviziato a Morcone, dove era stato novizio padre Pio nel 1903. Ma capii che dovevo fare altro. Così mi iscrissi all’università e diventai ingegnere. Ero in seminario il 23 settembre 1968, quando padre Pio morì. Ricordo che mi svegliarono all’alba, e poi andammo tutti a San Giovanni Rotondo per partecipare ai funerali. Provai un senso di perdita. Ma non definitiva, perché lo sentivo ugualmente vicino. Ho sempre sentito accanto la sua presenza anche in seguito. In molte occasioni ho avvertito il suo profumo di fiori. Arriva all’improvviso, non legato a qualche particolare circostanza, ma forte e penetrante. Capita ancora oggi, ogni tanto. E mi infonde un coraggio e una serenità inimmaginabile”.
Ricordi, e ancora ricordi. “Uno dei primi che ho di padre Pio – continua Grifa – risale al 1959, quando avevo cinque anni. Quel giorno padre Pio aveva inaugurato la nuova chiesa di santa Maria delle Grazie. Ho anche un altro ricordo particolare: mio padre che usciva di casa durante la notte per andare, con altri uomini, a pattugliare le strade per impedire che venissero a portare via padre Pio. Allora non capivo ma, diventato grande, ho saputo che spesso da Roma arrivavano disposizioni dal Sant’Uffizio per prelevare padre Pio e portarlo lontano da San Giovanni, operazioni che però non riuscirono mai perché la gente si opponeva sempre con grande decisione. Poi mi viene in mente quando verso sera si andava, con tante altre persone del paese, sotto la finestrella di padre Pio in attesa che lui, puntuale, si affacciasse per salutare i fedeli agitando il fazzoletto”.
Per padre Pio Grifa ha fatto il chierichetto, e da lui ha ricevuto la prima comunione. “Ho cominciato a fare il chierichetto per lui a sei anni – prosegue -, e poi la domenica gli servivo la messa. Standogli accanto potevo vedere spesso le stimmate, quando al momento della consacrazione si levava i mezzi guanti. Però per noi era una cosa normale, non avevamo la percezione di cosa significassero quelle ferite. Eravamo, come dire, abituati al soprannaturale. Se ci penso adesso, invece, mi vengono i brividi. Ogni tanto noi chierichetti eravamo distratti o un po’ discoli e allora padre Pio faceva la faccia burbera e ci richiamava. Capitava anche che ci desse uno scappellotto sulla nuca, ma il suo era solo un gesto. Non ci metteva neppure tanta forza, perché le mani gli facevano sempre male a causa delle piaghe. A noi però bastava vedere il suo sguardo serio per metterci subito in riga. Era sempre uno sguardo benevolo, accigliato ma affettuoso. Padre Pio mi fece anche la prima comunione. Era il luglio del 1968. Due mesi dopo morì”.
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