Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Lunedì nel carcere di Viterbo è accaduta l’ennesima tragedia. Un ragazzo sudanese di 24 anni si è suicidato nella sua cella.
La morte di M. ci ricorda il nostro fallimento. Un’altra giovane vita si interrompe troppo presto, in maniera innaturale, tra le mura delle nostre istituzioni.
Questa la sua storia.
M. aveva attraversato tanti servizi, tanti luoghi e tante istituzioni pubbliche. Scappato dal suo paese, il Sudan, arriva in Italia, attraversa i centri di accoglienza, riceve il diniego della protezione internazionale, si trova per strada, intraprende un nuovo viaggio fuori dall’Italia, viene rimandato in Italia, commette reati per un totale di circa due anni di condanna, finisce a Regina Coeli dove inizia il percorso detentivo.
Alle misure alternative previste per pene così brevi riesce ad accedere solamente chi ha una rete sociale all’esterno del carcere. Mentre M. è solo, parla poco italiano, fa fatica a farsi comprendere, non si lamenta, non ha comportamenti eccessivi, non socializza molto. Decide di togliersi la vita, quasi in silenzio, nel più usuale dei modi all’interno di un carcere, legando una “corda” alla finestra della cella.
Questo episodio rappresenta in maniera esemplare il fallimento del sistema sociale in molte delle sue anime: del sistema di accoglienza che non sempre riesce a tutelare tutte le persone che chiedono supporto, della rete di servizi dalle maglie molto larghe che permette che le persone stiano nelle strade, del sistema penale che non solo non offre alternative reali alla detenzione per coloro che non hanno familiari o reti sociali e che devono scontare condanne molto brevi, dell’istituzione carcere che non riesce a farsi carico delle necessità delle persone detenute nella loro integrità e totalità.
Un sistema che non si adatta ai cambiamenti della popolazione, che resta disarmato davanti a chi non conosce la lingua italiana e ad ogni altro tipo di diversità.
La quotidianità del carcere di Viterbo è drammatica. Si verificano continuamente episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio e negli ultimi due anni il numero di decessi è allarmante. A tutto questo va data una risposta che preveda l’adozione di strumenti sociali atti a prevenire e gestire la conflittualità con capacità di ascolto e decodifica dei bisogni e non attraverso il ricorso a strumenti repressivi.
Dal 2005, Arci Solidarietà ha attivato uno sportello informativo rivolto alle persone detenute nella casa circondariale di Viterbo per supportarle nel periode detentivo e per fornire strumenti e informazioni inerenti i diritti e le procedure del sistema penitenziario, penale e sociale.
Non possiamo permetterci di accettare che il carcere sia l’ultima tappa di una vita, dobbiamo riportare a tutti la loro responsabilità, ricordarsi che il mandato istituzionale del carcere è la rieducazione, non lasciare gli operatori a tentare di risolvere tutto quello che non si è riuscito a risolvere prima.
Per questo chiediamo una risposta dalle istituzioni preposte, al Ministero della Giustizia di prendere in esame il ricorso a provvedimenti urgenti per facilitare la vita di chi in carcere ci vive e ci lavora.
Arci Viterbo
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