Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Mi sorprende la nota di Daniele Nicastri, che commenta alcune mie dichiarazioni affermando che esse getterebbero “ombre immotivate sull’istituto di Viterbo e sul personale del corpo determinando un clima di sospetto sulla correttezza e il rispetto delle regole di chi opera al Mammagialla”.
Quelle dichiarazioni, che peraltro sono frutto dei colloqui che ho intrattenuto sia con i detenuti, sia con la direzione e con la polizia penitenziaria, non vogliono “gettare ombre”, ma hanno una finalità diametralmente opposta: contribuire a fare luce sulle ombre che si sono materializzate negli ultimi anni, anche attraverso alcuni episodi di cronaca, verificando la veridicità non soltanto dei fatti che sono stati riferiti a me, ma anche di quelli denunciati da chi li ha vissuti in prima persona.
Nella nota vengo sollecitato “a programmare visite negli istituti penitenziari del Lazio, come da me stesso ipotizzato”, per meglio “comprendere quale delicato compito assolve il corpo di polizia penitenziaria”.
Credo sia utile precisare che io non ho “ipotizzato” di effettuare visite ad altri istituti, ma ne ho svolte e ne svolgo tuttora in quantità. Fino a oggi, dall’inizio del mio mandato, ho visitato più volte gli istituti di Regina Coeli, Rebibbia maschile, Rebibbia femminile, Rieti, Latina, Civitavecchia, Casal del marmo e Paliano, oltre al Cpr di Ponte Galeria, e per le prossime settimane ho in programma di recarmi a Velletri, a Frosinone e a Cassino: per non menzionare le tante visite a cui ho partecipato durante la mia ormai quindicennale militanza radicale.
La delicatezza e l’importanza dei compiti che la polizia penitenziaria è chiamata ad assolvere, dunque, mi sono perfettamente chiare: così come mi sono chiarissime le difficoltà nelle quali gli agenti si trovano troppo spesso a doverli svolgere e la dedizione con cui, nella stragrande maggioranza dei casi, essi vengono assolti. Segnalo queste criticità in tutte le sedi, fin dal giorno in cui sono stato eletto, e faccio quanto nelle mie possibilità per contribuire ad affrontarle.
Il rispetto per il lavoro della polizia penitenziaria, perciò, per quanto mi riguarda non è minimamente in discussione.
Credo però che occorra non soltanto discutere, ma anche approfondire con il massimo rigore, le situazioni su cui vi sono delle ombre: perché è proprio far luce su quelle ombre a rafforzare la credibilità e l’autorevolezza del corpo nel suo complesso, mentre le levate di scudi corporative non possono che indebolirle.
In situazioni come questa non c’è bisogno di contrapposizioni, ma di collaborazione: quella collaborazione che nel citato caso Cucchi, da parte di altri ma in base allo stesso principio, è venuta a mancare, con le conseguenze nefaste che vengono giustamente ricordate nella nota.
Come ricordo ogni volta che posso, il fatto che l’istituto di Viterbo sia considerato “punitivo” non mi è stato segnalato dai soli detenuti, i quali se ne lamentavano per ragioni ovvie, ma anche (e in primo luogo) dalla direzione e dal personale del carcere, che a loro volta addebitavano a questa circostanza il costante afflusso nell’istituto di soggetti particolarmente problematici.
Domandarsi il perché di questa fama “condivisa” da tutti, definirne i contorni con la massima chiarezza e capire cosa si possa fare per cambiarla non è soltanto un dovere per chi svolge il proprio ruolo istituzionale con scrupolo e senso di responsabilità, ma è anche l’unica strada da percorrere proprio per non danneggiare le “migliaia di poliziotti penitenziari, eroi silenziosi e umili rappresentati dello Stato, che ogni giorno si sacrificano”.
Per questo manifesto a Daniele Nicastri, e con lui all’Uspp Lazio, la mia disponibilità a un incontro nel quale ci si possa confrontare insieme, in modo aperto e costruttivo, sia sui problemi della polizia penitenziaria, sia sulle denunce da parte dei detenuti.
Alessandro Capriccioli
Capogruppo +Europa radicali
Consiglio regionale del Lazio
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