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Stato di diritto - Francesca Scopelliti presenta il libro che raccoglie le lettere dal carcere del suo compagno - Mario Patrono allora membro del Csm: "Quel giorno che assolvemmo i magistrati, ma io non ero d'accordo..."

“Non si è voluta trovare la verità sul caso Tortora…”

di Stefania Moretti
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Viterbo – “Uno tsunami sulle nostre vite. Un crimine giudiziario, più che un errore, per cui non esiste risarcimento: Enzo è morto di mala giustizia”. Francesca Scopelliti ha parole taglienti ma mai quanto le pugnalate (“una al giorno – dice – una notizia, una coltellata”) ricevute dal 17 giugno 1983 al 15 settembre 1986. Tra l’arresto del suo compagno Enzo Tortora e la sentenza d’appello che lo assolveva. 


Scopelliti: “Non si è voluta trovare la verità”

Una bomba al cobalto che gli scoppiò dentro, diceva lui e ha ricordato lei sabato 21 settembre all’archivio di Stato di Viterbo, invitata dal direttore Angelo Allegrini a presentare le missive che Tortora le scrisse dal carcere, raccolte nel libro Lettere a Francesca (Pacini Editore). “Erano il nostro appuntamento – ha raccontato -. Non eravamo sposati e nell’83 la legge non riconosceva la convivenza more uxorio. Non potevo andarlo a trovare ma, del resto, lui non avrebbe voluto farsi vedere in cella da me”.  

Enzo Tortora

Erano gli anni di “Portobello”, quella trasmissione che, in mano a Tortora, divenne un cult da 28 milioni di spettatori. Il trionfo prima della caduta. Showman lo chiamavano da allora i colleghi giornalisti, tanto più dopo l’arresto. “Ma vorrei precisare con dolcezza – diceva lui – che lo show non l’ho fatto io”. Diecimila poliziotti e carabinieri; 856 arrestati (di cui 87 per errori di omonimia) per smontare la Nuova camorra organizzata cutoliana. 

Viterbo - L'archivio di Stato ricorda Enzo Tortora - Francesca Scopelliti

Il pentito Pasquale Barra diceva che Tortora era “camorrista ad honorem”. Gli accusatori a puntare il dito diventarono presto 18. L’unico riscontro era il nome di Tortora con numero di telefono sull’agendina di un camorrista. Nessuno si è accorto che c’era scritto “Tortona” e che quel numero non era il suo. “Non sono neanche un errore. Sono un refuso”, commentò Tortora all’epoca. 

È qui che il racconto diventa paradossale e che esplodono gli applausi quando Francesca Scopelliti osserva che “non si è voluta trovare la verità. Almeno non in primo grado con i magistrati De Persia e Di Pietro. Abbiamo dovuto aspettare l’appello”. 



Patrono: “Non punimmo quei magistrati, ma io non ero d’accordo”

Le conseguenze le conoscono tutti. Per l’avvocato Luigi Sini fu “il primo grande processo mediatico a inoculare un virus letale nella giustizia: quello del racconto morboso che diventa pressione sui giudici”. Tortora scriveva di non poter uscire nemmeno all’ora d’aria senza l’incubo di qualcuno arrampicato per fotografarlo. 

Il procuratore generale di Roma Giovanni Salvi, tra i relatori, fatica a parare i colpi a una magistratura in crisi di reputazione, fresca di “caso Palamara”. Mai come a questo tavolo è difficile difendersi. “È la quarta volta che partecipo a questi incontri e so di farlo da vittima sacrificale – dichiara -. Ma la tragedia di Tortora ci ha lasciato qualcosa di buono. Abbiamo imparato che i collaboratori di giustizia non possono essere messi insieme. Che i rapporti diretti tra magistrati e giornalisti sono sbagliati. Abbiamo imparato molto in termini di investigazione. Anche le carceri non sono più quelle di allora. Purtroppo ci siamo migliorati sulla pelle di Tortora e di altri”. 

Mario Patrono, accanto a Salvi tra i relatori, del caso Tortora si lecca ancora le ferite. È professore emerito di Diritto pubblico comparato alla Sapienza, ma soprattutto fu membro del Consiglio superiore della magistratura, nella sezione disciplinare chiamata a prendere provvedimenti sui titolari dell’inchiesta. Provvedimenti mai presi. “Eravamo sette contro due – ricorda -. Tra quelle due mani alzate, a favore di un provvedimento disciplinare, una era la mia. Ma passò il concetto che tutti, quindi anch’io, assolvemmo i giudici del caso Tortora. Nei paesi anglosassoni il giudice, se non è d’accordo con una sentenza della Corte, si dissocia e spiega la sua opinione. Io non ho potuto ed è un malessere che mi porto dietro da trent’anni. Finalmente oggi posso dirlo in pubblico”. 

Viterbo - L'archivio di Stato ricorda Enzo Tortora - Mario Patrono


L’appello alla magistratura: “Liberatevi delle mele marce”

L’affondo di Francesca Scopelliti è diretto “a una magistratura che si autoassolve”. “Non a tutta – precisa -. Enzo era il primo a rispettare i giudici. Ma chi indagò su di lui non solo è stato assolto: ha fatto carriera. Ingiusto. Perché chi sbaglia deve pagare”.

L’inevitabile duello con Salvi è in punta di fioretto. “La nostra giustizia disciplinare è rigorosa e funziona”, ribatte lui, mentre lei pensa a quanto c’è da fare sul fronte degli errori giudiziari e dei diritti dei detenuti. L’ultimo suicidio proprio la settimana scorsa a Poggioreale, quel carcere che Tortora definiva “infamia intollerabile dell’Europa”.

Scopelliti ricorda Rita Bernardini, nostra signora delle carceri, che di quelle celle più o meno affollate conosce ogni angolo: “Ancora oggi ci sono ratti e animali di varia specie nelle galere italiane”. Poi fa appello ai magistrati: “Liberatevi delle mele marce. Approviamo la separazione delle carriere e una più seria legge sulla responsabilità dei magistrati. Enzo ha voluto la Fondazione Tortora, che oggi porto avanti io con fatica, come volontà testamentaria. Una battaglia per la giustizia giusta. Non per pochi ma di tutti”. 

Stefania Moretti


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23 settembre, 2019

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