Viterbo – A costituzione vigente si chiamano ancora deputati e senatori e, quando a dirlo non si rischiava, li chiamavano pure onorevoli perché tenuti a comportarsi con onore.
A costituzione ora cambiata, il capo del maggior partito festeggia il “taglio” dei “membri” del parlamento (art. 67) definendoli però “poltrone”, focalizzando cioè l’attività svolta nella comodità del sedere.
Naturale, con questo vocabolario, che il deputato Sgarbi – uno dei pochissimi (14 su 569) che non ha partecipato al “suicidio non assistito” di martedì a Montecitorio – abbia parlato di colleghi “ipocriti, falsi che col voto segreto salverebbero quel che dichiarano di voler perdere col voto palese”.
D’altronde, a sentirli fuori aula non sono pochi a manifestare mal di pancia o sussulti dell’istinto di sopravvivenza placati per timore di espulsione dal politicamente corretto.
Meglio che il sinedrio sacrifichi 345 poltrone piuttosto che domandarsi come chi ci sta seduto abbia perso la stima degli elettori e provvedere con un concilio a tutto campo riformatore.
Se oggi con un deputato ogni 96 mila abitanti e un senatore ogni 188 mila ci è forse possibile conoscere e controllare chi votiamo, domani un territorio come la Tuscia (stavo per dire una provincia, ma le provincie sarebbero state abolite) quanti deputati o senatori che conoscono il territorio e ne sono conosciuti potrà esprimere?
Dicono che con la riforma avremo il peggior rapporto di rappresentanza, elettori/eletto, rispetto ai paesi che hanno all’incirca la nostra popolazione e addirittura alcune regioni potrebbero non essere rappresentate.
Eppure, restiamo repubblica parlamentare in cui le leggi le fanno gli eletti del popolo senza vincolo di mandato. Così fu deciso nel 1946 nell’atto di nascita della repubblica e da allora, fino al 1994, quasi cinquant’anni, solo undici parlamentari hanno cambiato partito.
Se contrapponiamo questo numero al migliaio delle legislature successive qualcosa non torna, salvo notare che dai partiti ben radicati nella società siam passati a partiti personali e ad una sostanziale oligarchia peraltro non di censo o merito ma di astuzia e spregiudicatezza.
Andremo verso un sinedrio di “portavoce”? Ma se si tratta solo di portaparola e non di responsabili che intrepretando il pensiero dei cittadini elettori scrivono (ma si potrebbe farlo meglio) e mettono la propria firma di responsabilità nelle leggi che regolano la vita ei cittadini stessi, che bisogno c’è di 400 deputati portavoce e 200 senatori? Se risparmiar si deve, ne basterebbe uno di portavoce, uno per ogni gruppo politico.
Tempo fa qualcuno propose di dare il voto ai soli capigruppo, sul modello delle società per azioni. Ma queste possono fallire.
Renzo Trappolini
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