Viterbo – Quando, poco tempo fa, appresi dalle cronache che la sovrintendente Eichberg aveva inviato una lettera ai comuni sottolineando come qualsiasi intervento, anche temporaneo, che andasse a modificare o a insistere sui centri storici dovesse passare al vaglio della soprintendenza alle Belle Arti, tirai un bel sospiro di sollievo.
Coraggiosamente, la sovrintendente fece piazza pulita di un vecchio detto e stabilì che quando si tratta di andare a incidere su un contesto urbano, a caval donato si guarda in bocca eccome! Sarebbe finita, mi dissi, con le mostruosità che mi era toccato di veder fiorire nel corso degli anni in questa o quella piazza medievale, contrastare le quali era spesso impossibile perché regalate da questo o quell’imprenditore, artista, corporazione. Viterbo, mi dicevo, si comportava come mia nonna che non buttava mai via l’orrenda bomboniera della comunione della figlia della sora Gina perché “non sia mai viene a trovarmi poi ce rimane male”.
Eppure, in barba alle esplicite raccomandazioni della soprintendenza, ecco apparire l’ennesimo orrore, senza che i cittadini sappiano chiaramente come sia potuto succedere, perché sia successo, chi è il responsabile. Che ora sia scomparso, non mi è di nessun conforto: se ai cittadini non fosse rimasto un briciolo di sensibilità e non avessero alzato un sacrosanto polverone, il gazebo sarebbe ancora lì a far bella mostra di sè perché nessuno, in questa amministrazione, si è trovato a dire “no, grazie, non si può”
Se quando si riscontra una falla non si individua il responsabile o la catena di responsabilità, la falla tornerà irrimediabilmente a riproporsi. Peggio: se l’amministrazione fosse stata davvero, come raccontano le cronache, completamente ignara dell’iniziativa in questione tanto da accorgersene solo a cose fatte, allora niente più di questo ci porterebbe a concludere che chi governa la città abbia tragicamente male interpretato il dettato evangelico “non sappia la tua destra cosa fa la tua sinistra”.
Sono personalmente esasperato dalla reiterata assenza, in questo anno e mezzo di esperienza consiliare, di risposte precise a domande precise fatte a questa amministrazione. Avrei dovuto capire che questa sarebbe stata la prassi trasversale quando, nella precedente amministrazione, alla precisa richiesta di chi fosse il responsabile del deficitario restauro del Teatro mi fu risposto dall’allora assessore alla Cultura in un consiglio comunale aperto “lei è un teatrante, lei esagera le cose, è il suo mestiere”.
Su una cosa aveva ragione: io sono un teatrante, è il mio mestiere. E per mestiere vedo oltre le trame che mi vengono raccontate perché per mestiere sono abituato a smontarle. E con questa consapevolezza torno a chiedere: come è potuto succedere che non si sia tenuto conto della raccomandazione della soprintendenza? Come è potuto succedere che l’amministrazione fosse ignara di quello che veniva allestito su un monumento storico? Qual’è stata la catena di responsabilità?
Lo voglio sapere, come farei in caso di problemi endemici di un mio spettacolo, non perché debbano cadere delle teste ma perché non accada nuovamente.
Ancora una volta le mie domande sono precise. Gradirei una risposta senza le consuete supercazzole politiche, perché stavolta sono io a ricordare a lor signori che sono un teatrante: le supercazzole le abbiamo inventate noi, con noi non funzionano.
Alfonso Antoniozzi
Gruppo consiliare Viterbo 2020
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY