– Peppe Girotonno (quanta fantasia in questi nick!) mi chiede che cosa si intenda oggi per cultura, “visto che recentemente vengono definite con tale parola cose che sino qualche tempo addietro, erano cose definite fuffa o per non dire di peggio.”
A costo di far diventare questo alambicco una sorta di “posta del cuore“, ammetto che certe domande dei lettori mi solleticano assai, e quindi proverò a rispondere secondo quello che penso, ricordando a chi non è d’accordo con me che le mie sono semplici opinioni, non sono verbo incarnato, e l’unico obiettivo che hanno è quello di offrire degli spunti di riflessione.
Sempre per come la vedo io, e come mi è capitato di dire più volte, cultura è ogni intervento umano sul corso delle cose: quanti poi di questi interventi debbano o possano finire su un cartellone è completamente un’altra faccenda.
L’offerta culturale di una città, ma anche di un teatro o di una televisione, di una radio, di un qualsiasi meccanismo destinato a offrire spunti di arricchimento e conoscenza, credo debba essere la più variegata possibile. Gli obiettivi di un cartellone dovrebbero essere almeno tre: la cattura di nuovo pubblico, il mantenimento del pubblico già esistente, la prosecuzione nella formazione di un pubblico più esigente. Possibilmente con un obiettivo comune, ossia che la gente torni a casa più ricca di quando ne è uscita.
Per questo non credo in certi fascismi culturali che definiscono che cosa sia cultura e che cosa no e che hanno imperato per lungo tempo nel nostro Paese.
Perdonatemi se riporto tutto a un campo che conosco bene: il teatro d’opera. Un teatro d’opera deve includere nel suo repertorio annuale sia composizioni del grande repertorio, che composizioni barocche, titoli dimenticati, opere contemporanee. E’ ovvio che l’incasso del Rigoletto, ad esempio, coprirà i grami incassi di “Al Gran Sole Carico d’Amore” di Nono: basterà programmare dodici recite di Verdi e quattro di Nono, e i conti torneranno facilmente.
Allo stesso modo, la sagra della porchetta ha la medesima dignità culturale della rassegna del cinema muto sovietico: la prima è un momento di aggregazione, di festa collettiva, di riscoperta della propria cultura condivisa e delle proprie radici; la seconda ci avvicina a culture distanti dalla nostra e ci apre orizzonti nuovi.
La liberatoria frase di Fantozzi (“La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca”) si giustifica proprio nell’ottica di quel fascismo culturale, curiosamente di sinistra ma sempre fascismo, che voleva tutti spalmati a godere dei primi piani di Eisenstein e considerava dei trogloditi subumani da indottrinare quelli che preferivano andare a mangiarsi gli gnocchi a San Lorenzo Nuovo che sorbirsi la carrellata sull’occhio della madre.
L’errore, credo, arriva quando si compila un cartellone non variegato, ossia che non lascia a chi ne fruisce una vasta possibilità di scelta, costringendolo a un’orgia perpetua costituita unicamente da sagre e cinepanettoni, oppure da film commedie tragedie drammi spettacoli “di spessore”.
Un altro errore sta nel considerare i fruitori di questo o di quell’evento più o meno “colti” a seconda dell’evento cui partecipano: non esiste, credo, nessuna maggiore o minore cultura. Esistono semplicemente culture diverse come diversi sono gli esseri umani.
A meno di non voler far parte della ristretta élite dei radical chic, élite cui non credo di appartenere visto che la discriminante per farne parte sta nel considerare il prossimo più o meno valido a seconda del suo bagaglio culturale e delle sue opinioni politiche, mentre i miei criteri di giudizio, sempre più labili e ormai pressoché inesistenti, si basano su tutt’altro: in primis, sul cuore, sugli affetti, sull’apertura mentale, sulla disponibilità a un sereno dialogo e sulla capacità di relazionarsi trascurando di nutrire il proprio ego.
La politica culturale che invece proprio non mi trova d’accordo è la politica dell'”evento”. Oggigiorno tutto è un “evento”, e siccome le parole contano (lo dice perfino Umberto Tozzi, a dimostrazione che volendo, gli spunti di riflessione possono arrivare un po’ da qualsiasi parte) sarebbe bene, forse, ritornare a chiamare le cose col loro nome. Uno spettacolo è uno spettacolo. Un evento è una cosa che succede ogni tanto e ha certe caratteristiche che lo rendono di difficile ripetibilità.
Per esempio: se Mina uscisse di casa e decidesse di fare un concerto a piazza dei Priori, ecco, quello sarebbe senza dubbio un evento. La sagra dello struffolo non è un evento: è la sagra dello struffolo, che ha tutta la dignità di esistere per quello che è senza dover per forza trasformarla in qualcosa che non è.
Per concludere e per rispondere in due parole: nella cultura ci sta anche la fuffa. Il tempo, che è un grande scultore, deciderà per noi che cosa è eterno e che cosa è destinato a morire. Nel frattempo, finché c’è offerta culturale, godiamocela tutta in serenità secondo i nostri gusti personali.
Alfonso Antoniozzi
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